L'editoriale

Cernobbio: Vannacci non doveva essere invitato

Generali della politica in pensione hanno lucidato gli ottoni, indossato di nuovo l’uniforme e sono tornati a combattere l’ultima battaglia.

Mario Monti, contro Roberto Vannacci: “Spenderò le mie ultime energie per combattere la sua retorica fascista”. Una frase perfetta per conquistare le prime pagine e, soprattutto, il cuore dei progressisti. Missione compiuta. Ma davvero era necessario? Perché il paradosso è tutto qui: più si pretende di combattere Vannacci, più lo si trasforma in quello che lui vorrebbe essere. Un protagonista. Un personaggio nazionale. Un uomo al centro del ring. Ogni attacco gli regala visibilità, ogni indignazione gli porta nuovi spettatori, ogni dichiarazione di un avversario autorevole aumenta il valore della sua presenza.

E così, quasi senza accorgercene, finiamo per discutere di Vannacci più di quanto discutiamo dei problemi reali del Paese. È un personaggio che spinge su argomenti spesso caricaturali, costruiti per dividere e provocare, gli stessi che sembrano piacere a quel popolo di terrapiattisti politici destinato, per fortuna, a non governare mai alcunché. Ma il punto non è nemmeno questo. Il punto è che una parte della classe dirigente continua a cadere nella trappola con una puntualità disarmante. E basta, allora, con questa retorica del fascismo usata come una clava per ogni avversario scomodo.

Il fascismo è storia, tragica e drammatica, e proprio per questo meriterebbe di essere studiato e non continuamente rispolverato come un jolly elettorale. Il vero nemico di oggi è un altro: l’ignoranza. Un’ignoranza che, guarda caso, fa molto comodo a chi governa e a chi aspira a farlo. Perché un cittadino che conosce poco, comprende meno e reagisce per slogan è assai più facile da mobilitare di un cittadino che pretende risposte. Così la classe dirigente veste i panni del crociato, individua il nemico, impugna metaforicamente la spada e scende in campo.

Peccato che spesso quelle stesse armi siano state fabbricate proprio nelle stanze della politica e dei media. È il gioco perfetto: creare il bersaglio e poi indignarsi perché esiste. Se il mondo fosse davvero dei Santi, non ci sarebbe spazio per i loro baccanali. Vannacci, in fondo, è anche questo: il prodotto di un meccanismo che ha bisogno di personaggi divisivi. Ha avuto un padrino d’eccezione: la polemica. E la polemica, oggi, vale più di qualsiasi curriculum. Basta una frase, possibilmente provocatoria, per conquistare televisioni, giornali e social. Il resto viene da sé. Chiunque, con la presentazione giusta e una buona capacità di stare sul palcoscenico, può sfondare nello spettacolo.

E Vannacci, piaccia o no, sul palcoscenico sa stare. Ma quando la politica si trasforma in spettacolo, il confine tra rappresentazione e realtà diventa sempre più sottile. Per questo la domanda non è soltanto se Vannacci dovesse essere invitato a Cernobbio. La domanda è: perché lo abbiamo trasformato in un ospite così importante? Invitarlo significa riconoscergli uno spazio.

Attaccarlo significa ingrandirlo. Contrapporgli un generale della politica come Monti significa, paradossalmente, consegnargli una statura che da solo forse non avrebbe mai raggiunto. È la vecchia regola dello spettacolo: non importa se il pubblico applaude o fischia. L’importante è che continui a guardare il palcoscenico. E allora sarà la politica politicante, quella che vive di equivoci, slogan e calcoli elettorali, a decidere se portare Vannacci candidato all’Oscar oppure lasciarlo nei teatri di avanspettacolo della periferia. Io, da giornalista, mi permetto soltanto di osservare una cosa: forse Vannacci non doveva essere invitato a Cernobbio.

Non perché sia un pericolo per la democrazia, non perché ogni sua parola debba essere censurata e nemmeno perché abbia bisogno di essere combattuto con l’artiglieria pesante della vecchia politica. Semplicemente perché non tutto ciò che fa rumore merita un palcoscenico. Una democrazia adulta non ha bisogno di eroi da santificare né di mostri da abbattere ogni mattina. Ha bisogno di idee, competenze, responsabilità e confronto.

Quando invece la politica sceglie il ring al posto del ragionamento, il rumore finisce per diventare il contenuto. E a quel punto Vannacci avrà già vinto. Non perché abbia convinto tutti. Ma perché tutti, ancora una volta, stanno parlando di lui.