Lo hanno già ribattezzato “Trattato del Quirinale” quello firmato il 26 novembre da Macron e Mattarella.
Dodici articoli in quindici pagine. Circa settantacinque grammi di carta dal peso politico incalcolabile.
È stato un lungo piacevole weekend quello che l’enfant prodige dell’Eliseo ha trascorso a Roma, ricevuto dalle più alte cariche del nostro Stato, con cena al Quirinale e immancabile saluto al Papa.
La partnership italo-francese necessitava di un ulteriore agreement? Come se gli altri tavoli comuni (NATO, Unione Europea, ONU, OCSE etc) non fossero già sufficienti?
Nella corsa internazionale alle strette di mano, Roma e Parigi non potevano restare seconde a nessuno.
L’idea balzò a Draghi fin dal suo insediamento al governo: aprire una special relationship con Macron, stabilendo incontri periodici a livello ministeriale con i cugini d’oltralpe. Incontri periodici che sono ormai da tempo cosa consueta tra Berlino e Parigi.
I dodici articoli del nuovo Trattato affrontano ciascuno un tema specifico: affari esteri, interni ed europei; sicurezza e difesa; politiche migratorie e cooperazione transfrontaliera; giustizia; economia; sviluppo industriale e digitale; sviluppo sociale, inclusione e crescita sostenibile (decarbonizzazione in testa); spazio; formazione, ricerca e innovazione; cultura, giovani e società.
A un’attenta lettura non sfugge lo stile meno diplomatico e più affaristico del documento. Pagine che sembrano uscite più da un meeting imprenditoriale che da un gabinetto politico.
Nella scia della concretezza dragoniana (non draconiana, s’il vous plait!), Il nostro premier ha sottolineato l’importanza di alcune concrete attività, nate da questo accordo: un servizio civile italo-francese per i più giovani, un’unità operativa condivisa a sostegno delle forze dell’ordine, un Comitato di cooperazione transfrontaliera.
Ma tra le sfide più cogenti il Trattato sostiene l’accorata necessità in ambito migratorio di una politica di gestione dei flussi e d’asilo che sia condivisa a livello europeo: non certo una novità per chi mastica direttive europee, ma che assume adesso un certo retrogusto amaro.
Del resto, la parola ‘Europa’ sta spesso sulle labbra di chi, volendo qualcosa dagli altri, non osa chiederlo a nome suo (diceva Bismark).
Il fallimento della gestione europea dei flussi migratori necessita di vincoli più stretti e più snelli tra i singoli Stati, che siano più agili e operativi fuori dalle aule di Bruxelles.
E proprio il Mediterraneo è da subito definito “ambiente comune” dai firmatari: un’affermazione che vale ad autoproclamarsi detentori obbligati del controllo di sbarchi e rotte migratorie che dal mare arrivano sulla terraferma europea tutta.
Anche sul piano più strettamente economico (agricoltura, tecnologia, ricerca scientifica, industria spaziale, scambi commerciali) il Trattato sancisce la creazione di un meccanismo per cui ogni tre mesi un ministro italiano partecipi a un consiglio dei ministri francesi, e viceversa.
Tutto ciò mentre il Copasir lamenta di non essere stato preventivamente informato del tutto: è prassi, infatti, che qualunque accordo internazionale passi prima dalle scrivanie del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica. Solo gli accordi suscettibili di gravare sulle casse statali o di modificare le norme costituzionali devono prima passare dal Parlamento (e questo accordo non prevede nulla del genere), ma dal Copasir sì che sarebbe dovuto passare.
Intanto già lunedì 29 novembre i presidenti della camere italiana e francese (Fico e Ferrand) firmano un ulteriore accordo di cooperazione tra i due parlamenti. Si prevedono anche riunioni congiunte dei Consigli dei ministri, con un vertice bilaterale annuale, e la ricerca costante di una posizione politica comune non solo nell’Unione europea ma anche nelle altre istituzioni internazionali, Nazioni Unite e Banca Mondiale in primis.
Un acuto editoriale dell’Economist ha ricordato che se il trattato franco-tedesco del ’63 riguardava l’America, questo trattato italo-francese riguarda la Germania. Senza la Merkel, Macron ha bisogno di rafforzare le proprie posizioni e cerca dunque in Draghi un partner più che apprezzabile.
Ma senza la spinta propulsiva dell’asse Francia/Germania, motore storico dell’UE dal ’48 ad oggi, altri proclami non basteranno a tenere in carreggiata la macchina Europa.
Perché le tensioni tra Francia e Inghilterra non si limitano all’Isola di Jersey e alla guerra del merluzzo, quasi appianata dopo otto mesi di aperte contestazioni. Piuttosto, Parigi non ha mai digerito la Brexit e oggi la Manica è diventata punto nevralgico per i migranti clandestini. Johnson e Macron non si sono mai amati, in fondo, e nemmeno in superficie. Gli sbarchi sue coste meridionali della Gran Bretagna si sono triplicati nell’ultimo anno, mentre Parigi minaccia di tagliare la corrente ai territori più a sud dell’Inghilterra.
Non più partner dell’Unione, Downing Street sta anche facendo i conti con un duplice smacco economico: crollo del 29% nell’import dagli Stati europei e crollo del 40% nell’export verso gli Stati europei.
A crollare per primo fu il muro di Berlino, certo, ma l’attuale febbre edilizia sembra contagiare come un nuovo virus tutto il pianeta: Messico prima, Polonia adesso. Considerando la tensione che sale nella Manica, e valutando l’evoluzione delle intese bilaterali tra sodali europei, domani toccherà forse alle ‘bianche scogliere di Dover” ospitare la prossima muraglia?