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L’IPOCRISIA

Di Mafue / Matt Boulton - originally posted to Flickr as Paralympic Slalom, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9747714

Le Paralimpiadi hanno avuto il coraggio di non fare ciò che troppo spesso lo sport internazionale fa: discriminare gli atleti dei Paesi che non ci piacciono. E già questo basta per scatenare l’ennesima polemica politica. Strano destino quello dei Giochi che ogni quattro anni vengono raccontati come la grande festa universale dello sport, la celebrazione del fair play decoubertiniano. Ma a ben vedere con Pierre de Coubertin ormai non c’entrano più nulla. La politica degli interessi entra puntualmente a gamba tesa e travolge tutto. È accaduto di nuovo quando l’organizzazione paralimpica mondiale, con sede a Bonn, ha semplicemente fatto ciò che dovrebbe fare qualsiasi istituzione sportiva: permettere agli atleti disabili russi di partecipare ai Giochi con la loro bandiera. Apriti cielo. Immediatamente si è levato il coro indignato di governi e commentatori che pretendono di trasformare le competizioni sportive in una prosecuzione della guerra con altri mezzi. Naturalmente nessuno nega il dramma della guerra e delle sue vittime. Ma qui la domanda è un’altra, ed è molto semplice: davvero si pensa di colpire un governo impedendo a un atleta disabile di gareggiare? Davvero la morale internazionale si misura con il passaporto di uno sportivo? Il punto è che lo sport da tempo è diventato terreno di propaganda e di ipocrisie. Gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali si ergono a giudici universali su chi meriti o meno di stare sulla scena internazionale. Gli stessi Stati Uniti che continuano a presentarsi come paladini dei diritti mentre al loro interno faticano ancora a liberarsi dalle ombre di un razzismo che attraversa la loro storia e che periodicamente riemerge con violenza. E allora la questione diventa inevitabile. Se il criterio per partecipare ai Giochi è la purezza politica dei governi, quanti Paesi resterebbero davvero in gara? Quanti Stati potrebbero dirsi immuni da guerre, violazioni dei diritti, ipocrisie diplomatiche o doppie morali? Se si aprisse davvero questo processo universale probabilmente metà del mondo dovrebbe restare a casa. Compresi coloro che oggi si sentono in diritto di distribuire patenti di moralità. Le Paralimpiadi dovrebbero rappresentare esattamente il contrario di questa logica: uno spazio in cui lo sport supera le barriere invece di crearne di nuove. Gli atleti paralimpici portano con sé storie di sofferenza, forza e determinazione che dovrebbero unire il pubblico mondiale, non diventare l’ennesima pedina sulla scacchiera geopolitica. Trasformare anche le Paralimpiadi in un campo di battaglia ideologico significa tradire lo spirito stesso dello sport. E soprattutto significa accanirsi proprio contro chi, nello sport, ha già dovuto combattere le battaglie più difficili. Alla fine resta solo una domanda, scomoda ma inevitabile: se lo sport diventa tribunale politico chi resterà davvero innocente abbastanza per scendere in campo?