Tagliare la principale arteria dell’economia russa, cioè il suo export di petrolio, gas naturale e altri prodotti energetici, è la strategia adottata già dal 6 marzo dagli Stati Uniti per punire Mosca dopo aver invaso militarmente l’Ucraina. Gli europei, Germania in testa, non hanno completamente seguito questa via, anche dopo aver annunciato di voler disfarsi della loro dipendenza dalle forniture russe. In entrambi i casi l’intenzione è la stessa: l’embargo sul petrolio e sul gas naturale russo sarà considerevole e destinato a durare, anche se Berlino spera che una rapida pace in Ucraina permetterà di tornare presto allo Status Quo Ante. Si profila dunque una grande riorganizzazione del commercio mondiale degli idrocarburi, con la necessità per gli occidentali di trovare nuovi fornitori, e per Mosca nuovi clienti.
La situazione è particolarmente complicata per l’Europa: il 62% delle importazioni provenienti dalla Russia riguardano l’energia. In media il vecchio continente acquista da Mosca il 20% dei suoi bisogni in petrolio, il 40% in gas naturale e il 50% in carbone. La Germania, principale potenza economica della regione, ne è ancora più dipendente, dato che il 55% del gas naturale che consuma è russo.
Berlino ha deciso di tagliare i suoi approvvigionamenti in petrolio e carbone importati dalla Russia fino alla fine dell’anno, ma non potrà fare a meno del gas naturale a breve termine, salvo adottare misure drastiche suscettibili di provocare un’importante crisi energetico-economica. La Francia è pure esposta perché il grezzo che acquista dalla Russia riguarda l’8,7% delle sue importazioni totali di petrolio e il 17% di gas naturale complessivo.
La Norvegia, che sostiene attualmente il 20% del consumo di gas europeo, potrebbe rappresentare una soluzione temporanea, ma si stima che servano almeno nove mesi affinché la sua produzione possa aumentare in maniera importante e affidabile. Situazione identica per l’Olanda, altro produttore di energie prime nel Mar del Nord.
Gli altri fornitori si trovano nell’incapacità di aumentare durevolmente la loro produzione di idrocarburi, e sono quindi venditori temporanei piuttosto che sostituti della Russia nel lungo periodo.
È il caso ad esempio dell’Algeria, che fornisce all’Europa il 7,6% delle importazioni di gas totale e dispone di una capacità supplementare che va dai 10 ai 15 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Ma due fattori limitano il ricorso a questa riserva: innanzitutto il consumo energetico interno algerino aumenta al ritmo del 5% annuo da oltre 10 anni, dunque una parte crescente del gas naturale prodotto serve ad alimentare il suo mercato interno. Inoltre, in un contesto di costante tensione con il vicino Marocco, le autorità di Algeri non vogliono inimicarsi Mosca, che è il loro principale fornitore di armi. Questa prudenza d’ordine geopolitico vale anche per l’Egitto, potenza produttrice di gas in costante sviluppo, ma che dipende per il 90% dalla Russia e dall’Ucraina per l’importazione di cereali.
A differenza di Algeri, Il Cairo ha votato a favore della risoluzione ONU di condanna dell’intervento militare russo in Ucraina, ma la sicurezza alimentare dell’Egitto, primo importatore mondiale di grano, obbliga il paese a restare defilato nei confronti di Mosca.
Da parte sua la Libia, paese diviso in due da una tenace fazione politica militare, sostenuta tra l’altro dai russi, vede i suoi innumerevoli pozzi petroliferi intoccabili a causa dei continui combattimenti interni, congelati nella totale assenza di ogni soluzione politica alla guerra civile che impedisce il pieno sviluppo proprio del suo più proficuo settore economico.
Infine, la geografia allontana altri produttori come la Nigeria e l’Angola, peraltro costretti dall’obsolescenza delle loro installazioni a non poter minimamente sperare di poter rimpiazzare le forniture russe per l’Europa.
Un manager di materie prime che vive a Ginevra, città in cui si tratta l’80% degli affari sul petrolio e sul gas russo, sostiene che sostituire gli approvvigionamenti russi non sarebbe impossibile, ma servirebbe una totale coordinazione tra gli Stati europei e una centralizzazione dei loro bisogni.
Per gli Stati Uniti invece la situazione sembra meno grave: le esportazioni russe rappresentano soltanto l’8% delle importazioni energetiche americane. Inoltre, in termini di diversificazione degli approvvigionamenti Washington può contare sul Canada, suo principale partner energetico, per compensare l’arresto degli acquisti dalla Russia. Washington ha pure riallacciato i rapporti col Venezuela, da cui può ottenere circa un milione di barili al giorno e su cui investirà per l’ammodernamento delle vecchie installazioni di gasdotti e oleodotti.
Sul piano globale non si può dimenticare l’accordo tra USA e Iran sulla riduzione degli arsenali nucleari in cambio dell’eliminazione delle sanzioni economiche, accordo che permetterà a Teheran di esportare maggior quantità di greggio e gas naturale: nonostante ciò, la Repubblica Islamica non può (né vuole) entrare in contrasto con Mosca, partner affidabile che da sempre sostiene il costante intervento militare islamico/iraniano in Siria.
Per quanto riguarda le esportazioni russe di idrocarburi, di certo il loro futuro passa dalla Cina, che ne assorbe già quasi il 33%. Solo a febbraio, durante i giochi olimpici invernali, Pechino e Mosca hanno firmato un contratto di fornitura russa di 10 miliardi di metri cubi di gas naturale e hanno prolungato di altri 10 anni un accordo preesistente per 200.000 barili di grezzo russo al giorno. Lungamente desideroso di diversificare i propri clienti, di certo con questa guerra il Cremlino è riuscito ad aumentare le sue vendite proprio verso il potente vicino cinese.
Ma le sanzioni imposte da Stati Uniti ed Europa contro la Russia avranno ripercussioni economiche maggiori che esulano dagli idrocarburi. Ancora difficili da valutarsi nell’universo della finanza e dell’industria, si tratta di danni già ben manifesti nell’ambito agroalimentare. Russia e Ucraina sono, infatti, i principali produttori mondiali di grano: è ormai certo che molti loro clienti, specie quelli dell’Africa Settentrionale, stanno già correndo incontro alla fame, non solo per le ridotte importazioni di cereali, ma anche per la crescente mancanza di fertilizzanti, di cui la Russia è pure primo esportatore mondiale.
E paventando un simile disastro, ci appare Macbeth rivolgersi alla sentinella e chiedere: “a che punto è la notte?”.
Sanzioni a Mosca: a che punto è la notte dei mercati