Cultura

Homo Demens

Ho già scritto qualche giorno fa, nel mio articolo “Iniusta nece” che la prima vittima di ogni guerra è la ragione costruttiva e dialogica, e ovviamente culturale, la cui funzione principale è l’intelletto che produce opere d’arte, letterarie, artistiche e di ogni genere in ogni campo.
Esse sono il patrimonio non di una nazione, ma di tutta l’umanità, proprio perché un’opera diventa arte solo quando assume la fisionomia dell’universalità, è cioè valida e tale non soltanto per chi la produce o per coloro che la osservano nel loro tempo, ma per tutta l’umanità nel corso di tutta la sua storia.
Abbiamo così opere di qualche millennio fa che ci appaiono ancora attualissime ed estremamente significative, nonostante l’umanità, da allora, abbia cambiato usi, costumi, religioni, dimensione politica ed economica, e persino fisionomia.
Prendiamo una di esse: “I Persiani” di Eschilo. E’ una tragedia greca che fu rappresentata per la prima volta all’indomani della vittoria di Atene e dei suoi alleati sui Persiani nel 472 A.C., è la più antica e completa opera teatrale che ci è pervenuta da un passato piuttosto remoto. E’ un dramma storico, unico nel suo genere, perché, almeno tra ciò che ci è pervenuto delle opere dei tragediografi greci, gli argomenti sono tutti tratti dalla mitologia degli dei o degli eroi dell’antica Grecia.
La sua particolarità, nonostante fosse stata scritta non molti anni dopo la fine delle guerre in cui i Persiani erano stati sconfitti, è quella di rappresentare gli eventi, dalla parte dei nemici sconfitti, e non da quella della trionfante Atene.
Un messaggero reca ai persiani e alla loro regina la notizia della disfatta di Salamina, con dovizia di particolari, appare poi lo spettro di Dario, padre di Serse, re persiano sconfitto, il quale motiva la sconfitta mettendo in campo la vera protagonista dell’opera la hy’bris, quella tracotanza che accieca chi si vuole ostinare a compiere un’impresa che, non solo è al di sopra delle sue possibilità, ma è anche contro ogni logica umana e costruttiva, non essendo pertanto concretamente ragionevole.
E’ un po’ come se oggi qualcuno narrasse la guerra in Ucraina, nello stesso palazzo di Putin, portando in continuazione notizie di poveri giovani russi ammazzati, di distruzioni sconfinate e prive di ogni senso umano, come quelle di case, ospedali e scuole, di una popolazione ucraina innocente di anziani, donne e bambini massacrata e costretta all’esilio, senza che si possa vedere una fine o una soluzione diplomatica al conflitto. E alla fine magari comparisse pure il fantasma di Breznev a dire a Putin: “Ma chi te lo ha fatto fare? Potevi tenerti la Crimea e il Donbass, senza impantanarti in un conflitto senza né capo né coda che rischia di tramutarsi in una rotta peggiore di quella afghana. La hy’bris non ha tempo né confini, mai.
Dubito che qualche scrittore o regista ucraino possa un giorno narrare o mettere in scena tale situazione, ma, ovviamente, non possiamo escluderlo..
Tutto ciò per dire che la cultura, da che mondo è mondo, va ben oltre la contingenza e la stessa storia, narrando i pregi e i difetti di una umanità che difficilmente riesce ad imparare dai suoi errori, anche a distanza di molti secoli.
Senza la cultura, e soprattutto senza che gli orizzonti culturali possano essere svincolati dalle logiche dei vari nazionalismi ed imperialismi, essendo così liberi di spaziare e di diffondersi in tutto il mondo, rischiamo di essere mutilati nell’animo esattamente come le vittime di ogni guerra.
L’isteria che porta a condannare l’intellettuale che cerca anche di capire le ragioni sicuramente strumentali dell’aggressore, bollandolo come nemico o cerchiobottista, perché non cede al manicheismo dell’ “o con noi o contro di noi”, la furia iconoclasta con cui si reclamano subito le opere prestate a musei che le espongono nelle località della parte avversa, la chiusura repentina di corsi che trattano argomenti culturali e storici del “nemico”, ebbene tutto ciò corrisponde alla sconfitta dell’intelletto che anima la scelta di diffondere l’arte come veicolo di pace e solidarietà tra i popoli, e alla umiliazione della ragione universale da cui ogni opera d’arte trae la sua origine e il suo fondamento.
In Italia, anche durante il periodo fascista e durante la guerra, a nessuno è mai venuto in mente di chiudere corsi di letteratura americana o anglosassone, né di impedire la pubblicazione di opere di autori di tale provenienza. Oggi, invece, nella nostra “repubblica democratica”, in spregio agli articoli 9 e 33 della nostra Costituzione, assistiamo al tentativo di chiudere un corso su Dostoevskij e l’università di Trento ha deciso il 2 marzo “all’unanimità di sospendere le collaborazioni in atto con studiosi legati ad istituzioni russe”. In ambito internazionale agli atleti russi disabili è stato impedito di partecipare alle paraolimpiadi, 23 opere esposte in Italia verranno restituite alla Russia, come richiesto dal ministero della cultura di quel paese, in un crescendo di follia che investe la cultura e i valori umani più profondi
E tutto questo sotto la minaccia incombente di ritorsioni nucleari che spazzerebbero dalla faccia della terra e della storia, non solo milioni di esseri umani in poche decine di minuti, ma anche le loro opere d’arte più significative.
Abbiamo avuto l’homo di Neanderthal, l’homo sapiens, quello sapiens sapiens, e adesso con tutto l’apparato tecnologico possibile immaginabile, abbiamo la presenza sconfortante dell’homo demens che minaccia di distruggere non solo se stesso, ma persino ogni traccia che ha lasciato nella storia.
Viviamo in un’epoca in cui l’intellettuale o è allineato al potere oppure viene fatto oggetto, nella migliore delle ipotesi, di scherno e nella peggiore viene prima costretto a tacere oppure messo in galera, o fatto addirittura sparire.
Abbiamo combattuto una guerra calda e un fredda solo per piombare di nuovo nell’oscurantismo e nella impossibilità di esprimere il libero pensiero?
Dobbiamo quindi assistere in maniera pietosamente sconfortante al “razzismo culturale”, per cui non importa quello che una cultura ha realizzato e diffuso e contribuisce tuttora a diffondere in termini di estetica e di valori globali, essa è comunque condannabile “a prescindere” se è la cultura del “nemico”, in modo talmente idiota da trascurare del tutto il fatto che la cultura, se è davvero tale, nasce proprio per non avere nemici in ogni dove e in ogni tempo, in quanto è sempre universale, oppure semplicemente non è cultura.
A che servono, a questo punto, le scuole dove si confrontano e convivono imparando gli uni con gli altri, alunni ormai di ogni provenienza e di ogni etnia? A che serve l’Intercultura? Se poi agli alti livelli istituzionali e culturali, pratichiamo il “razzismo culturale”.
La risposta a queste domande, assieme alla cifra dell’homo demens del nostro tempo, ce la fornisce proprio Dostoevskij quando ci dice che : “La civiltà ha reso l’uomo, se non più sanguinario, in ogni caso più ignobilmente sanguinario di quanto fosse un tempo”.
E ancora: “La sofferenza, il dolore sono l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Gli uomini veramente grandi, credo, debbono provare su questa terra una grande tristezza”.
In effetti, di fronte al dolore che ci affligge per questa ennesima dimostrazione della idiozia umana che proviene dalle reiterate distruzioni e dagli assassinii dell’ennesima guerra e dall’erigere barriere culturali del tutto prive di ogni senso, non possiamo che provare una sconfinata tristezza, e a sanguinare non è solo il cuore, ma anche un intelletto che sia tuttora saldamente ancorato ad una ragione universale.

 

Carlo Felici