L’epidemia del nuovo coronavirus (2019-nCoV), la malattia che ha il suo epicentro nella città cinese di Wuhan, occupa da alcuni giorni le prime pagine dei quotidiani. Di questa epidemia si è scritto e discusso molto, non sempre con la necessaria accuratezza. Come ha sottolineato il professor Massimo Galli dell’Università Statale di Milano, intervistato da Corriere.it, il tasso di mortalità del virus è pari a circa il 2-3% dei contagiati, un dato certamente superiore a quello della comune influenza stagionale (pari a meno dell’uno per mille dei contagiati) ma inferiore a quello della SARS (pari al 9,6%). Al momento in cui scriviamo i Paesi con il maggior numero di infezioni dopo la Cina sono Giappone (20 persone), Thailandia (19), Singapore (18). Le morti accertate (362) risultano tutte in Cina tranne una, avvenuta nelle Filippine. Si tratta dunque di un’emergenza concreta ma su cui sono imperativi un fact checking rigoroso e un’informazione puntuale, in modo da convogliare tutti gli sforzi nella direzione di una strategia di prevenzione efficace.
Viene da chiedersi, in questo senso, in base a quale criterio si sia deciso di includere Taiwan nel provvedimento ministeriale con cui vengono sospesi i voli per Cina, Hong Kong e Macao fino al prossimo 28 aprile. La decisione, che arriva alla vigilia dell’inaugurazione di una nuova linea aerea che avrebbe dovuto collegare Milano e Taiwan, sembra ignorare un fatto tutt’altro che marginale per i 23 milioni di abitanti di Formosa: che cioè Taiwan non è una provincia cinese – come vorrebbe la “One-China policy” sostenuta dalla Repubblica Popolare Cinese – ma un Paese con una propria sovranità e un governo democraticamente eletto. Né si potrebbe pensare a una particolare urgenza di ordine sanitario, visto che il numero di casi di coronavirus registrati a Taiwan, famosa per il suo sistema sanitario particolarmente all’avanguardia, è uguale alla Germania (10) e inferiore all’Australia (12), e i voli per tutti gli altri Paesi continuano regolarmente.
Nel frattempo, sempre in nome della “One-China policy”, Taiwan continua a non essere ammessa alle riunioni tecniche sul coronavirus dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, con il risultato di rendere più deboli e meno efficaci le strategie per il contrasto all’epidemia. In una fase in cui, come ha ricordato il Ministro degli Esteri taiwanese Joseph Wu, è necessario muoversi in modo coordinato, l’auspicio è che prevalga finalmente l’interesse collettivo.
Giulio Laroni