Si parla di pace in Ucraina, invece continua la guerra lasciando il popolo ucraino abbandonato ad un destino umanamente inaccettabile.
Sono passati quasi quattro anni di guerra incessante dove distruzione e morte aumentano di giorno in giorno in una tragedia infinita.
La guerra in Ucraina continua a dominare l’attenzione internazionale, con segnali contrastanti sui progressi verso un accordo di pace. Kiev ha approvato il testo aggiornato, che incorpora le richieste ucraine insieme a diversi rilievi europei. Washington celebra quello che considera un passo avanti significativo: il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato che la Russia starebbe facendo concessioni. Ma il Cremlino frena: pur riconoscendo “elementi potenzialmente positivi”, ritiene che molte sezioni richiedano ancora “una seria discussione”, un confronto che, secondo Mosca, finora non si è mai concretizzato, smentendo qualsiasi rinuncia o concessione. Secondo il New York Post, citando fonti informate, la guerra durerà almeno fino a dopo Natale.
Trump teme un crollo dell’esercito ucraino e preme per un accordo: Witkoff andrà a Mosca, ma Putin vuole che si rispetti l’intesa di Anchorage.
Intanto la guerra resta in piena escalation: le forze russe avanzano in campo verso Pokrovsk, Huliaipole e Siversk, mentre nuovi attacchi notturni hanno colpito Zaporizhzhia causando 18 feriti. Segnalato anche un raid di droni su Cheboksary, nel cuore della Russia. Episodi che si leggono continuamente nella cronaca di guerra.
Il piano di pace di Donald Trump per l’Ucraina cambia forma quasi quanto il conflitto che vorrebbe risolvere. L’ultima versione, partorita ad Abu Dhabi, è considerata provvisoria e potrebbe essere superata presto, segno che il negoziato avanza ma resta sospeso su un equilibrio fragile. Sebbene il contenuto dettagliato dei 19 punti non sia ancora pubblico, i diplomatici confermano che la bozza tocca tutti i nodi che finora hanno bloccato un accordo: a partire dalla gestione dei territori occupati, questione definita “delicata” da più fonti. Il documento prova inoltre a delineare un possibile cessate il fuoco, la sequenza delle misure di sicurezza e le condizioni per la smilitarizzazione di alcune aree. Rimane molto controverso il capitolo sulle eventuali limitazioni all’esercito ucraino: Bruxelles e Kiev respingono qualsiasi clausola che possa ridurre la capacità difensiva del Paese, mentre Mosca insiste su garanzie che riducano il rischio di una minaccia ai propri confini.
Washington non nasconde un certo ottimismo: l’amministrazione Trump definisce la trattativa “molto vicina al traguardo” e ha annunciato due mosse chiave, la visita dell’emissario speciale Steve Witkoff a Mosca per un incontro diretto con Vladimir Putin e l’arrivo a Kiev del segretario dell’esercito Usa Steven Driscoll. Nonostante Trump sostenga che “i russi stanno facendo concessioni importanti” e che non sia stata fissata alcuna scadenza rigida, a Mosca il clima è completamente diverso. Il Cremlino parla di tempi “prematuri”, come ribadito dal portavoce Dmitry Peskov, mentre il consigliere presidenziale Yuri Ushakov definisce “inaccettabili” le indiscrezioni sulla sua telefonata con Witkoff, accusando alcuni interlocutori occidentali di voler ostacolare il riavvicinamento con Washington. Sebbene la Russia confermi l’imminente visita dell’emissario statunitense, insiste sul fatto di aver ricevuto soltanto versioni “informali e talvolta discordanti” della bozza di pace, “alcune delle quali possono anche confondere”, e precisa che ad Abu Dhabi non si è svolto alcun vero lavoro tecnico sul testo. Per questo il Cremlino ritiene impossibile parlare di un’intesa imminente: e sebbene Ushakov ammetta che “piacerebbe” chiudere la guerra entro il 2025, la leadership russa ribadisce che, allo stato attuale, non esistono basi concrete per una soluzione.
L’Unione europea accoglie con favore l’avanzamento dei negoziati, ma pone paletti chiari: “Nulla sull’Ucraina senza l’Ucraina” e nessun accordo che possa minare la sicurezza del continente. Sia Ursula von der Leyen sia Kaja Kallas hanno sottolineato che la pace deve essere “giusta e duratura” e non deve lasciare Kiev vulnerabile a nuove aggressioni. La Ue è inoltre impegnata nella definizione di uno schema per utilizzare i proventi degli asset russi congelati. Bruxelles lavora a un “prestito di riparazione” garantito da tali fondi, o, in alternativa, a una soluzione ponte nel caso in cui il piano di pace non dovesse concretizzarsi rapidamente. Gli stessi leader europei avvertono però che al momento “non c’è alcun segnale che la Russia sia pronta a un cessate il fuoco”.
Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, valuta teoricamente possibile la fine della guerra entro il 2025, pur ammettendo che “non ci sono indicatori concreti” da Mosca. La linea dell’Alleanza resta invariata: sostegno militare a Kiev finché necessario e garanzie di sicurezza future “credibili e verificabili”.
In Europa, però, non tutti procedono allineati. Ungheria e Serbia si schierano apertamente a favore del piano di Trump e chiedono la sua applicazione immediata, senza ulteriori revisioni così come ha dichiarato anche il governo Meloni per l’Italia. Una posizione che alimenta nuove fratture in un’Unione già divisa sul futuro delle sanzioni e sulla gestione dei beni russi congelati.
I piani di pace, inizialmente di 28 punti, si restringono a 19. L’inviato di Trump, Steve Witkoff, è accusato di aver suggerito al Cremlino come comportarsi con il presidente USA per convincerlo. La von der Leyen tuona contro l’acquisizione di territori altrui con la forza. Le trattative per porre fine alla guerra in Ucraina, al di là delle dichiarazioni ottimistiche di parte americana, si svolgono in un clima di confusione, senza accordo sugli elementi fondamentali: i territori da cedere ai russi, il futuro dell’esercito ucraino, il ruolo della NATO.
Fabio Mini, generale già capo di stato maggiore della NATO per il Sud Europa e comandante delle operazioni di pace della NATO in Kosovo, intervistato dal Sussidiario, ha spiegato: “Prima di dire che si è vicini a un’intesa, meglio aspettare che lo stesso Witkoff si rechi a Mosca per parlare con Putin per capire la posizione ufficiale russa, ferma ancora a quanto pattuito nel vertice di Anchorage”. Gli accordi di Anchorage sono rimasti custoditi in un segreto noto solo solo a Putin e Trump.
Il presidente americano, intanto, ha fretta: il Pentagono gli ha riferito che l’esercito ucraino non reggerà l’inverno e non vuole che i russi si prendano tutta l’Ucraina, con la quale gli USA hanno importanti accordi economici. Il capo del Cremlino, invece, di fretta non ne ha, sta vincendo e vuole valutare la proposta di pace con i suoi diplomatici e con i BRICS. In realtà l’inverno potrebbe essere amico dell’Ucraina e l’esercito russo che avanza potrebbe impantanarsi nella trappola del gelo e nella difficoltà dei rifornimenti.
Non sappiamo cosa andrà a dire Witkoff al Cremlino, ma i russi sono rimasti ancora fermi ai punti affrontati ad Anchorage, sui quali allora gli americani avevano detto di essere d’accordo. Dovevano rispondere ufficialmente su quei temi ma non l’hanno fatto. Non sappiamo se l’inviato di Trump andrà a Mosca con il piano dei 28 punti o quello dei 19, o ancora con i 6-7 concordati in Alaska. L’impressione del generale Mini è che, se andrà con il documento che contiene 19 punti, dove non vengono trattate le questioni fondamentali che volevano i russi, Putin non potrà essere contento.
Fabio Mini vede soluzioni ventilate, ma non chiare: l’esercito ucraino ridotto a 600mila uomini, a parte il fatto che non si sa dove andranno a prenderli, è fuori misura; sull’entrata o meno nella NATO non c’è ancora una risposta definitiva.
C’è da chiedersi di che accordo si parla. Il generale italiano ha l’impressione che la Russia non rigetterà brutalmente il piano, però su almeno tre punti bisogna trovare una soluzione. L’iniziativa USA sull’Ucraina probabilmente è stata decisa in fretta perché Trump deve risolvere problemi interni che ha con i repubblicani e per salvare l’Ucraina dal disastro, prendendo tempo. In pratica, sia gli americani che gli europei, vogliono prendere tempo per riarmare l’Europa e riarmare l’Ucraina un’altra volta. Sono trucchi a cui i russi sono abituati, ma che non credo accetteranno. Restano comunque altre questioni importanti in sospeso.
Ad Anchorage era stato raggiunto un accordo sulle armi strategiche, nucleari. Non sappiamo se Witkoff parlerà anche di questo, ma sappiamo nemmeno quanto sia affidabile per l’Europa la trattativa degli Stati Uniti. Senza dubbio la trattativa è complessa e non la può condurre solo l’inviato di Trump. Il ministro degli Esteri russo, Lavrov, lo ha detto chiaramente: “ai negoziati devono pensare i diplomatici”. Infatti, del piano, finora, a nome della Russia non ha parlato nessuno. Putin deve discuterlo con i suoi.
Il Consiglio di sicurezza russo era per proseguire con la guerra, visto che Mosca sta vincendo, ma Putin ha riferito di aver parlato con i suoi alleati illustrando l’accordo raggiunto con Trump ad Anchorage e di aver concordato con loro che questa poteva essere una base per i negoziati. Gli alleati in questione sono i BRICS: Cina, India, Brasile, Sudafrica, probabilmente anche l’Iran. L’idea di Putin è che proprio i BRICS si devono qualificare come un’organizzazione multilaterale, e che i suoi aderenti vengano consultati per le questioni di carattere globale.
Gli americani hanno detto che non c’è una scadenza. Trump ha fretta di chiudere la questione ucraina per dedicarsi a quelle interne. Il Congresso è contro la Russia e credo che il presidente USA vorrà seguire questa linea: accontentare Zelensky e portare le sue richieste ai russi, poi, quando Mosca dirà di no, si presenterà ai repubblicani esponendo le alternative e cioè entrare in guerra, togliersi di mezzo o continuare una guerra di logoramento che non finirà mai. Userà il no dei russi per disimpegnarsi rispetto all’Ucraina, guadagnando tutto, perché nel frattempo se gli europei vorranno continuare la guerra dovranno comprare le armi da lui.
Gli Stati Uniti hanno già un controllo economico sull’Ucraina. Trump ha stretto accordi economici con l’Ucraina, ma se Kiev perderà la guerra cedendo altri territori, l’intesa decadrà e Trump la dovrà trovare con i vincitori (ammesso che già non sia stata ipotizzata). A muovere il presidente statunitense è stato il Pentagono, facendo capire che gli ucraini non supereranno l’inverno e se continua così i russi si prenderanno tutta la striscia di territorio fino alla capitale. Putin, invece, non ha fretta, ogni volta che fa una mossa sul campo acquisisce un diritto in più. Se Mosca dilaga, gli accordi economici firmati dagli USA con l’Ucraina non valgono più. Di fronte a una cosa del genere l’America potrebbe reagire e arrivare a pensare persino a una guerra nucleare.
Il generale Mini ha l’impressione che i russi siano disponibili a non reclamare Kherson e Zaporizhzhia, magari con l’impegno di tenere un referendum in cui la gente stabilisca se vuole stare da una parte o dall’altra, ma non molleranno su Donbass e Crimea.
In una dichiarazione su X di Iuliia Mendel, ex portavoce di Zelensky, si legge: “Il mio Paese sta morendo dissanguato. Molti di coloro che si oppongono istintivamente a ogni proposta di pace credono di difendere l’Ucraina. Con tutto il rispetto, questa è la prova più evidente che non hanno idea di cosa stia realmente accadendo in prima linea e all’interno del Paese in questo momento”.
Le domande che dovrebbe porsi ognuno di noi è se sono più importanti gli interessi economici o le vite umane, se è più importante il capitalismo o l’umanità.
Per noi socialisti la pace e l’umanità hanno un valore incommensurabile e li mettiamo sempre al primo posto. Gli ideali socialisti, nel pensiero di Filippo Turati e di Giacomo Matteotti, sono ancora inattuati e sono come un faro acceso assieme a quello di Giustizia e Libertà per illuminare il percorso dell’umanità.
Salvatore Rondello