Il carovita ribalta la maggioranza a Washington. Ora l’Europa deve ritrovare l’unità e il coraggio della pace.
Le elezioni di metà mandato hanno, con sollievo per molti, cambiato la mappa del potere negli Stati Uniti. Donald Trump ha perso la maggioranza sia alla Camera che al Senato: un ribaltamento netto che consegna al partito democratico la maggioranza in Senato (passato a 52 seggi contro i 44 dei repubblicani) e il controllo della Camera dei Rappresentanti. Questo risultato dà ai democratici finalmente la possibilità di controllare le leggi, i conti dello Stato e l’operato del governo, affinché si possa garantire un reale equilibrio tra i poteri ed evitare decisioni unilaterali. Questo esito non rappresenta solo un passaggio fondamentale per ristabilire e rafforzare la democrazia in America, ma si trasforma anche in un forte monito per le forze di destra in tutto il mondo, dimostrando come il consenso politico sia strettamente legato alla tutela delle istituzioni e delle persone.
Nonostante una campagna elettorale condotta da Trump all’insegna di toni duri e di ripetuti attacchi personali contro gli sfidanti, i democratici hanno saputo rispondere sul campo grazie a figure di primo piano capaci di mobilitare l’elettorato. Tra i successi più significativi spiccano quelli di leader progressisti e moderati come James Talarico in Texas (vittorioso con il 55% delle preferenze) e figure di rottura come il medico e attivista Abdul El-Sayed in Michigan (impostosi con il 52% dei consensi), che hanno saputo interpretare la voglia di cambiamento delle comunità locali contrapponendo ai proclami e agli insulti una proposta politica radicata nei diritti civili, nella giustizia sociale e nella concretezza dei problemi quotidiani. La presidenza conserva comunque poteri fortissimi, soprattutto nelle scelte di politica estera e nella gestione delle crisi internazionali: è proprio in questo incastro, tra le decisioni del Presidente Trump e i contrappesi del Congresso, che si deciderà il futuro dei prossimi due anni.
La sconfitta dei repubblicani in aree tradizionalmente a loro favorevoli dimostra che molte persone hanno votato pensando a problemi concreti, prima di tutto al costo della vita e all’aumento dei prezzi. La guerra contro l’Iran ha evidentemente peggiorato le cose, poiché il rincaro della benzina e dell’energia ha mostrato in modo chiaro come le politiche militari finiscano per pesare sulle tasche delle famiglie. Allo stesso tempo, i controlli severi sull’immigrazione hanno creato preoccupazione e insicurezza in molte comunità. Così, chi aveva votato Trump chiedendo protezione si è ritrovato a protestare contro la sua stessa amministrazione. Per i democratici, la scommessa sarà trasformare questo scontento in un sostegno politico duraturo, in grado di riaffermare la piena democrazia a beneficio di tutti.
Avendo perso la maggioranza in Parlamento, il rischio però è che il Presidente Trump cerchi di agire sempre di più da solo. Questo distacco tra le azioni della Casa Bianca e i controlli del Congresso si evidenzia soprattutto nelle decisioni militari: il Parlamento può tagliare i fondi a una guerra, ma spesso riesce a intervenire solo quando le truppe si sono già mosse e i danni diplomatici sono stati fatti. Il caso dell’Iran insegna quanto sia difficile e costoso cambiare rotta dopo aver preso una decisione di quella portata.
Questa situazione politica si riflette inevitabilmente sullo scenario mondiale. Per quanto riguarda la Russia e l’Ucraina, il punto fondamentale è quali garanzie gli Stati Uniti offriranno per una vittoria o un’eventuale tregua: una pace debole lascerebbe Kyiv esposta a nuovi attacchi e scaricherebbe quasi tutto il pericolo sugli stati europei. Nel Medio Oriente, invece, il problema riguarda come Washington userà la sua influenza su Israele: aiuti militari e diplomatici devono servire a chiedere il rispetto delle regole internazionali, la protezione dei civili e un percorso politico concreto per i palestinesi verso la soluzione “due popoli, due Stati”, perché la credibilità degli Stati Uniti dipende anche da come fanno rispettare le regole ai propri alleati.
Per l’Europa, questo nuovo equilibrio a Washington apre senza dubbio uno spazio decisivo di riscatto democratico. Il vecchio continente deve ritrovare il coraggio di costruirsi in senso sovranazionale, ispirandosi anzitutto ai valori fondativi del Manifesto di Ventotene e alla grande tradizione del socialismo europeo per farsi autentico baluardo di civiltà e di giustizia sociale. Ciò richiede una risposta unitaria sul piano economico-finanziario e una diplomazia coesa, in grado di promuovere una pace giusta nel conflitto tra Russia e Ucraina. Ma per essere davvero credibile, l’Europa deve anche saper esprimere una condanna netta contro le derive sovraniste delle politiche di Trump e contro la condotta del governo Netanyahu in Medio Oriente, riaffermando che i diritti umani e il diritto internazionale non ammettono compromessi.
Antonio LARAIA