Economia

Patto di stabilità, la commissione UE propone le modifiche

Di EmDee - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=91781296

La Commissione europea ha proposto una modifica al Patto di Stabilità che cambia le regole. Secondo il Commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, la riforma richiederà ai Paesi membri di migliorare la “qualità” della loro spesa pubblica per aumentare gli investimenti pubblici. Gentiloni ha sottolineato che nel nuovo quadro di governance economica Ue proposto ieri, il livello di investimenti pubblici deve essere più elevato rispetto al periodo precedente, il che è un requisito per estendere il percorso di aggiustamento concordato con la Commissione. Tuttavia, l’equilibrio tra la spesa pubblica prudente e l’aumento degli investimenti non è facile da trovare. Pertanto, la Commissione deve fare uno sforzo sulla qualità della spesa pubblica per avere la possibilità di aumentare gli investimenti pubblici e prevenire un declino progressivo degli investimenti pubblici.
Rafforzare la sostenibilità del debito pubblico e promuovere una crescita sostenibile  in tutti gli Stati Ue attraverso riforme e investimenti per consentire la transizione verde e digitale è sicuramente una priorità. Sarebbe questa la sfida al centro della riforma del Patto di stabilità e crescita che il commissario Ue all’Economia Paolo Gentiloni e il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis hanno presentato ieri. Dopo diversi rinvii sono stati finalizzati i testi legislativi. La crisi finanziaria ha dimostrato che l’obiettivo è evitare che la riduzione del debito pubblico porti a una contrazione degli investimenti e della crescita. Di qui la necessità di riformalo per avere regole più chiare, flessibili e adattabili alle esigenze dei singoli Paesi. Il Patto è stato sospeso nel marzo del 2020 per lo choc economico causato dalla diffusione del Covid ma dovrebbe essere ripristinato da gennaio 2024.
La proposta della Commissione dovrà superare però le diverse posizioni dei Paesi dell’Ue. La Germania è già sul piede di guerra perché non sono state accolte le sue richieste di introdurre parametri quantitativi annualmente misurabili per la riduzione del debito pubblico, specialmente per i Paesi più esposti come l’Italia. Per la Germania, come per altri Paesi frugali la Commissione ha troppa discrezionalità.
Il negoziato entrerà nel vivo solo in autunno e l’obiettivo dell’Ecofin è arrivare a un’intesa entro fine anno. Ma oltre a trovare un accordo al proprio interno dovrà anche negoziare con il Parlamento Ue.
La riforma del Patto punta ad attribuire una forte titolarità nazionale nell’impegno alla riduzione del debito pubblico con piani completi a medio termine, basati su norme comuni dell’Ue. I Paesi Ue saranno chiamati a negoziare con la Commissione Ue piani strutturali di bilancio nazionali a medio termine (l’equivalente dei Pnrr) nei quali definiscono i loro obiettivi di bilancio, le misure per affrontare gli squilibri macroeconomici, le riforme e gli investimenti prioritari per un periodo di almeno  quattro anni che potrà essere esteso a sette anni se sostenuto da riforme e investimenti precisi. Questi piani saranno valutati dalla Commissione e approvati dal Consiglio sulla base di criteri comuni dell’Ue.
Gli Stati membri presenteranno relazioni annuali sui progressi compiuti. L’unico indicatore operativo per la sorveglianza di bilancio, questa è una novità molto importante, sarà la spesa pubblica primaria, con una semplificazione profonda delle regole di bilancio. Per ogni Stato membro con un deficit superiore al 3% o un debito pubblico superiore al 60% del Pil, la Commissione pubblicherà un piano di aggiustamento per Paese. Questa traiettoria tecnica cercherà di assicurare che il debito sia messo su un percorso plausibilmente discendente o che rimanga a livelli prudenti, e che il deficit rimanga o sia portato e mantenuto al di sotto del 3% nel medio termine.
Si applicheranno salvaguardie comuni per garantire la sostenibilità del debito. Rispetto al vecchio patto di Stabilità rimangono i parametri di Maastricht del tetto del deficit al 3% e del debito pubblico al 60%. Rimane anche la regola per i Paesi che superano il 3% di deficit del rientro annuo pari allo 0,5%. Il rapporto tra debito pubblico e Pil dovrà essere alla fine del periodo coperto dal piano inferiore a quello dell’inizio del periodo stesso. Anche in caso di piano in sette anni, già alla fine di quattro anni ci dovrà essere una riduzione del debito. Gli Stati membri che beneficiano di un periodo di aggiustamento fiscale prolungato dovranno garantire che lo sforzo fiscale non venga rimandato agli ultimi anni. Inoltre i Paesi Ue dovranno mantenere la crescita della spesa netta al di sotto della loro crescita economica a medio termine.
È stata mantenuta la clausola generale di salvaguardia (attivata a marzo 2020) e sarà attivata in caso di grave recessione economica nell’Ue e nell’Eurozona. In più sono previste clausole specifiche per Paese che permetteranno di deviare dagli obiettivi di spesa in caso di circostanze eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro con un impatto significativo sulle finanze pubbliche. Il Consiglio, sulla base di una raccomandazione della Commissione, deciderà in merito all’attivazione e alla disattivazione di tali clausole.
La procedura per i disavanzi eccessivi per il superamento del 3% del deficit rimane invariata. Mentre la procedura per i disavanzi eccessivi legati al debito pubblico è rafforzata e si concentrerà sugli scostamenti da parte degli Stati membri dal percorso di spesa netta per il quale il Paese si è impegnato e che è stato approvato.
La proposta presenta dei limiti che coinvolgono particolarmente l’Italia e gli italiani che subirebbero un vero e proprio salasso. Salta il principio di solidarietà tra i Paesi membri su cui si basa la coesistenza dell’Unione europea. Non si può escludere che finirebbe per alimentare le motivazioni antieuropeiste che se dovessero prevalere avrebbero effetti ancora più disastrosi. Pensiamo, all’Italia ed agli italiani, ma pensiamo anche al bene collettivo di tutti gli europei. Infatti, se un solo Paese dovesse risultare eccessivamente penalizzato, anche gli altri Paesi membri subirebbero gli effetti negativi. Inoltre, si ravvisano elementi di incoerenza anche verso l’Italia che prima viene “aiutata” con un finanziamento del Pnrr tra i più consistenti erogati dall’Unione europea e, adesso, invece, diventerebbe come una spada di Damocle. Al governo Meloni viene fornito un alibi insperato, per poter scaricare sull’Unione europea ogni accusa che l’opposizione dovesse avanzare verso il governo di centro destra.
Ma prima di ogni cosa, bisognerebbe pensare, oltre agli interessi degli italiani, agli interessi di tutti i cittadini europei per i quali lo sviluppo economico è essenziale. I giochi dei furbetti al potere non pagano gli interessi dell’umanità, non uniscono ma dividono, e le divisioni quando sono estremizzate portano alle guerre economiche, finanziarie, sociali e militari.
Un accettabile patto di stabilità necessita di una visione più ampia rivolta essenzialmente al bene dell’umanità e di tutti i cittadini dell’Unione europea.

Salvatore Rondello