L’undicesimo lungometraggio diretto da Matteo Garrone è, sin dalle prime inquadrature, un’operazione filmico-saggistica potente e affascinante. Non solo perché capace di sovvertire molte regole del film realistico, ma anche per l’innegabile e laborioso sforzo produttivo necessario per la sua realizzazione. Uomo di cinema a tutti gli effetti, artigiano, operatore, padrone della tecnica, Garrone sembrava incredibilmente aver deluso qualcuno della “grande critica” con il precedente “Pinocchio” uscito quattro anni fa, con Federico Ielapi e Roberto Benigni ritagliato nei limiti di un superbo caratterista.
“Io, capitano” è la storia di un viaggio, dal Senegal alle coste italiane. E’ il cammino della speranza (ragion per cui potremmo definire Garrone come un Germi trasbordato in Africa), la strada lunga un anno (ha il sapore di De Santis senza la retorica del melò fotoromanzato), speranza di libertà (non gli manca l’impegno civile del compianto Giuliano Montaldo e non è un’assurdità dire che una colonna sonora di Morricone sarebbe stata adatta a questo viaggio verista e, perché no, con la voce di Joan Baez).
Il film racconta di Seydou e Moussa, due inseparabili cugini senegalesi di Dakar che un bel giorno, come tanti, forse come tutti, decidono di fuggire dal loro paese: è il Senegal di Macky Sall, sull’orlo di una dura deriva autoritaria. I due cercano qui di raggiungere il vecchio continente alla ricerca di speranza, di una nuova vita. Dal Senegal al Mali, passando dal Niger fino alla sconfinata Libia, i due ragazzi affronteranno un’autentica odissea di sopravvivenza, tra l’assoluta perdizione delle dune del deserto e la violenza aberrante delle carceri libiche, ancora ben lontana dai principi di democrazia e di rispetto dei detenuti consolidati in Europa. Proprio in queste scene viene fuori tutto lo sforzo realistico di Garrone.
L’Africa di questo film è un’Africa vera, lontanissima dall’antirealista immaginario salgariano popolato di bestie feroci, elefanti, miraggi e foreste caldissime. Un’immaginario ricopiato poi in tanto, troppo cinema d’avventura e rimpianto da registi come Jacopetti e Prosperi in “Africa addio” (1966).
“Io, capitano” è un film del terzo millennio allo stato puro, ed è caratterizzato da un realismo assoluto e necessario per permettere allo spettatore di prendere coscienza sui reali problemi della popolazione africana, il cui esodo è assolutamente obbligatorio come ricerca di una nuova e migliore vita.
Il film raggiunge l’apice del suo crudo naturalismo nella lunga e sofferta sequenza del carcere libico e nelle ultime sequenze durante la tesa e sofferta traversata del Mediterraneo.
Ma il film è anche la storia di un’amicizia, di una complicità meravigliosa tra i due giovanissimi cugini adolescenti che sono praticamente inseparabili. Tra Seydou e Moussa c’è una totale e assoluta compenetrazione di idee, è il connubio tra due coetanei che condividono lo stesso destino, le stesse infauste circostanze e ovviamente le stesse speranze. La loro è un’amicizia ben più seria di quella virile millantata da molti film di guerra, western o di mafia, spesso mossa da intenti umani assolutamente esecrabili. Per Garrone invece l’amicizia è una cosa seria che implica e comporta, come dicevano i Latini, una contiguità tra due persone con identiche sensibilità, dal momento che la parola “amicus” ha a che fare con la parola “amor” .
E tra gli altri grandi pregi di “Io, capitano” vi sono anche le formidabili, commoventi, quasi strazianti inquadrature dello spazio desertico, dei bassifondi libici e senegalesi, all’insegna di un rigore tecnico e di cura dei dettagli praticamente intoccabile. Certo, come già accennato, l’odissea garroniana ha forti punti di contatto con il verismo, il naturalismo e il neorealismo, ma anche con il nuovo cinema di impegno civile sul tema dell’immigrazione e del disagio sociale (da “Fiore gemello” di Laura Luchetti a “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi) e con una marcia narrativa e testuale ben più convincente (i film citati infatti presentano alcuni tratti manieristici). E non manca qualche tocco di poetico surrealismo, come quando, nella commovente sequenza della morte dell’anziana durante la sfibrante traversata nel deserto, Seydou immagina di riportarla in vita facendola fluttuare nell’aria, come fosse una candida anima aerostatica.
Con notevole sensibilità Garrone porge allo spettatore un portrait dell’Africa meticoloso e umanisticamente doveroso, ma anche l’atmosfera di un continente votato all’esodo verso l’altra sponda del Mediterraneo, ripopolando un’Europa in crisi demografica e di risorse culturali e quindi più che bisognosa del compulsivo arrivo di migranti, utili alla sopravvivenza della società, del multiculturalismo e della multi religiosità. Quella di Garrone è insomma una sensibilità pseudo politica che ci fa, fortunatamente, dimenticare le pericolose derive xenofobe dell’Italia dei giorni nostri.
L’arrivo sulla sponda italiana per i protagonisti sarà difficile e, non a caso, uno di loro dovrà improvvisarsi Capitano, marinaio al timone dell’imbarcazione che traghetterà altre decine di migranti verso la terra della speranza. Anche nella conclusione del racconto Garrone evita con estrema intelligenza le trappole della ridondanza patetica e dell’ironia populista, come quella di Checco Zalone in “Tolo Tolo”.
“Io, capitano” è un catalogo di tutti i sentimenti umani; emana una soffusa malinconia esotica, una suspense sulla violenza e sulla cattiveria umana e, come già detto, i valori dell’amicizia tra due baldi giovani di belle speranze che non si piegano alla frase fatta da glossario malpensante della serie “nessuno può andare oltre il proprio destino”.
analisi critica e letteraria di Gianmarco Cilento