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ALLARME ISTAT

Per contrastare l’inarrestabile calo demografico, e quindi il crollo del Pil ed in definitiva l’inevitabile declino del Paese, l’Italia deve investire di più sui giovani, sulla loro formazione, sul loro benessere, suggerisce l’Istat nel suo Rapporto annuale in cui delinea luci e ombre dell’attuale fase del Paese, segnalando in particolare che nella fascia 18-34 anni quasi un giovane italiano su due presenta una o più situazioni di difficoltà sul fronte dell’istruzione, del lavoro, della salute o del territorio in cui vive.

Nel complesso ne esce un’Italia resiliente. Diversi sono  però gli aspetti su cui deve compiere dei grossi passi in avanti anche alla luce delle direttrici indicate dal Pnrr e della sua progressiva attuazione, secondo quanto evidenziato dall’Istat. Nel mondo imprenditoriale, ancora caratterizzato dalla forte prevalenza di pmi (solo l’1% è costituto da grandi aziende), diventano di fondamentale importanza l’innovazione, ricerca e sviluppo: in base alle analisi dell’istituto di statistica, le imprese che innovano registrano una maggiore produttività del 37% e se si aggiunge la ricerca e sviluppo si arriva a un +44%.

 

L’altro nodo critico riguarda  la situazione di vulnerabilità dei giovani. Secondo l’Istat, gli indicatori del benessere dei giovani, in Italia, sono ai livelli più bassi in Europa e, nel 2022, quasi un ragazzo su due tra 18 e 34 anni ha almeno un segnale di deprivazione, 4 milioni e 870 mila persone. Inoltre circa 1,7 milioni di giovani, quasi un quinto di chi ha tra 15 e 29 anni, non studia, non lavora e non è inserito in percorsi di formazione (i cosiddetti Neet). La quota di Neet è al 20%, pari a 1,7 milioni di persone, e resta sopra la media Ue di oltre 7 punti, più bassa solo a quello della Romania.

Il fenomeno dei Neet interessa in misura maggiore le ragazze (20,5%) e, soprattutto, i residenti nelle regioni del Mezzogiorno (27,9%) e gli stranieri (28,8%). L’incidenza dei Neet diminuisce al crescere del titolo di studio: è di circa il 20% tra i giovani diplomati o con al più la licenza media, mentre si ferma al 14% tra i laureati.

È un fenomeno che si associa a un tasso di disoccupazione giovanile elevato (il 18%, quasi 7 punti superiore a quello medio europeo), con una quota di giovani in cerca di lavoro da almeno 12 mesi tripla (8,8%) rispetto alla media europea (2,8%). Circa un terzo dei Neet (559 mila) è disoccupato, nella metà dei casi da almeno 12 mesi (il 62,% nel Mezzogiorno, contro il 39,5% nel Nord). Mentre quasi il 38 % dei Neet (629 mila) non cerca lavoro né è disponibile a lavorare immediatamente.

Oltre tre quarti dei Neet vivono da figli ancora nella famiglia di origine e solo un terzo ha avuto precedenti esperienze lavorative, un valore che varia tra il 6,8% per chi ha meno di 20 anni, il 46,7% per chi ha 25-29 anni.

 

Maraio: “Salario minimo per ridare valore al lavoro”

 

“Oggi sono usciti i report annuali dell’Istat sul nostro Paese. Mi hanno colpito molto i dati sui giovani: 1,7 milioni di ragazzi, che dovrebbero essere eccellenza del nostro Paese, sono lasciati a loro stessi. Non studiano, non lavorano e non sono iscritti a corsi professionalizzanti.  Quello che spaventa di più è l’alto divario tra sessi e soprattutto tra posizione geografiche. Ad esempio, nel mezzogiorno il tasso è altissimo fino a raggiungere 1 giovane su 3 in Sicilia.
Questi dati significativi ci confermano che serve assolutamente il salario minimo per ridare valore al lavoro agli occhi di questi ragazzi e fermare la riforma dell’autonomia differenziata che spaccherebbe ancora di più l’Italia e farebbe incrementare questi numeri. Il governo deve subito attuare delle manovre serie perché in questo paese non abbiamo ragazzi di serie A e serie B, ma solo persone che hanno bisogno di un futuro”.