Economia

Nessuna Pace in Ucraina, la fame arriverà in autunno

Con la guerra russo-ucraina in corso, il pianeta corre verso un’immensa crisi alimentare, e molti sono i segnali che lo confermano. Il prezzo del grano tenero al Chigaco Mercantile Exchange, sede di riferimento internazionale per il commercio di cereali, è passato dai 274 euro a tonnellata di gennaio agli attuali 400 euro. Su tutti i mercati di scambio di cereali l’indice di volatilità dei prezzi è salito vertiginosamente. Secondo la FAO, oggi il prezzo dei prodotti alimentari ha raggiunto il suo tetto più alto dal 1900, data della sua fondazione, a causa dell’inflazione su cereali e oli vegetali: da pochi anni il pianeta produce in media 800 milioni di tonnellate di grano, rispetto ai 600 milioni di inizio Millennio. Considerando gli episodi climatici che causano raccolti meno cospicui o di minore qualità, come inondazioni e siccità, Russia e Ucraina da sole continuano a gestire i due terzi della produzione mondiale di cereali. Dall’inizio del conflitto 6 milioni di tonnellate di grano ucraino sono bloccati nei porti di Mykolaiev, Odessa e Marioupol, e rischiano di marcire. Impossibile per Kiev, quinto esportatore mondiale, di far transitare questo grano dal Mar Nero, epicentro degli scontri. E anche se ci fosse una tregua per consentirne il transito, il costo dell’assicurazione è salito fino al 30% in più, e questo appesantirà la fattura consegnata agli acquirenti. La Russia, che nel 2021 è stata primo esportatore mondiale di grano (davanti agli Stati Uniti), sembra molto meno preoccupata per le sue esportazioni, pur avendo da poco annunciato che limiterà le vendite ai partners dell’Unione Economica Eurasiatica. Decidendo di vendere meno grano a Bielorussia, Armenia, Kazakistan e Kirghizistan, la Russia lascia quindi ipotizzare di aver già programmato notevoli stock di riserve strategiche per affrontare un conflitto a lungo termine.

Da parte sua l’Ucraina tranquillizza i mercati annunciando di aver già avviati la semina cerealicola sui terreni risparmiati dalla guerra (nel sud ovest del paese, al confine con la Romania), ma nonostante ciò a mancare è il carburante: normalmente, infatti, l’Ucraina importa il 70% di benzina e diesel da Russia e Bielorussia, ma da febbraio i circuiti d’approvvigionamento si sono interrotti, bloccando le macchine agricole. Le altre terre prima coltivate a grano sono oggi territori bellici, quindi non sono state coltivate e anche il personale agricolo manca, perché gli uomini sono stati reclutati: al posto della vanga, gli ucraini hanno imbracciato i fucili. Invece già dal 2014 la Russia, dopo aver annesso la Crimea, ha avviato una strategia di “riarmo agricolo” realizzato con l’aumento massivo dei suoi raccolti, puntando a non acquistare più alcun prodotto alimentare da Europa e Stati Uniti. Di conseguenza, questo meccanismo ha aumentato la sua stessa capacità d’esportazione.

 

Lo scorso 14 marzo il segretario generale dell’ONU ha messo in guardia contro la minaccia di un “uragano di fame” che affonderà l’intero sistema alimentare mondiale. Gutierrez sostiene che la crisi ucraina rischia di fare cadere un quinto dell’umanità nella povertà e nella fame assolute. In base ad un recente dossier della FAO, 45 Paesi africani rientrano direttamente in questa minaccia, e 18 di questi dipendono per oltre il 50% del loro grano da Ucraina e Russia. Eritrea, Mauritania, Tanzania e Somalia ne dipendono al 100%.

Tutta l’Africa Subsahariana dipende al 30% dal grano russo e ucraino.

 

Intanto gli aggressori russi seminano mine ed esplosivi nei campi ucraini aggrediti, distruggono mezzi agricoli e si appropriano delle riserve di carburanti per le mietitrebbie. Ecco perché Zelensky ha ricordato, durante il Forum di Doha del 26 marzo scorso, che il blocco del grano ucraino ricadrà su molti popoli islamici, sudamericani e africani. Alcuni paesi hanno cercato di tutelarsi da questo pericolo. Come l’Egitto, che ha annullato diversi contratti di importazione di grano da Mosca per evitare di pagarne prezzi troppo maggiorati: Al-Sissi non dimentica, però, che le Primavere Arabe del 2011 iniziarono proprio dal malcontento popolare per l’aumento dei prezzi delle derrate alimentari di base. Le riserve interne di grano egiziano si esauriranno a fine estate. E dopo?

 

E la Turchia, che dipende al 100% dal grano russo, si rivolgerà all’Europa? Certo, questa potrebbe essere un valido sostituto, ma le produzioni cerealicole europee sono già al massimo grado di sfruttamento. Se il conflitto dovesse prolungarsi, anche l’Europa potrebbe decidere di tenere le proprie riserve soltanto per sé. E dopo? Marocco e Algeria, legatissime al grano francese, ne accuseranno le immediate conseguenze.

Su questo angoscioso palcoscenico un nuovo attore sta facendo il suo (non timido) debutto: l’India, che si è già offerta per esportare dieci milioni di tonnellate di grano quest’anno, contrariamente alla sua politica conservatrice e auto-tutelante. Iran, Indonesia, Tunisia e Nigeria hanno già firmato accordi in tal senso, nonostante la scarsa qualità del grano indiano (troppi pesticidi e troppo poche proteine).

 

La manovra vampiresca di New Delhi non è passata inosservata alla Casa Bianca, che sta già approntando delle mirate procedure anti-concorrenza da presentare all’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Del resto, i cereali dello zio Sam rivaleggiano da sempre con quelli russi nell’export mondiale: 60 milioni annui di tonnellate prodotte, di cui 24 milioni vendute ad altri Paesi, potrebbero presto riempire il vuoto lasciato da Kiev e da Mosca, nonostante l’attuale tasso sfavorevole del dollaro.

La guerra del grano sarà quindi “soltanto” un nuovo campo di scontro aperto, dove a rischiare la vita non saranno “soltanto” soldati ma milioni e milioni di bocche affamate.

 

 

Lucia Abbatantuono