Quando si parla di globalizzazione pensiamo quasi automaticamente al libero commercio: merci che attraversano le frontiere, fabbriche distribuite nel mondo, capitali che si spostano rapidamente, mercati sempre più interconnessi.
Ma questa è soltanto la superficie del fenomeno.
Sotto la globalizzazione economica esiste una struttura molto più concreta: le rotte attraverso cui si muovono le merci, l’energia e le materie prime. E quelle rotte sono in larghissima parte marittime.
È da qui che conviene partire per capire perché uno stretto apparentemente minuscolo come Hormuz possa diventare una questione di interesse globale e perché gli Stati Uniti reagiscano alla sua possibile chiusura con una preoccupazione che va molto oltre il prezzo del petrolio.
Dario Fabbri, analista ed esperto di geopolitica, propone una chiave di lettura netta: la globalizzazione contemporanea non è semplicemente il libero commercio; è anche il risultato di un ordine marittimo garantito dalla potenza americana.
L’economia è lo strumento, non il fine
Siamo abituati a leggere il mondo attraverso l’economia. Se aumenta il prezzo del petrolio, guardiamo all’inflazione; se diminuiscono gli scambi, parliamo di recessione; se cresce il commercio cinese, misuriamo il PIL.
Ma le grandi potenze ragionano secondo una logica diversa.
Per loro l’economia è soprattutto uno strumento di potenza.
Il commercio, l’energia, la tecnologia, la finanza e le infrastrutture hanno valore perché aumentano la capacità di uno Stato di influenzare gli altri e di difendere i propri interessi.
Il fine ultimo, nella logica delle grandi potenze, non è dunque semplicemente diventare più ricchi.
È conservare o accrescere la propria posizione nel sistema internazionale.
Ed è qui che la globalizzazione assume un significato completamente diverso.
La globalizzazione passa dal mare
Circa il 90% delle merci mondiali viaggia via mare. Questo significa che la globalizzazione non è sospesa nel vuoto: ha bisogno di una gigantesca infrastruttura fisica fatta di porti, navi, rotte, canali e stretti.
E qui entra in gioco la potenza navale.
Non è necessario controllare ogni chilometro quadrato dell’oceano. È sufficiente avere la capacità di controllare o proteggere i punti nei quali le rotte sono costrette a concentrarsi.
Sono i cosiddetti chokepoints, (punti di strozzatura) i colli di bottiglia del sistema marittimo mondiale.
Hormuz è uno di questi.
Come lo sono Bab el-Mandeb, il Canale di Suez, Panama, Gibilterra e lo Stretto di Malacca.
Chi possiede la capacità di intervenire in questi punti non controlla soltanto un tratto di mare: possiede uno strumento per condizionare il funzionamento dell’economia mondiale.
Hormuz: il petrolio è soltanto una parte della storia
Hormuz è fondamentale perché attraverso questo stretto passa una quota enorme dell’energia destinata ai mercati internazionali.
Ma sarebbe riduttivo spiegare l’interesse americano soltanto con il petrolio.
Ed è proprio qui che il ragionamento diventa interessante.
Gli Stati Uniti non dipendono da Hormuz nello stesso modo in cui dipendono da esso i grandi importatori asiatici. Una parte enorme dell’energia che passa attraverso lo stretto è diretta verso l’Asia.
Allora perché Washington considera così grave la possibilità che Hormuz venga chiuso o reso insicuro?
Perché il problema non è soltanto ciò che passa attraverso lo stretto. È chi è in grado di decidere se può passare.
Se l’Iran riesce a interrompere il traffico attraverso uno dei principali passaggi obbligati del pianeta, dimostra di possedere una capacità di interdizione che mette direttamente alla prova la capacità americana di garantire la libertà dei mari.
Ed è questo il punto.
La questione di Hormuz diventa una questione di credibilità della potenza americana.
Il vero paradosso: l’America protegge un sistema che fa crescere la Cina
Qui emerge una delle contraddizioni più affascinanti della globalizzazione contemporanea.
Gli Stati Uniti hanno costruito e garantito un ordine marittimo globale nel quale possono circolare liberamente merci ed energia.
Ma a beneficiare enormemente di questo sistema è stata soprattutto l’Asia.
E tra i maggiori beneficiari c’è la Cina.
La Cina importa energia attraverso le rotte marittime, esporta prodotti verso tutto il mondo e ha costruito una parte straordinaria della propria crescita economica proprio sfruttando un sistema globale aperto.
In altre parole, l’America ha contribuito a creare le condizioni marittime che hanno permesso alla Cina di diventare il suo principale concorrente strategico.
Ed è questo uno dei grandi paradossi della potenza americana.
Washington non può semplicemente chiudere il sistema globale, perché la propria egemonia dipende anche dalla sua apertura.
Ma più il sistema rimane aperto e funzionante, più permette alla Cina di crescere.
L’America si trova quindi davanti a una contraddizione:
deve continuare a garantire l’ordine globale proprio mentre cerca di impedire che il principale beneficiario di quell’ordine diventi abbastanza potente da modificarlo.
Per questo Hormuz conta più del petrolio
Se Hormuz fosse soltanto una questione energetica, la sua importanza sarebbe enorme ma relativamente semplice da comprendere.
Ma Hormuz è qualcosa di più.
È uno dei punti nei quali si misura la capacità degli Stati Uniti di continuare a esercitare la funzione che hanno assunto dopo la Seconda guerra mondiale: garantire l’accesso alle principali rotte marittime del pianeta.
Se questa capacità viene meno, il problema non riguarda soltanto i prezzi dell’energia.
Riguarda la percezione della potenza americana.
Una potenza egemone non è soltanto quella che possiede l’esercito più forte. È quella che riesce a far funzionare un sistema secondo regole che, in ultima analisi, riflettono i propri interessi.
Per questo gli Stati Uniti possono essere costretti a difendere Hormuz anche se una parte consistente del petrolio che vi passa non è destinata a loro.
Non stanno difendendo semplicemente il proprio petrolio. Stanno difendendo la propria posizione all’interno del sistema.
La partita che si intravede dietro Hormuz
Ed è forse questa la vera questione.
La globalizzazione americana ha funzionato finché la superiorità americana era nettamente superiore a quella degli altri grandi attori.
Oggi il mondo è diverso.
La Cina possiede una forza economica enorme, è diventata una potenza commerciale globale e sta progressivamente costruendo una propria capacità marittima e strategica.
L’Iran, pur essendo incomparabilmente più piccolo, ha dimostrato di poter esercitare una capacità di interdizione proprio nei punti vulnerabili della rete.
E altri Stati stanno cercando di sottrarsi, almeno in parte, all’ordine costruito dagli Stati Uniti.
Per questo gli stretti sono diventati nuovamente centrali.
Non perché il commercio sia improvvisamente diventato più importante.
Ma perché la competizione economica sta tornando a essere subordinata alla competizione per la potenza.
Hormuz, in questa prospettiva, non è soltanto uno stretto.
È un punto di osservazione privilegiato sulla trasformazione dell’ordine mondiale.
La domanda decisiva non è quindi soltanto:
«Quanto petrolio passerà da Hormuz?»
È:
«Chi sarà in grado di garantire che quel passaggio rimanga aperto?»
Perché dietro questa domanda ce n’è una ancora più grande:
gli Stati Uniti sono ancora in grado di garantire da soli l’ordine marittimo globale, oppure il mondo sta entrando in una fase nella quale quell’ordine dovrà essere condiviso, conteso o progressivamente ridefinito?
È qui che la vicenda di Hormuz smette di essere una crisi regionale e diventa una questione di geopolitica mondiale.
E forse è proprio questo il punto che più spesso sfugge quando si guarda alla globalizzazione soltanto attraverso l’economia:
l’economia ci mostra ciò che circola.
La geopolitica ci mostra chi può decidere se continuerà a circolare.
E la potenza americana si misura, ancora oggi, soprattutto nella capacità di controllare quella seconda dimensione.
Silvana Ranza