“Il diritto internazionale esiste soltanto nei manuali di diritto internazionale”: diceva così Ashley Montagu conversando con Albert Einstein nel 1949, a Princeton. E’ chiaro che un’affermazione del genere ce l’aspettiamo pure da chi, nel 1956 (ben prima del ’68), scriveva anche un saggio sulla naturale superiorità della donna.
La schiettezza delle menti aperte, quelle che travalicano i dogmi sociali cercando di planare sulle convenzioni dall’alto non per adagiarvisi ma per ribaltarle, come l’aratro fa con le zolle, è diventata cosa rara tra noi contemporanei. Eppure non disperiamo: ché illuminismo e stato di diritto avranno pur lasciato in dote qualcosa di inaffondabile, su cui coltivare le nostre speranze.
Lo scollamento tra i principi del diritto internazionale e le materiali necessità degli Stati diventa sempre più evidente: i grandi temi di dibattito attuale riportano con prepotenza sotto gli occhi di tutti l’ampiezza della forbice tra dettato e praticato. Perfino le decisioni relative alle sorti del pianeta Terra sono all’impasse, strette fra ciò che è consentito per legge globale e ciò che invece si pratica nel particolare. Come se un palazzo stesse andando a fuoco ma ciascun condomino si mettesse a rivendicare le proprie quote di proprietà privata davanti ai pompieri.
Prendiamo il caso di Patrick Zaki. Mettiamo di nascere in Egitto nel 1991 a 120 km dal Cairo. Nel 2011 scoppia la rivolta anti-Mubarak e tu, giovane e brillante ventenne dalle belle convinzioni umanistiche, decidi di scendere in piazza Tahrir per unirti alla folla nel tentativo di scacciare il “faraone”. La primavera araba egiziana sembra fiorire, ma dopo il breve interregno dei Fratelli Musulmani, Il Cairo è presa da un tale al-Sisi col sostegno dell’esercito. Nell’agosto del 2013 tu hai 22 anni quando assisti al più grande massacro della storia recente egiziana: le milizie di al-Sisi uccidono in piazza Rabi’a circa 2500 manifestanti riuniti contro il regime pseudo-dittatoriale nascente. Dal 2014 al 2018 è arrivato a sessantamila il numero dei prigionieri politici, e i casi di tortura sono nell’ordine delle centinaia.
Il generale al-Sisi ha barattato l’ordine sociale con la rinascita economica promessa e, di fatto, mai mantenuta: oggi l’inflazione egiziana supera il 30%. Ma tu nel 2018 hai 27 anni e vuoi sostenere il candidato alle nuove elezioni egiziane, un certo Khaled Ali, avvocato impegnato nella tutela dei diritti umani, e collabori attivamente con l’associazione EIPR – Egyptian Initiative for Personal Rights.
Nell’estate del 2019 decidi di lasciare l’Egitto e iscriverti al master universitario internazionale per studi di genere dell’Università di Bologna. Risiedi in Italia da qualche mese e continui a collaborare con l’EIPR scrivendo spesso sui social i tuoi pensieri di libertà, eguaglianza sociale e giustizia sociale. Il 7 febbraio 2020 prendi un aereo per tornare a casa a salutare tua madre. Atterri al Cairo e ti arrestano. Ti buttano in prigione (ne girerai 3 in 2 mesi) e ti accusano di sovversione, minacce alla sicurezza nazionale, incitamento alle proteste illegali, diffusione di false notizie e finanche propaganda terrorista. Intanto ti picchiano.
Se prima di te non ci fosse già stato il caso Giulio Regeni, molto probabile che tue notizie ne avremmo avute a scoppio ritardato. Invece il sangue di Giulio è ancora abbastanza fresco da tenere ben all’erta gli organi internazionali di tutela dei diritti umani, e l’allarme si diffonde immediatamente.
Ora, sul piano del diritto costituzionale egiziano, del diritto di stato sic et simpliciter, le accuse non fanno una piega: cittadino egiziano, leggi egiziane, violazione delle stesse puramente egiziana. Invece sul piano del diritto internazionale, sui celebri manuali di diritto internazionale (per dirla alla Montagu), nelle coscienze dei popoli liberi e tra i seggi dell’ONU, si tratta di violazione dei diritti dell’uomo Patrick e del cittadino Zaki.
La costituzione egiziana è stata adottata nel 2014, sotto la presidenza del breve interregno di Morsi, sulla base della precedente del ’71. Ampio e concreto il potere politico concesso alla casta militare. L’Islam è religione di stato. La libertà assoluta dei cittadini, che risulta garantita nelle sue pagine, è di fatto soggetta a innumerevoli restrizioni: la libertà d’espressione è sottomessa alla tutela della religione islamica; i diritti delle donne sono ignorati; i tribunali militari possono processare i civili cittadini; il lavoro minorile è approvato, come pure sono ritenuti legali gli sgomberi forzati; sono ammessi i matrimoni precoci; dei diritti economi, sociali e culturali non esiste traccia, come pure del diritto d’asilo per i rifugiati o migranti; sesso, origine e religione non compaiono nella lista delle cause di discriminazione; le punizioni corporali durante i processi non sono espressamente proibite: addio habeas corpus.
Il diritto internazionale parla tutta un’altra lingua. Ma il diritto internazionale è un escamotage all’aggressione tra Stati sovrani. Il diritto internazionale è perfetto fintanto che è scritto su belle pergamene, e insegnato nelle aule, e celebrato nei congressi, e proclamato nelle celebrazioni. L’Egitto è uno stato sovrano. Anzi, è uno Stato più sovrano degli altri.
Per restare nei confini di casa nostra, alcuni dati statistici aiuteranno a comprendere la rilevanza economica degli scambi commerciali tra Italia e Egitto: dal 2018 al 2021 la massa di beni complessivi italiani esportati verso l’Egitto è lievitata del 62,4%. Al primo posto tra le cause di un simile exploit c’è l’industria bellica: se nel 2018 l’Italia esportava navi, aerei, treni, rotaie, veicoli spaziali mezzi bellici per circa 11 milioni di euro, oggi questo settore fa guadagnare a Roma oltre 437 milioni di euro. Dal solo Egitto. E se le regole commerciali non sbagliano, e la bilancia economica nemmeno, tutti i valori collegati all’import dall’Egitto stanno calando progressivamente, confermando dunque un esito del tutto positivo da parte italiana sul conto dare/avere nei confronti del Cairo.
Noi siamo dunque creditori principali di al-Sisi. Lo stesso al-Sisi al quale chiediamo la liberazione di Patrick Zaki. Mettiamola così: la signora Italia ha uno splendido negozio di armi e il suo più fedele cliente è il signor Egitto. Il Signor Egitto maltratta e reclude e chiude in casa suo figlio impedendogli di vivere liberamente. Cosa farà la Signora Italia? Rischierà di perdere il suo miglior cliente forzando la mano nella liberazione di suo figlio Zaki? Potrà introdursi negli affari domestici del signor Egitto, rovinando i propri affari commerciali?
I rapporti tra i singoli Stati, quelli che i media popolari spesso dimenticano, sono caratterizzati da miriadi di botteghe la cui attività riguarda la concreta ricchezza degli Stati stessi. Botteghe dove i principi fondamentali dell’uomo e del cittadino soccombono rispetto ai criteri del passivo e dell’attivo, del “libero” scambio che con la “libertà” universale ha ben poco da spartire.
Nel luglio del 1923, durante uno dei suoi discorsi alla Camera, Filippo Turati disse che “le libertà sono tutte solidali: non se ne offende una senza offenderle tutte”. Siamo forse arrivati al punto storico di non ritorno. Un altro. Di quelli che la storia stessa ci impone periodicamente. Qualcuno si offenderà, ma si sa: l’offesa lascia il tempo che trova e il coraggio dell’evoluzione ha un’eco lunghissima.