“Basta la parola”, come scandiva una vecchia pubblicità. Altro che assumersi delle responsabilità, sostenere, giuste o sbagliate che siano, delle posizioni. Come avviene ormai troppo di frequente, e perfino dopo azioni criminose, basta chiedere scusa e la salvezza è a portata di mano. I pentiti sono entrati in scena in modo dirompente durante la lotta al terrorismo rosso e alla mafia. Ma allora esisteva una motivazione e cioè la necessità di scoprire altri colpevoli. In politica invece, secondo la beata Serracchiani, se sbagli basta chiedere scusa e sarai perdonato.
Ma perché chiedere scusa, nel caso del voto su Azzollini, se ogni senatore ha votato secondo coscienza? È’ stata sbagliata la decisione di non dare indicazione di voto? Ma non è fuorviante dare indicazioni di voto su questioni che attengono la libertà di una persona? Se era giusta la decisione di Zanda di lasciare libertà di voto (ma il voto segreto, che si è giustamente mantenuto per decisioni che riguardano le persone, tranne che per Berlusconi per la verità, è sempre un voto senza rete) allora si dovrebbe chiedere scusa perché la libertà di coscienza ha dato un esito imprevisto. Dunque si voleva una libertà di voto condizionata?
Penso anch’io che sul caso Azzollini, come su altri casi analoghi, non esistessero i presupposti giuridici per pretendere l’arresto preventivo dell’imputato. Non per la presunta colpevolezza o innocenza del senatore inquisito, come pure sostiene Pietro Ichino, e che dovrà essere tuttavia processato, ma per l’insussistenza delle tre fattispecie che lo prevedono. Come ho già scritto questo vale per molti indagati, parlamentari o semplici cittadini che siano. Tanto che l’abuso del carcere preventivo in Italia viene spesso concepito come una sentenza anticipata di colpevolezza. Chi mai ridarà indietro ai due ragazzi di Perugia, giudicati poi innocenti, i cinque anni trascorsi in carcere? Per non parlare degli anni dolorosamente e disgraziatamente comminati a Enzo Tortora.
Ma oggi il punto appare un altro. E cioè: perché il Pd, come prima i Diesse e il Pds, che avevano sempre votato a favore dell’arresto, senza mai preoccuparsi di tutto quello che ho richiamato, e che fa di noi socialisti e dei radicali un’entità tuttora diversa da questo partito e dalla cultura prevalente nella sinistra italiana, ha cambiato atteggiamento? E perché proprio sul caso che interessava un autorevole esponente di un partito determinante per la sopravvivenza del governo? Vi è stata una svolta, diciamo così, garantista nel partito di Renzi, come per la verità alcune posizioni sul rapporto con la magistratura hanno fatto intendere? Oppure la scelta è stata solo di opportunità e funzionale alla salvaguardia di una maggioranza di governo? Sarebbe stata invero assai meno criticabile se tale decisione, avvenuta per di più dopo una votazione di segno opposto in commissione, fosse stata adottata in occasione di un voto sulla privazione della libertà per un parlamentare di opposizione. Nessuno avrebbe avuto incertezze sulla natura di coscienza del voto. Dubito però che anche in quel caso la nostra Debora non avrebbe sentito il dovere di chiedere scusa. E magari, purtroppo, anche due volte.