Sulla globalizzazione, e non solo, Zygmunt Bauman è stato profetico nel sostenere che “ciascuna parte della popolazione umana sulla terra è resa vulnerabile da tutte le altre parti, e da ciascuna di esse”. Perciò non possiamo restare indifferenti davanti al fatto che la politica “zero-Covid” difesa a spada tratta dal governo cinese si sta rilevando sempre più economicamente insostenibile.
ll lungo lockdown sta aumentando la pressione sui trasporti, non solo terrestri. Se a inizio marzo era quasi impossibile prenotare servizi di trasporto su gomma, a metà marzo l’attività nell’aeroporto Pudong di Shanghai era ridotta al 3% del livello normale, perché erano autorizzate solo le spedizioni dei beni essenziali. A fine marzo la danese Maersk, leader mondiale della logistica, ha lanciato l’allarme: le restrizioni hanno ridotto del 30% i servizi di trasporto su gomma in entrata e in uscita da Shanghai, e da allora le misure sono sempre più rigide e invasive. Ne consegue una notevole carenza di prodotti alimentari, e per risolvere questa impasse non aiutano certo i droni che sorvegliano le strade deserte.
Secondo la banca giapponese Nomura, nella prima settimana di aprile 23 città e circa duecento milioni di persone erano sottoposte a lockdown totale o parziale: notizia (la banca avvisava) si basava su cifre con stima al ribasso.
La rete ferroviaria cinese ha affermato che taglierà i servizi in modo significativo ai passeggeri, offrendo però rimborsi gratuiti a chi ha già acquistato i biglietti.
Molti svincoli autostradali tra le province sottoposte a lockdown sono del tutto bloccati, e i vari governi provinciali non hanno intavolato alcun piano coordinato per alleviare la crisi delle forniture verso quelle città. Le compagnie di spedizione dichiarano che non è possibile consegnare i pacchi in nessuna delle aree in cui si registrano casi positivi (dunque non solo a Shanghai).
Lo stato di costante allarme investe anche le spedizioni oceaniche: si stanno accumulando merci e ordini inevasi, e come sempre i veri costi emergeranno solo quando si allenteranno le misure restrittive. Allora ci sarà un rapido aumento dei volumi e una conseguente pressione verso l’alto dei prezzi. Da settimane il porto di Shanghai è gestito con un sistema “a circuito chiuso”: semplicemente, nessun lavoratore può lasciare il porto alla fine del turno.
Nonostante questo regime, il volume di merci tracciate via mare è crollato di un terzo da metà marzo, perché sia gli importatori che gli esportatori hanno cominciato a deviare i carichi. Molte città in lockdown arrivano perfino a impedire l’ingresso ai camion. E non si esclude che con la diffusione del virus in altre città anche i canali alternativi saranno bloccati.
Se il settore dei trasporti langue, quello dell’agricoltura trema: nelle campagne cinesi sempre più marcata si rivela la carenza di fertilizzanti, manodopera e sementi. Un terzo dei coltivatori delle province nordorientali, che da sole garantiscono oltre il 20% della produzione totale di cereali nel Paese, è rimasto a corto non solo di mezzi ma anche di personale. Un calo così drastico della produzione di cereali, proprio adesso che si va incontro alla stagione della semina, costringerà la Cina ad aumentare le importazioni, e questo farà salire ulteriormente i prezzi dei prodotti alimentari.
Se aumentano questi, il contagio non sarà più soltanto quello causato dal Covid, ma quello non meno temibile dell’inflazione. Scenario che oggi la Cina, già attanagliata da una delle più gravi crisi immobiliari mai vissute, non può permettersi. Bloomberg Economics suggerisce di dimenticare i dati sul Pil cinese del primo trimestre, che mostrano una complessiva ripresa della crescita del Dragone. A raccontare esattamente la realtà, secondo Bloomberg, sono invece i dati di fine marzo: l’economia cinese è nella sua peggiore forma dall’inizio del 2020, cioè da quando la pandemia ha colpito per la prima volta la sua crescita. Una forte decelerazione della produzione e un calo delle vendite al dettaglio sottolineano i danni iniziali causati dal blocco nelle principali città. Gli analisti mettono già in guardia: le previsioni di aprile riveleranno una maggiore debolezza di sistema.
La spesa ha subito un duro colpo perché milioni di consumatori sono confinati nelle loro case, e la carenza di camionisti, insieme agli altri problemi logistici, causano ritardi nelle consegne. Considerato anche l’aumento repentino del tasso di disoccupazione, non si è lontani dal vero nel considerare quantomeno arduo per la Cina raggiungere il suo ambizioso obiettivo di far crescere l’economia al 5,5% quest’anno. Un’economia che non può dimenticare le tensioni geopolitiche, l’accresciuta pressione inflazionistica globale e il rallentamento generale della domanda esterna.
E di fronte a questo marasma, cosa fa Pechino? Il rapido deterioramento delle prospettive di crescita ha colto alla sprovvista i massimi leader, che sono ricorsi alla blanda promessa di uno stimolo monetario e fiscale più forte per sostenere la crescita. Negli ultimi giorni sono aumentati anche gli sforzi per riavviare la produzione e sbloccare la logistica, grazie alle proteste sempre più accese non solo da parte di alcuni imprenditori di alto profilo, ma anche di molti diplomatici stranieri e di tanti rappresentanti delle maggiori imprese.
Considerano questo scenario, e conoscendo il ruolo mondiale giocato dalla Cina non solo nell’economia globale, è evidente che il suo rallentamento non possa non allarmare l’intero sistema globale. Putin compreso.
Cina: l’insostenibile pesantezza del lockdown