È ormai tempo di rimpianti. Più passa il tempo e più emergono con forza personaggi e vicende del passato. Capita nei momenti di crisi. Chi rimpiange Fellini e Visconti, chi Merckx e Coppi, chi Del Monaco e Corelli, la Callas e la Tebaldi, il mundial spagnolo, Sivori e Platini e perfino Mike Bongiorno. Generalmente la rivalutatione o revaluation esprime giudizi corretti, perché il merito è sancito dopo anni di riflessioni e di paragoni. In politica adesso è il momento di Berlinguer. Sapete che alle primarie si doveva pagare due euro e la battuta ricorrente era: “Accontentatevi dei candidati. Con due euro volete Berlinguer?”. Mi ha molto colpito il pezzo di Giovanni Orsina su La Stampa di ieri a proposito del capro espiatorio. L’ipotesi del valente giornalista è la seguente, a proposito della tendenza degli italiani a trovare sempre un capro espiatorio: “Non l’unica causa, certo, ma almeno una delle cause del declino italiano consiste nel fatto che, a partire soprattutto da Tangentopoli, la politica non solo non ha contrastato questa propensione – per così dire – all’auto-deresponsabilizzazione, ma l’ha potentemente alimentata.
Perché a partire da Tangentopoli? Perché gli anni di Tangentopoli hanno visto ergersi in Italia una gigantesca «macchina da capri espiatori» a cerchi concentrici – un marchingegno diabolico come quello descritto da Kafka in uno dei suoi racconti più raggelanti, «Nella colonia penale». Nel 1992-93 la società civile ha scaricato sul ceto politico ogni responsabilità per gli errori commessi nei decenni precedenti. L’anello esterno del ceto politico – leghisti e missini – a sua volta ha scaricato quegli errori sui partiti del cosiddetto «arco costituzionale” L’anello esterno dell’arco costituzionale, i post-comunisti, sulle forze di governo. Le forze di governo sul Partito socialista. E il Partito socialista sull’arci-capro espiatorio, Bettino Craxi, conficcato in fondo all’imbuto come Lucifero nell’inferno dantesco”.
Il giornalista riconosce che “come ogni capro espiatorio che si rispetti Craxi era allora uno dei pochi che dicevano la verità. Si rileggano i suoi discorsi alla Camera del 3 luglio 1992 e 29 aprile 1993: il funzionamento gravemente patologico del finanziamento ai partiti era un problema politico, strettamente dipendente dal funzionamento anch’esso patologico di una repubblica cresciuta all’ombra della Guerra fredda. Nel momento in cui la Guerra fredda terminava, quindi, i conti andavano fatti per via politica, e non giudiziaria. Così non è stato, e la repubblica bipolare – figlia di quella macchina kafkiana per la produzione concentrica di capri espiatori – è nata storta. Berlusconi si è presentato come il frutto delle virtù immacolate della società civile, e in particolare del ceto imprenditoriale, e si è alleato col cerchio più esterno del vecchio ceto politico, Lega e Msi”.
Dall’altra parte i post-comunisti avevano già dal 1992 scaricato ogni colpa “sui partiti di governo e soprattutto sui socialisti craxiani, considerati l’incarnazione dello spirito deteriore degli anni ottanta – come se quel decennio non avesse alcun rapporto coi decenni precedenti, ma fosse il frutto d’una specie di invasione barbarica. Nel 1994 è stato loro sufficiente sostituire Craxi con Berlusconi. Hanno così potuto perpetuare il mito berlingueriano della propria diversità morale, usandolo per schermare ogni mancanza e responsabilità, e invece di ripensare e ricostruire la politica l’hanno subordinata alle logiche etiche e giudiziarie”. Così la cosiddetta seconda repubblica si è rifiutata di fare i conti con la prima e i partiti degli ultimi vent’anni hanno dimostrato la loro più assoluta incapacità di affrontare i loro errori. “Possiamo meravigliarci allora”, conclude Orsina, “che gli italiani abbiano reagito delegittimando in blocco la politica, dandosi all’indignazione cosmica e alle lamentazioni prive di costrutto, e respingendo anch’essi qualsiasi addebito?”. Come non essere d’accordo, in clima di revaluation, su un articolo che dice la verità?