Il 44.5% all’AfD non è un incidente di percorso. È il numero che, dalla Sassonia, torna a bussare alla porta della politica europea. E questa volta sarebbe un errore limitarsi allo stupore, agli allarmi e alle consuete accuse di populismo. Perché quando milioni di cittadini scelgono ripetutamente forze che la politica tradizionale considera impresentabili, forse il problema non è soltanto chi raccoglie quei voti. È perché quei voti arrivano.
La reazione, invece, è ormai quasi automatica. Demonizzare. Delegittimare. Evocare i fantasmi del passato. Ricordare che cosa potrebbe accadere se “quelli” arrivassero al potere. È già accaduto in Italia. Accade in Francia. Accade in Spagna. Accade in Germania. E ogni volta sembra mancare la domanda più semplice: perché? La Sassonia non è la Germania e un risultato regionale non può essere automaticamente trasformato in una fotografia dell’intero Paese. Ma sarebbe altrettanto sbagliato considerarlo una parentesi.
Il fenomeno è ormai troppo esteso, troppo persistente e troppo europeo per essere liquidato come un’anomalia. In Italia, dal settembre 2022, Fratelli d’Italia governa il Paese con Giorgia Meloni. In Francia le forze di destra continuano a contendere spazio e consenso ai partiti tradizionali. In Spagna gli equilibri politici sono sempre più fragili. Non è dunque soltanto una questione di destra.
È una questione di fiducia. O, meglio, di perdita di fiducia. Il cittadino europeo guarda il prezzo della spesa, il costo della casa, le bollette, il proprio stipendio che vale meno, le città nelle quali chiede maggiore sicurezza, un’immigrazione che vorrebbe vedere governata e istituzioni che sente sempre più lontane. Sono problemi reali. Si può discutere sulle soluzioni.
Si possono contestare le ricette della destra. Si possono denunciare errori, contraddizioni e demagogie. Ma non si può far finta che quelle domande non esistano. E soprattutto non si può pensare di rispondere a un disagio sociale con una lezione di morale politica. Gli elettori non hanno bisogno di essere rimproverati per ciò che votano. Hanno bisogno di essere ascoltati. Perché dire a milioni di persone che la loro paura è irrazionale non cancella quella paura. Dire che la loro protesta è populista non cancella la protesta. Dire che il loro voto è pericoloso non cancella le ragioni che li hanno portati a esprimerlo. Al massimo, li convince che nessuno voglia davvero ascoltarli. Ed è proprio qui che la politica tradizionale rischia di commettere il suo errore più grave: confondere la delegittimazione dell’avversario con la comprensione dell’elettorato. Sono due cose molto diverse.
Si può combattere una forza politica senza disprezzare chi la vota. Si può difendere la memoria del Novecento senza trasformarla in una sentenza permanente sul presente. Si può ricordare la storia senza pretendere che la storia sia l’unico argomento con cui spiegare il voto di chi oggi vive problemi completamente diversi. Perché se ogni volta che la destra cresce la risposta è “attenzione al passato”, prima o poi qualcuno dovrebbe chiedersi se non sia proprio il presente a essere stato dimenticato. Anche l’Italia, del resto, offre un elemento che merita una riflessione. Il Governo di centrodestra ha superato nelle ultime ore il record di longevità di un esecutivo della Repubblica, senza essere travolto dagli scossoni che molti avevano previsto. Piaccia o non piaccia, è un fatto. E in politica i fatti si possono contestare. Non si possono ignorare. Resta allora la domanda iniziale. Come si ferma la destra? Forse è la domanda sbagliata.
Quella giusta è: perché cresce? Perché, dopo anni di allarmi, demonizzazioni e appelli alla paura, una parte sempre più consistente dell’elettorato continua a non ascoltare chi quegli allarmi li lancia? Forse perché non si sente rappresentata. Forse perché non si sente ascoltata.
Forse perché è stanca di sentirsi dire che cosa dovrebbe pensare, che cosa dovrebbe temere e perfino come dovrebbe votare. E forse anche la richiesta di accettare sacrifici e rischi in nome di una guerra che molti cittadini non comprendono fino in fondo, mentre già faticano a far quadrare i conti e a immaginare il proprio futuro, contribuisce ad allargare quella distanza. Non significa che la destra abbia sempre ragione. Non significa che ogni sua proposta sia condivisibile. Significa una cosa molto più semplice: un elettore che si sente ignorato non smette di votare. Cambia destinatario del proprio voto.
E quando quel fenomeno diventa abbastanza grande da superare il 40%, forse non è più il caso di gridare allo scandalo. È il caso di fermarsi. E ascoltare. Perché la Sassonia, alla fine, potrebbe non essere la risposta. Potrebbe essere la domanda che l’Europa non vuole ancora ascoltare.