C’è qualcosa di strano nell’aria, si potrebbe dire così parafrasando una nota poesia, il governo Draghi ha un gradimento alto, ma nel contempo tutte le settimane migliaia di persone si trovano nelle vie e nelle piazze a urlare contro la dittatura (sic.). Le trasmissioni televisive sono piene di nani e ballerine (anche qui citando) che ci parlano di green pass, di vaccini, di salute, il più delle volte senza averne alcuna competenza. In questa boIla il grande assente è il lavoro, se ne parla poco e con il solito populismo quando si parla di reddito di cittadinanza e si sente il solito repertorio: da una parte chi urla contro gli sfaticati sul divano, dall’altra chi parla della povertà da sconfiggere, insomma un dibattito miserevole. Mentre questo teatrino continua i morti sul lavoro sono quotidiani – con l’emozione che volgarmente si trasforma in gossip- la disoccupazione giovanile è quasi al 30%, ormai secondi solo alla Spagna, solo che la Spagna ha un trend in decremento, mentre da noi il trend è in crescita, così siamo destinati a vincere anche questa medaglia – il 2021 è l’anno delle vincite tricolore.
Si celebra la crescita del PIL (che non è che un rimbalzo dopo il crollo dovuto al covid), ma del lavoro, del futuro, della politica industriale poco si discute, si continua a parlare del PNRR, come se fosse la soluzione di tutto, un PNRR che peraltro non ha visto il coinvolgimento di Comuni e Regioni e che pochi conoscono
Eppure il lavoro è centrale e sulla capacità di immaginare il futuro si gioca la possibilità di uscire dalla crisi in maniera strutturale, infatti due fenomeni sono destinati a sconvolgere il mondo del lavoro: l’intelligenza artificiale e lo smart working o remote working, ma di questo al netto di qualche studio e di qualche convegno di tipo accademico la politica e il mondo sindacale non ne parlano, non hanno idee. Si scrivono decine di istant book sull’algoritmo che governa il mondo, ma non si trova una politica del lavoro che ne tenga conto.
Cominciamo a vedere in pratica cosa già succede con l’intelligenza artificiale: la selezione del personale si effettua ormai su algoritmi che elaborano dati di trend del passato industriale e lettura facciale e analisi di tipo psicologico , potrebbe essere un dato positivo che dà maggiore oggettività alle scelte, ma chi e come inserisce i dati, e questi dati come tengono conto delle varianti di genio o di devianza positiva? Avremo quindi tutti robottini senza nessuno che abbia quella creatività e quella fantasia che fanno compiere salti di qualità?
L’intelligenza artificiale controlla le videate dei computer di lavoro, si intromette nella nostra privacy e formula giudizi da cui dipendono le sorti del posizionamento lavorativo, faccio un esempio personale, la prima schermata che apro al mattino è quella di Dagospia per avere una rassegna stampa, gli algoritmi aziendali leggono Dagospia come pagina porno, perché vedono pubblicità non in linea con la “morale”, così chi ha la sventura di leggere Dagospia in molte aziende è classificato pornomane, oppure, altro esempio, in molte aziende di logistica si applica un braccialetto sperimentale che legge quali sono gli scaffali toccati dall’addetto e da remoto blocca o indirizza l’addetto su altri scaffali, naturalmente al fine di costruire statistiche sulla “produttività”, non solo annullano completamente l’individualità normalizzando ogni tipo di scelte personali.
Questi sono solo alcuni esempi per ricordare quello che scriveva Stephen Hawkins “l’intelligenza artificiale costituisce una grande opportunità, ma anche un grande rischio”.
Le opportunità sono enormi nell’ingegneria genetica, nella chirurgia, nella medicina a distanza, nei calcoli, ma si sta andando verso un mondo del lavoro sempre più sofisticato dove la presenza umana sarà necessaria per guidare il processo, ma si dovranno costruire iperspecializzazioni; algoritmi, macchine, robot lavoreranno per noi, ma dovranno avere di fianco personale super specializzato, e dove cresce la tecnologia deve crescere anche l’etica ponendoci un serio problema perché la gestione non potrà essere lasciata completamente ad algoritmi anonimi.
Inoltre l’intelligenza artificiale modificherà luoghi e modi di lavoro, implementerà il lavoro da remoto con controlli a distanza, se non impostato per obiettivi condivisi potrebbe creare de-responsabilità, perché le scelte avverranno per dati “oggettivi” di cui nessuno ha responsabilità e nessuno potrà metterli in discussione o potrà averne una spiegazione per un confronto positivo.
Quindi una classe di lavoratori iperspecializzati, potenti, con il rischio di divaricare ulteriormente il divario salariale, accumulando ricchezza solo per gli “innovatori”.
L’altro grande rischio, che è quasi una certezza è la perdita di posti di lavoro: rispondere a quesiti, a reclami, elaborare documenti, guidare macchinari, accogliere clienti, fare security etc. sono solo alcune delle mansioni che non avranno più bisogno di personale (avete presente inoltre i treni senza macchinista? O gli avatar nelle reception o negli aeroporti, i poliziotti robot?)
È chiaro che questo futuro ha bisogno di un quadro normativo nuovo e flessibile, di una cooperazione tra politica, corpi intermedi e sindacali, di una ridistribuzione dei carichi di lavoro (Hawkins paventava una crescita dei carichi per i pochi che lavoreranno). Si pone sempre più con forza il tema della riduzione dell’orario di lavoro, della diversa articolazione degli orari e dei luoghi e in questo quadro che si pone seriamente il problema del salario universale, fuori dalle chiacchiere populistiche sul reddito di cittadinanza (se le macchine lavorano e producono ricchezza per noi perché non distribuire equamente questa ricchezza?).
Algoritmi, macchine, perdita di lavoro, de-responsabilità, ma anche controllo e manipolazione (ora è l’algoritmo che sceglie per noi cosa mangiare e cosa vedere al cinema o teatro e in futuro cosa potrebbero condizionare?) i rischi della intelligenza artificiale accanto alle grandi opportunità, rendono assolutamente urgente che il mondo politico elabori un progetto, un’idea che attenui i rischi ed esalti le opportunità.
Scrive il filosofo Harari “gli ingegneri non aspetteranno, e anche se fossero disposti ad aspettare gli investitori non aspetteranno, quindi vuol dire che non abbiamo molto tempo”.
Qualche tempo fa l’Università di Stanford ha messo a confronto il filosofo Harari, tra i più allarmati dalle potenzialità della intelligenza artificiale e Fei Fei Li ingegnere, professore di informatica e massimo esperto di intelligenza artificiale, che hanno proposto quattro punti per disciplinare il controllo dei dati e le possibilità di influenze non democratiche.
È tempo che da queste riflessioni i governi traggono gli strumenti per la gestione di uno dei momenti più delicati per il mondo del lavoro e della stessa organizzazione del genere umano e delle sue istituzioni democratiche.
Collegato strettamente al tema dell’intelligenza artificiale c’è il tema dello smart working o lavoro da remoto, che abbiamo abbondantemente sperimentato durante la pandemia.
Il remote working rappresenta un futuro prossimo su cui le aziende investiranno per ridurre costi avendo la possibilità di un controllo totale sul lavoro. Non c’è dubbio che dal punto di vista del lavoratore può rappresentare un benefit, con la flessibilità, il risparmio di tempo (lo spostamento casa-lavoro ha una media di 80 minuti giornalieri), quindi migliore qualità della vita e maggior tempo per se stessi.
Il lavoro da remoto contribuisce anche a ridurre l’inquinamento, lo spreco di energie, la congestione delle nostre città. (esistono numerosi studi sull’impatto positivo del remote working sui consumi e sull’inquinamento rendendo più sostenibile l’ambiente)
Anche qui la disciplina prepandemia va aggiornata, tenendo conto di come le tecniche di controllo e tracking si siano rafforzate durante la pandemia e come questo possa rappresentare un problema per la privacy e per i carichi di lavoro.
Anche la mancata socializzazione può essere un problema e portare a momenti di alienazione, per questo è importante, anche per preservare la sacralità della propria casa dalla invasione del lavoro, creare e disciplinare luoghi attrezzati di coworking ubicati lungo le linee di trasporto pubblico, facilmente accessibili e dove si possano creare aree di socialità e ludiche, anche questo rappresenta un possibile sviluppo di business alternativo al business dei “panini aziendali”.
Milano, città da sempre alla avanguardia nel costruire nuovi paradigmi di socialità e di sviluppo economico non può non avere un ruolo in questa riflessione, è una sfida che la classe politica e manageriale milanese non può non cogliere, limitandosi a gestire l’esistente.
Purtroppo non si vede all’orizzonte questa capacità, anche di immaginazione e fantasia, su questi argomenti si dovrebbero coinvolgere le migliori energie e capacità, coinvolgendo la classe dirigente, le università, i centri di formazione, le formazioni civiche in uno sforzo per produrre un quadro normativo e di controllo per evitare che questo processo sia gestito da quelli che hanno in mente l’innovazione solo come strumento per accrescere la ricchezza di pochi.
Alessandro Palumbo
Presidente Centro Studi Morris L. Ghezzi