L'editoriale

Ragion d’Europa

L’Unione Europea ha bisogno di nuove entrate per alimentare un vulcano burocratico che rischia di mettere definitivamente in crisi il suo rapporto con i cittadini, i quali, a dire il vero, non sembrano ancora provare alcun piacere in questo lungo coito istituzionale.

Da una parte Bruxelles deve finanziare le proprie ambizioni; dall’altra deve fronteggiare una Destra crescente che mostra con sempre maggiore sicurezza le proprie mammelle prosperose. E allora, per raschiare il barile dei risparmi e trovare nuove risorse, l’Europa avrebbe bisogno anche della paura: cittadini impauriti, rannicchiati tra le cosce di mamma Europa, alla ricerca di quella protezione che negli ultimi anni è sembrata sempre meno scontata. Ma il problema è più profondo e riguarda anche la leadership politica.

La stagione di Ursula von der Leyen prima o poi dovrà lasciare spazio a un nuovo volto, a una nuova generazione, forse persino a una figura capace di parlare un linguaggio completamente diverso da quello della tradizionale politica europea. Una figura giovane, riconoscibile, capace di incarnare un’idea di cambiamento.

Per portare avanti un progetto simile servirebbe qualcosa di più di una nuova Commissione o di qualche miliardo aggiuntivo nel bilancio europeo. Servirebbe un progetto faraonico capace di riunire il Regno, non soltanto attraverso la burocrazia, ma attraverso una nuova ragion d’essere. E qui entra in scena l’Ucraina.

Nessuno avrebbe probabilmente scommesso, all’inizio dell’invasione russa, che Zelensky sarebbe riuscito a mettere così a lungo in difficoltà Putin. Eppure la guerra ha dimostrato che la Russia non ha ottenuto quella vittoria rapida che molti avevano previsto. Da qui in avanti, però, comincia il territorio della possibilità e non più quello dei fatti. Un’escalation nucleare russa, fino all’impiego di un’arma nucleare tattica o di una cosiddetta “bomba sporca”, non è un destino inevitabile e non sarebbe affatto detto che provocherebbe la fine immediata della guerra.

Al contrario, potrebbe aprire uno scenario incontrollabile, con conseguenze enormi per l’Ucraina, la Russia, l’Europa e il mondo intero. Sarebbe la scintilla della Terza guerra mondiale? Nessuno può saperlo. Ma proprio questa incertezza dovrebbe ricordarci qualcosa che abbiamo dimenticato: la libertà di uno Stato finisce dove comincia quella dell’altro. Un concetto tanto semplice quanto spesso cancellato dall’illusione di vivere in un mondo nel quale ciascuno può fare a piacimento la pipì nel giardino del vicino. Forse è questa, alla fine, la vera ragion d’Europa. Non soltanto difendersi dalla guerra, ma comprendere che la sicurezza, la libertà e la sovranità non possono più essere pensate separatamente.

E che un continente che vuole avere un peso nel mondo deve tornare a produrre, investire, innovare e decidere. Perché il prossimo grande progetto europeo non potrà essere soltanto finanziario o militare. Dovrà essere anche industriale. Ed è qui che arriva la lezione del passato. Abbiamo commesso l’errore macroscopico di delegare una parte troppo grande della nostra capacità produttiva a un Continente terzo, convinti che la globalizzazione avrebbe reso superflue le dipendenze strategiche.

Abbiamo scoperto, spesso nel modo più doloroso, che quando una crisi arriva non basta avere denaro per comprare ciò che non siamo più capaci di produrre. Forse il momento che stiamo vivendo ci offre un’occasione irripetibile. L’Europa potrebbe finalmente trasformare la paura in consapevolezza, la crisi in progetto e la necessità in una nuova ragion d’essere. Ma questa volta l’occasione non possiamo sprecarla. Perché la luce del passato non serve a rimpiangere ciò che siamo stati. Serve a capire, con maggiore consapevolezza, ciò che possiamo ancora diventare.