Emmanuel Macron vince con il 58,55% il ballottaggio delle Presidenziali francesi del 2022, ma Marine Le Pen mai così in alto nei consensi. Un grande risultato per il giovane presidente uscente, oggi rientrante, seppur in notevole calo rispetto al robusto 66,01% ottenuto nel 2017.
Speculare il consenso espresso per l’avversaria Marine Le Pen, ben due milioni di voti guadagnati extra, e che considera «una speranza» la sua sconfitta, come la ha definita lei stessa riconoscendo, dopo i primi exit poll, la vittoria del capo dello Stato.
Secondo l’ultima stima di Ipsos e poi nel conteggio ufficiale dei voti effettivamente espressi nelle urne, la leader dell’estrema destra sovranista si attesta, infatti, a una percentuale mai raggiunta prima, ben il 41,45%.
Con un’affluenza del 71,8% degli oltre 48,7 milioni di aventi diritto, un’astensione mai così ampia e un Esagono nei fatti spaccato in due, Macron torna dunque all’Eliseo, ma con maggiori e più impegnative responsabilità, ed anche in vista di assicurare nuovamente la maggioranza parlamentare al suo partito-movimento En Marche nelle Legislative del prossimo giugno per poter governare in autosufficienza.
Innanzitutto, Emmanuel Macron dovrà modificare la sua immagine di leader distante dalle persone, rappresentante delle élites e dei “quartieri alti” ed essere un presidente più “proche”, vicino alle esigenze della popolazione “normale”, ascoltando molto l’insoddisfazione ed anche la «collera» dei cittadini normali, come, peraltro, ha esplicitamente riconosciuto lo stesso presidente, parlando alla folla festeggiante dei suoi sostenitori dopo il successo.
E proprio arrivando in piazza, a chiusura delle urne, qualche segnale lo ha dato. Intanto, non giungendo solingo e solitario come cinque anni fa, ma con la moglie Brigitte mano nella mano, accompagnato in strada da ragazzi e ragazze – elettori in massa del leader della sinistra Jean-Luc Mélenchon – e immerso, quasi sommerso, da e tra i manifestanti, prima di salire sul palco con sullo sfondo la Torre Eiffel e uno schermo tricolore con lo slogan della campagna elettorale ‘Nous tous’. Un inedito.
Dopo i ringraziamenti di rito e affermando di portare massimo rispetto all’avversaria sconfitta e soprattutto a chi la ha votata, il capo dello Stato ha strizzato l’occhio al quasi 22% di elettori de La France Insoumise al primo turno, che poi si sono adesso espressi per lo stesso Macron in misura del 42%, ma non solo.
Il presidente eletto ha, infatti, apertamente riconosciuto di essere stato votato da moltissimi cittadini soltanto per «sbarrare la strada all’estrema destra» e «non per sostenere le mie idee» e progetti.
La stessa consapevolezza Macron ha mostrato per i molti francesi che non sono andati ai seggi, sottolineando come «dovremo dare risposte a chi si è astenuto». E questo anche rivolgendosi agli elettori della Le Pen, volendo tenere nel giusto conto le esigenze di quella ampia fascia di insoddisfazione che si è espressa nei seggi per l’ultradestra della “Bleu Marine”, e senza nominarle, anche nelle strade con le agitazioni dei Gilet gialli e le proteste sociali e sindacali susseguitesi a ripetizione durante il suo mandato. Quindi il presidente ha sottolineato fortemente il suo prossimo cambio di passo: il voto «ci impone un cambiamento concreto, di considerare tutte le difficoltà, le divisioni» interne, proponendo un «progetto ambizioso» per il prossimo quinquennio.
Si tratta di «un progetto umanista, ecologico, per il nostro Paese, repubblicano e sociale, fondato sul lavoro e sulla creatività, di liberazione delle forze accademiche e culturali» oltre che porre maggiore attenzione ai giovani e alle donne, ha proclamato, in conclusione del suo intervento, Macron. Rivolgendosi, poi, ancor più apertamente alle aree critiche e di opposizione sociale si è particolarmente sbilanciato: «vogliamo operare per una società più giusta e per l’eguaglianza».
Intanto, oltre al rientro nelle stanze della presidenza, Emmanuel Macron come gli altri leader politici e di partito deve pensare al “terzo turno”, le Legislative.
Marine Le Pen si è lamentata dell’attacco «violento» portato dal presidente uscente durante il dibattito televisivo e nei comizi successivi con la frase-clou di essere «dipendente dalle banche russe», ma adesso la leader dell’estrema destra deve capitalizzare nuovamente i voti presidenziali per il suo Rassemblement National. L’altro esponente della destra radicale, Éric Zemmour, con il suo 7% raccolto al primo turno, ha auspicato una «Unione nazionale» elettorale con i lepenisti. Ma lo stesso Macron avrà la difficoltà del bis del 2017 ed ottenere ancora la maggioranza assoluta autosufficiente dell’Assemblea nazionale.
Non meno importante il voto di giugno anche per il capo della sinistra radicale, l’ex esponente dell’oramai quasi scomparso Partito Socialista, Jean-Luc Mélenchon, che spinge per affermare la sua France Insoumise come partito ago della bilancia e magari – improbabile ma da lui rivendicato ieri – essere il prossimo Primo ministro in coabitazione con Macron, dopo le elezioni parlamentari, le dimissioni del premier macroniano Castex e il suo successore di transizione, nominato dal presidente rientrante, fino alle Legislative.
Sullo sfondo, vi è, infine, l’incognita della rappresentanza e forza delle due formazioni tradizionali della V Repubblica, tramortite e annichilite elettoralmente a percentuali imbarazzanti dai liberal-social-centristi di En Marche, la destra tradizionale, già ex gollista dei Républicains ed il Partito Socialista. Per non parlare poi del Pcf di Fabien Roussel, di fatto risucchiato in voti dai mélenchoniani.
Anzi, qui è da notare che Mélenchon ha un conto aperto proprio con il segretario comunista Roussel che ha voluto presentarsi diviso alle Presidenziali. Ottenendo il 2,3% e 800mila suffagi, è stato accusato da Mélenchon di aver fatto perdere alla Gauche l’occasione di sfidare nel ballottaggio Macron con i pochi voti di differenza che gli sono mancati, 400mila, rispetto alla Le Pen.
Roberto Pagano