Il fim “Odissea”, appena uscito e diretto da Christopher Nolan, con Matt Damon ed Anne Hathaway nei ruoli principali, sembra riscuotere successo a livello mondiale.
Finalmente una buona notizia, verrebbe voglia di commentare.
Non si può far a meno di notare che passano secoli e millenni, ma l’Odissea continua ad esercitare il suo fascino sulle masse come sulle fasce più colte della popolazione . Correva l’anno di grazia 1968 allorché la RAI mandò in onda lo sceneggiato televisivo di sua produzione, basato appunto sul poema omerico, diretto da Pietro Schivazappa, con Bekim Fehmiu nel ruolo di Odisseo ed Irene Papas in quello di Penelope, coronato da uno straordinario successo di pubblico : il programma registrò una media di ben sedici milioni di telespettatori per ciascuna delle sei puntate.
Effettivamente l’Odissea può a buon diritto considerarsi uno dei capolavori della letteratura mondiale, tra i più significativi in quanto capaci di fotografare angosce, speranze, paure, desideri se vogliamo senza tempo, ma particolarmente emblematici della cultura da cui sono scaturiti, al pari della Bibbia, della tragedia greca, della Divina Commedia, dell’Amleto,e del Faust e del Don Chisciotte, per esempio.
Tuttavia, pur senza con ciò voler azzardare paragoni privi di senso, non si può negare che l’Odissea, al pari in un certo senso del capolavoro di Cervantes, presenta rispetto a vari altri pilastri della letteratura mondiale un vantaggio importante, ossia la capacità di farsi comprendere a qualunque lettore, al di là del livello culturale. Non è certo il caso della Divina Commedia o del Faust, ad esempio, ad esempio, in vari punti inaccessibili sul piano del significato a chi non disponga di adeguati strumenti culturali. Invece l’Odissea, se non nel suo significato profondo (spesso soggetto ad interpretazione, naturalmente), almeno sul piano della narrazione, risulta comprensibile pure a un bambino. Ciò è in buona parte dovuto al frequentissimo ricorso al mito da parte di Omero, come d’altra parte sarà tipico di un po’ tutta la letteratura greca (e non solo di quella).
Il mito è un racconto latore di un messaggio celato nel profondo, accessibile soltanto all’ “iniziato” (ossia soltanto a “chi ha orecchio per intendere”). Una metafora, di cui la cultura greca straripa, particolarmente significativa, insomma.
Si noti che il mito è stato scrupolosamente studiato a fondo nel corso dell’ultimo secolo da parte delle scienze umane, soprattutto antropologia e psicologia. In particolare Carl Gustav Jung , tra l’altro fondatore della psicologia del profondo, ha scandagliato l’enorme valenza del mito non solo ai fini della conoscenza della psiche umana, ma addirittura sotto il profilo terapeutico.
Sia detto, per inciso, oggi si parla tanto, a proposito o a sproposito, di “accoglienza” nei confronti dei popoli diversi dal nostro e di “dialogo”, ma per accogliere e per dialogare occorre innanzitutto sapere chi siamo, conoscere se stessi.
Il discorso si fa particolarmente interessante se si tiene presente che il capolavoro omerico risale all’ottavo o settimo secolo avanti Cristo, per quanto riguarda la stesura, oltre a riprendere narrazioni risalenti ad almeno quattro secoli addietro.
Ebbene, i motivi per leggere, studiare ed apprezzare l’Odissea, ancora oggi, sono tali e tanti da mettere noi figli della cultura (e subcultura) super tecnologica davanti all’imbarazzo della scelta. Ebbene, proviamo a darne un’idea.
Innanzitutto, si può affermare che Odisseo (la nostra splendida e terribile professoressa di latino e greco ci fulminava se ci lasciavamo scappare quell’”Ulisse” tanto impreciso quanto popolare) rappresenti, a suo modo, un po’ ogni ideale, velleità, speranza, terrore e anelito tipico dell’uomo, in particolare in Occidente. Innanzitutto rileviamo che il nostro eroe sembra esprimere fin dalle prime pagine del capolavoro omerico il drammatico conflitto, tipico appunto, dell’uomo occidentale, ma col quale in fondo ci scontriamo , da che mondo è mondo, un po’ tutti noi esseri umani: da un lato la determinazione, il progetto, dall’altro “il destino cinico e baro” (lo si chiami “Fato”, per dirla con gli antichi Greci, oppure “volontà di Dio”, o semplicemente “destino”, poco cambia), il quale pare spesso divertirsi a buttar all’aria speranze, piani e aspettative.
E’ noto che, infatti, Odisseo e i suoi compagni passano attraverso prove infernali, di ogni genere, ma almeno per il protagonista la straordinaria serie di vicende, pur lasciando dietro di sé una scia immensa di lutti e tragedie di ogni genere, si conclude col “lieto fine”: il nostro eroe, riesce infine, dopo ben venti anni di assenza, a coronare il proprio sogno, tornando nella natia Itaca, recuperando il trono, e soprattutto, riabbracciando gli amatissimi Penelope e Telemaco, moglie e figlio.
Il finale felice costituisce un fattore di estrema importanza, al quale forse, malgrado secoli e secoli di interpretazioni, studi, recensioni e studi cui (giustamente) l’Odissea è stata sottoposta nel corso di secoli e secoli, non è forse stata dedicata la necessaria attenzione. Eppure chiunque conosca almeno un poco la cultura greca ne conosce il volto fondamentalmente drammatico: non a caso proprio in Grecia è nata la tragedia, destinata a diventare col tempo uno dei generi letterari più importanti della letteratura mondiale, ricchissima di significati sotto il vari profili, antropologico e psicologico. Ebbene, l’Odissea anticipa sicuramente la tragedia, al di là della variante del lieto fine, appunto
Il Fato, misterioso destino imperscrutabile, domina su tutto e tutti, perfino su gli dei: nessuno può opporsi. Sarà poi il Cristianesimo, detto per inciso, a liberare l’uomo dalla schiavitù del Fato, presentando al mondo il Dio amorevole e misericordioso e onnipotente, benché già Platone offra sostanzialmente una visione della vita in cui tale profondo pessimismo risulta già notevolmente attenuato.
Forse in virtù di quel misterioso principio che consente ai sommi artisti di trascendere a volta, in qualche misura, le strettoie e rigidi schemi tipici della cultura in cui essi si trovano a operare, Omero fa in definitiva di Odisseo un vincente e ciò in virtù non solo del già citato “happy end”, bensì pure del fatto che egli riesce a uscire vincente da tutte le terribili vicissitudini che si trova ad affrontare, per quanto ciò gli costi la perdita graduale di tutti i suoi compagni d’avventura e di sventura.
Egli riesce a trionfare alla fine su ogni avversità anche grazie alla sua proverbiale e invincibile astuzia ed è proprio questo che Dante non riesce a perdonargli, al punto da collocarlo all’Inferno. Tuttavia l’inesorabile severità del Sommo Poeta nei confronti dell’eroe omerico ha anche un’altra motivazione: spingendosi oltre le Colonne d’Ercole, egli avrebbe violato un tabù tipico della cultura tardomedievale, quello appunto della intangibilità di tale confine geografico, simbolo tra l’altro, evidentemente del divieto di inoltrarsi nell’esplorazione dei sentieri della conoscenza (benché, giova ricordare, la scienza moderna sia nata proprio nei “secoli bui”, i quali bui non furono affatto, come ha dimostrato tanta ricerca storica degli ultimi cento anni).
Proprio l’inesauribile sete di conoscenza fa di Odisseo un eroe particolarmente vicino alla nostra sensibilità. Spinto vuoi dall incontenibile anelito a tornare in patria, vuoi quindi dalla nostalgia nei confronti dei suoi cari, vuoi, appunto, dalla sua insopprimibile brama di conoscere, Odisseo avanza, imperterrito, sfidando mostri, intemperie, magie, e ogni sorta di avversità, perennemente animato dal suo invincibile coraggio.
Sete di conoscenza che non è soltanto voglia di avventura, ma è anche anelito alla scoperta, nonché amore alla vita, il quale riesce a emergere malgrado quell’atmosfera di profonda nostalgia e, in qualche modo, di tristezza, che permea di sé l’intero poema.
Sete di scienza e conoscenza, la quale, in quel poema straordinariamente moderno ed eccezionalmente antico che è l’Odissea, non risparmia (né avrebbe potuto essere altrimenti) l’anelito insopprimibile alla comunicazione coi trapassati, connaturato all’anima e antico quanto l’uomo: si veda il viaggio nell’Ade di Odisseo, dove egli reincontra la madre trapassata.
Lo storico Leo Moulin fa notare che la civiltà occidentale, pur con tutte le sue tragedie, a differenza di quanto si è verificato con altre culture, avanzatissime e nate assai prima della nostra, non si è mai arrestata.
Pensiamo soltanto all’Egitto, all’India alla Cina, ai Maya. Culture antichissime, avanzatissime, eppure a un certo punto si verifica uno strano fenomeno, estremamente complesso e assai arduo da interpretare: gradualmente o bruscamente, è come se il tempo si fermasse, le culture in questione cedono il passo, sostanzialmente spariscono dalla scena. Occorreranno secoli prima che l’Occidente le conquisti e le riporti nella storia.
Tutto ciò va affermato sulla base di una osservazione oggettiva della storia, al di là di qualunque pregiudizio eurocentrico o addirittura razzista.
Si tratta di una semplice remarque de fait, sulla quale vale sicuramente la pena di riflettere.
D’altra parte alla base della cultura occidentale vi sono, come è noto, Grecia e Cristianesimo. Simone Weil è una straordinaria figura chiave del pensiero moderno, ancora assai meno conosciuta di quanto meriterebbe. Basterà dire che questa ragazza della buona borghesia ebraica francese, riuscì, nel corso della sua brevissima esistenza conclusasi ad appena trentaquattro anni, riuscì ad attraversare esperienze per le quali non sarebbero bastate dieci vite, per dirla con Carlo Bo: prima professoressa di liceo, poi militante comunista e rivoluzionaria durante la Seconda Guerra Mondiale, per poi scoprire la dimensione spirituale e più specificamente mistica a seguito di una improvvisa conversione e dedicarsi a fondo agli “ultimi”.
Ebbene, il pensiero di Simone Weil si muove attraverso i campi più intricati ed affascinanti, quali l’analisi della storia, la politica, la teologia, la psicologia e altro ancora. A ventisette anni aveva già compreso dove sarebbe andata a parare il tragico valzer degli “ismi” che dominarono e funestarono la storia europea degli Anni Trenta e Quaranta, con rigore profetico e lucidità impressionante.
Simone Weil ha studiato a fondo la cultura greca nel suo insieme arrivando a vedere tanto nella filosofia quanto nella letteratura, sostanzialmente, una anticipazione del Cristianesimo, sotto vari profili importanti, quali la ricerca dell’Assoluto, l’amore di Dio e del prossimo, ad esempio.
Tornando a bomba, la cultura occidentale si è invece rivelata capace di avanzare imperterrita verso mete sempre nuove, lasciando che un popolo dominatore si sostituisca ad un altro.
Ai Greci subentrano i Romani, sostituiti a loro volta dalla cultura medievale e la storia continua in un inarrestabile alternarsi di conquiste in tutti i campi: politico, militare, religioso, economico, tecnologico.
Certo, tale evoluzione-rivoluzione è stata spessissimo cruenta, lasciando dietro di sé massacri e sconvolgimenti di proporzioni bibliche.
Tuttavia, la marcia non si è mai arrestata.
Tale profonda umanità Odisseo, rivela pure nei confronti dell’ amore, altro pilastro della cultura greca nel suo doppio volto di eros (passione, sessualità con tutti i suoi annessi e connessi), nonché agape (affetto, tenerezza, amicizia). Il Nostro si rivela maestro in entrambi i sensi. Fin troppo noto è infatti il suo amore per Penelope, altrettanto, almeno a livello di massa, la vicenda di Circe, meno conosciute e non meno significative quelle di Calipso e di Nausicaa (quest’ultima destinata a restare una relazione platonica).
A scuola ci hanno insegnato che la cultura greca è fondamentalmente misogina, frase da prendersi peraltro con le molle in quanto sicuramente, in linea generale, la donna veniva relegata in una posizione di inferiorità sociale né le era riconosciuta, a livello antropologico pari dignità rispetto all’uomo (il Cristianesimo era ancora di là da venire). Tuttavia la realtà è sempre più complessa degli schemi riassuntivi, per quanto veritieri possano essere (come sicuramente è il caso della condizione femminile dell’antica Grecia, prova ne sia che Penelope, non meno del suo amatissimo sposo, è assurta da millenni ad archetipo di modello delle virtù femminili: fedeltà innanzitutto, ma anche pazienza, costanza, furbizia nonché – tale ci pare l’aspetto più importante – amore incondizionato).
Ora, Odisseo condivide assolutamente l’amore di Penelope, che porta sempre nel cuore; e alla fine l’amore dei due verrà premiato, essendo lui, tra l’altro, un uomo profondamente vincolato agli affetti familiari.
Certo, la sua umanità schietta e virile poi lo spinge a gettarsi tra le braccia della maga Circe, metafora dell’ eros sfrenato e prorompente, capace di diventare distruttivo: facendogli trovare tuttavia il coraggio di defilarsi prima che sia troppo tardi. Nonché a godere delle grazie dell’amore di Calipso , la quale rappresenta invece il volto passionale, ma al tempo stesso dolce, di Eros.
Anche qui la forza interiore e il grande senso di responsabilità del grande eroe omerico lo motivano ad abbandonare, pur non senza dolore e rimpianto, quel paradiso dell’Eros, sia pure dopo sette anni.
Non si può peraltro concludere questo viaggio nel mondo di Odisseo senza un cenno a un altro aspetto che tuttora ci riempie di ammirazione nei confronti dell’eroe omerico: il suo profondo senso dell’ amicizia e le sue notevoli capacità sul piano della leadership (Dio sa quanto tale dote si sia fatta rara al giorno d’oggi).
Insomma, vi è un Odisseo (o, per lo meno, quanto vorremmo che ci fosse) in ciascuno di noi.
MARINO PARODI