Il Consiglio dei Ministri ha approvato la Nota di aggiornamento al Def. Lo si apprende da fonti governative. Secondo quanto si apprende da fonti di governo, la crescita del Pil per il 2023 è stata rivista al ribasso allo 0,6%. Il governo Draghi imposta così le basi sulle quali verrà costruita la manovra del nuovo governo. Nel Def dello scorso aprile la crescita per il prossimo anno era prevista invece al +2,4 per cento. Contestualmente, cala meno del previsto il deficit: dal 7,2 per cento ipotizzato al 5,1 per cento del Pil. La crescita stimata del Pil nel 2022 è del +3,3%, con una revisione al rialzo rispetto alle previsioni del Def di aprile (+3,1%).
Tra i numeri più importanti della Nadef, spiccano quelli su debito e deficit. Il governo Draghi consegna al centrodestra un sentiero discendente di entrambe le percentuali, gonfiate a dismisura durante il Covid. Nonostante il rapporto tra deficit e Pil sia rivisto al rialzo rispetto a quanto preventivato nel Def di aprile è comunque più basso del 5,6% di quest’anno, del 7,2% del 2021 e soprattutto del 9,6% del 2020. Il limite stabilito dal trattato di Maastricht è al 3%. E a quello l’Italia deve tendere, riagganciandolo – secondo le stime del ministro attuale dell’Economia Daniele Franco – nel 2025. Anche il debito pubblico – vero, storico macigno italiano – dopo il picco del 155% nel 2020 continua la sua lenta discesa, dopo il 150,8% dell’anno scorso e il 147% di quest’anno.
L’inflazione inizierà a scendere entro fine anno, dice ancora la Nadef. E questa è una buona notizia per lavoratori, pensionati, consumatori e imprese. “L’aggiornamento della previsione evidenzia anche un rialzo del sentiero dell’inflazione e della crescita salariale”, si legge nel testo. “Si continua comunque a prevedere che il tasso di inflazione cominci a scendere entro la fine di quest’anno”. L’inflazione è uno dei motivi per cui il deficit si è rialzato perché comporta una spesa maggiore per rivalutare le pensioni e per pagare gli interessi sul debito pubblico.