I referendum recentemente passati al vaglio della Corte Costituzionale come spesso accade hanno portato all’attenzione della politica argomenti presenti nella opinione pubblica, ma spesso dimenticati e non affrontati dalla politica.
Tra tutti ce ne è uno che pur bocciato dalla Corte Costituzionale ci propone un argomento che riempie le cronache di tutti i giorni, ma che il mondo politico non affronta o affronta in termini ideologici ed esclusivamente repressivi.
Il referendum affrontava il tema della liberalizzazione delle cosiddette droghe leggere, in realtà il teme che si pone è più complesso e riguarda l’uso di droghe o sostanze psicotrope che ha avuto nel nostro paese un incremento notevole, con riflessi anche internazionali (basti pensare al ruolo dell’oppio nella guerra afghana) e con impatti che vanno dalla salute, all’ordine pubblico, alla economia.
La liberalizzazione della “canna” è una realtà che sfugge solo a chi non vuol vedere, uso ormai diffuso in ogni fascia di età e in ogni strato sociale e la tolleranza sociale è altissima, rimane solo come fonte di guadagno per la piccola criminalità con l’indubbio problema di una osmosi tra piccola delinquenza e consumatori, una legge che ne disciplini l’uso, vietandone l’uso in particolari situazioni e ruoli cancellerebbe solo l’ipocrisia e la piccola delinquenza che su questo prospera. Quello che non possiamo non fare è contemporaneamente alla legalizzazione una campagna informativa che, come per il tabacco, ne informi dei possibili effetti che possono essere nocivi, si tratta di un equilibrio facile da trovare e toglierebbe il velo a una ipocrisia diseducativa.
Ma il vero grosso problema è l’uso delle cosiddette droghe pesanti, sia quelle tradizionali, come eroina, cocaina etc, sia le relativamente nuove come le droghe dello stupro, sia le centinaia di nuove sostanze di sintesi che vengono immesse sul mercato, che sono molte volte sconosciute e quindi non classificate come droghe .
Ormai è luogo comune parlare di manager rampanti o vip che “pippano” cocaina per essere sempre in forma, ma è probabilmente solo una punta che nasconde una parte non emersa di sostanze che i nostri ragazzi ingeriscono quotidianamente in una ricerca di sballo, di emozioni, di divertimento e anche di fatti orripilanti che ogni giorno la cronaca ci offre.
Tutto questo con impatti enormi sulla salute fisica e mentale. Il perché è frutto di studi di sociologi, psicologi, che ne hanno messo in rilievo la sostanziale penetrabilità in fasce frustrate che hanno modelli in cui successo, bellezza e soldi sono gli unici valori. Non sempre questi studi riescono a colpire nel segno vista la diffusione trasversale del fenomeno, probabilmente la distruzione di ogni “sacralità” delle istituzioni gioca un ruolo, ma il fenomeno ha un impatto gigantesco sulla economia.
La grande criminalità ne trae guadagni enormi, guadagni sufficienti a corrompere , a comprare connivenze, a entrare nei gangli dello stato, ma anche a commettere reati pesanti. La mafia albanese si era dotata di armi da guerra per perforare le auto blindate dei magistrati che indagavano su di loro.
Questi guadagni vengono reinvestiti in attività legali, si comprano ristoranti, bar, negozi, attività industriali, schiacciando la concorrenza di imprenditori e commercianti onesti, si puliscono i soldi e le facce e questo è il vero grande problema. Ormai anche la gente onesta va nei ristoranti pur sapendoli in odore di mafia creando un clima di accettazione sociale che mina alle fondamenta la convivenza civile e lascia soli chi non si arrende. (non mi interessa se c’è dietro la n’drangheta han fatto un buon lavoro e io ci vado).
Non esistono ovviamente soluzioni semplici per problemi complessi che devono essere trattati anche a livello internazionale, ma cominciare a ragionare su progressive forme di legalizzazione controllata insieme ad un processo informativo/formativo potrebbe essere una strada difficile, lunga, ma percorribile.
Alessandro Palumbo
Presidente Centro Studi Morris Ghezzi