Economia

Gli ottimi affari di una guerra molto inquinante

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Il peso “devastante” (così l’ha definito Biden) della notizia appena giunta dagli States apre uno scenario la cui portata si rivelerà presto drammatica: la Corte Suprema americana ha imbavagliato l’Agenzia Federale per l’Ambiente. Una vittoria per le grandi compagnie carbonifere, che non avranno più alcun limite alle emissioni inquinanti delle loro centrali elettriche. La famiglia Koch, da sempre la più antica e ricca sfruttatrice di miniere di carbone, esulta. Il Clean Power Act, volto alla tutela dell’ambiente, è affossato.
Ma siamo certi che Biden sia davvero disperato? I fatti sembrano negarlo.
“Cambiare tutto perché non cambi niente”, scriveva Tomasi di Lampedusa. E infatti nonostante le lotte universali all’inquinamento globale, a causa della crisi energetica in corso il consumo mondiale di carbone esplode a tal punto che le miniere più grandi del pianeta faticano a soddisfare la domanda complessiva. Che fine ha fatto Greta Thunberg? E gli Accordi di Parigi per arginare la crisi climatica? I missili su Kiev avranno intontito la prima e bruciato i secondi.
Dall’invasione russa in Ucraina ad oggi l’idrocarburo più inquinante al mondo, il carbone, conosce un formidabile revival.
In realtà già nel 2021 la produzione di carbone era aumentata del 9% rispetto al 2020, raggiungendo il massimo storico di sempre. Un rimbalzo senza precedenti dovuto principalmente a due ragioni: la ripresa post pandemia, rivelatasi più rapida del previsto e foriera di un’enorme impennata nella richiesta di energia elettrica; e la crescita dei prezzi del gas naturale, che di per sé ha reso il carbone più competitivo, facendone aumentare ulteriormente la domanda.
Inoltre, le attuali alternative green a basse emissioni non sono ancora pronte per gestire picchi di richiesta così elevati e repentini.
Siamo nel 2022, e le statistiche prevedono per il carbone un ulteriore record di estrazione e vendite. Si crea così un diabolico circolo vizioso: da una parte le sanzioni contro la Russia, che attivano un mercato internazionale di energie immediatamente disponibili e flessibili (quindi fossili – perché le risorse rinnovabili coprono attualmente meno di 1/3 della produzione di elettricità necessaria); dall’altra gli impegni climatici presi dai leader mondiali per ridurre l’inquinamento dissuadono le grandi multinazionali degli idrocarburi a finanziare i cosiddetti progetti “verdi”.
Le compagnie petrolifere stanno riscuotendo profitti di portata storica, ma si guardano bene dal reinvestire tutta questa manna in nuove produzioni suscettibili di rimpiazzare gas, carbone e petrolio: al contrario, i dirigenti remunerano i propri azionisti e preparano il mondo a un mercato dell’energia ancora più teso.
Shell, Total, Exxon, Chevron & Company festeggiano, dunque. E Washington sotto sotto gongola.
Gli USA sono un paese al 90% autosufficiente in termini di risorse energetiche, al contrario dei tanto accarezzati alleati europei. E sono il terzo paese al mondo per estrazione di carbone, dopo Cina (al primo posto) e India (in forte crescita). Dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi la politica energetica ha sempre giocato un ruolo fondamentale negli interessi diplomatici e militari americani, centrati sul concetto di “vulnerabilità”. Con il declino irreversibile della produzione interna di petrolio, e con una dipendenza sempre crescente dalle importazioni provenienti dal Vicino Oriente, Washington si è spesso considerata ostaggio di improvvise penurie energetiche. Questo timore raggiunse l’acme fra il ’73 e il ’74, quando i produttori arabi imposero l’embargo alle loro esportazioni di petrolio verso gli Stati Uniti, come rappresaglia al sostegno americano ad Israele durante la guerra di ottobre; e la paura riemerse nel 1979 con la rivoluzione islamica in Iran. Per superare questo sentimento di fragilità costante, Washington decise di garantirsi una presenza militare permanente nel golfo arabo, regione dalla quale ancora oggi si vanta di ottenere un approvvigionamento energetico ininterrotto. Oggi, pur mantenendo la propria presenza in quelle terre, gli USA sono diventati quasi autosufficienti in petrolio e gas, cosicché la loro politica energetica non si fonda più sul principio di vulnerabilità.
Anzi la situazione si sta ribaltando grazie alla nuova recente abbondante produzione petrolifera e carbonifera che rappresenta un focus strategico utile a coltivare i propri interessi nell’arena geopolitica mondiale.
Questo rovesciamento è partito sotto la presidenza Obama, quando le nuove tecniche di frattura idraulica del sottosuolo hanno facilitato lo sfruttamento su grande scala delle riserve petrolifere cosiddette “di scisto”.
Secondo i dati del Ministero dell’Energia americano, la produzione interna di greggio americano si attesta oggi sui 7,5 milioni di barili al giorno, ma grazie al petrolio di scisto l’America punta a superare nel 2025 i 9 milioni di barili al giorno. Abbandonata dunque la vecchia paura di una congenita fragilità energetica, la Casa Bianca cerca nuovi mezzi per ottenere un prossimo vantaggio geopolitico grazie a questa dirompente “età dell’oro”.
Persuadere gli Europei che possono davvero ridurre la loro dipendenza dagli idrocarburi russi fa parte di questo obiettivo.
Fin dagli Anni ’80, quando l’Europa occidentale iniziò a importare petrolio dall’URSS, gli americani hanno sempre considerato tale rapporto come una minaccia diretta al principio di solidarietà della NATO, perché i contratti di fornitura garantivano a Mosca un mezzo di vantaggio o di intimidazione diretta in caso di crisi politica globale.
Eppure finché gli stessi Stati Uniti dipendevano a loro volta da Paesi terzi per il proprio approvvigionamento energetico, non era certo il caso di fare lezioni agli europei sul tema.
Ma oggi che la loro industria petrolifera viaggia a pieno regime, gli Stati Uniti hanno dimenticato l’imbarazzo del passato.
Il perfezionamento delle tecniche ha anche accresciuto la produzione di gas naturale, i cui volumi sono passati (dal 2005 al 2019) dai 489 ai 939 miliardi di metri cubi annui.
Se all’inizio questo gas addizionale doveva essere consumato solo per bisogni essenziali e solo sul territorio americano, o al massimo su quello dei propri immediati confinanti, non appena la gallina dalle uova d’oro si è messa a covare per bene, l’amministrazione americana ha messo i doppi legacci all’esportazione del suo gas naturale liquefatto.
Sotto la presidenza Trump la costruzione di siti di produzione di gas liquefatto è diventata priorità nazionale, destinata soprattutto alla conquista dei mercati europei. Pur temendo di adottare un’attitudine troppo ostile verso Mosca, Trump voleva comunque impedire agli europei di dipendere dal gas russo, quindi più volte (da ottimo salesman) ha promesso agli europei di fornire loro gas di ottima qualità a un prezzo minore rispetto a quello russo. Business is business, baby!
E fu sempre sotto il mandato di Trump che il paese adottò la nuova dottrina strategica di concorrenza tra grandi potenze, la “Great Power Competition”. Esposta per la prima volta nella Strategia di Difesa Nazionale del febbraio 2018, questa teoria prevedeva che gli Stati Uniti e i loro alleati avrebbero gareggiato con Russia e Cina in una lotta spietata per conquistare nuovi vantaggi geopolitici. Perciò l’occidente avrebbe dovuto fare blocco unico contro l’aggressività combinata di Mosca o di Pechino. Una visione che avrebbe non solo rafforzato la potenza militare degli Stati Uniti (e della NATO) ma anche mobilizzato tutte le risorse economiche e tecnologiche a disposizione, e tra queste l’energia sarebbe stata la componente decisiva. Questa dottrina ha poi ricevuto il sostegno senza riserve dell’amministrazione Biden, che pure considera la lotta planetaria contro Russia e Cina punto cardinale della sua politica estera e militare.
Ma se la Cina resta largamente percepita come avversario principale degli USA, è la Russia che da gennaio monopolizza l’attenzione dei leader occidentali.
Tra le strategie suscettibili di contrastare l’aggressione russa in Ucraina la carta dell’energia si è subito imposta come fondamentale. La ragione è semplice: la forza militare di Mosca dipende dalle entrate petrolifere e di gas, utili a finanziare le operazioni belliche. Indebolire le capacità militari russe significa bloccarne le esportazioni, comprese quelle verso l’Europa – sempre più legata all’energia fossile russa come immediata risorsa alternativa. Ecco perché uno dei punti fondamentali della strategia americana in Ucraina, oltre alla fornitura d’armi e di vari aiuti alle forze armate del paese, consiste nell’incitare i leader europei a rimpiazzare le loro richieste di idrocarburi russi con le importazioni provenienti proprio da Stati Uniti e altri fornitori di fiducia.
Già a marzo scorso Biden e Ursula Von der Leyen hanno firmato un piano operativo per ridurre la dipendenza dell’Unione Europea dagli idrocarburi russi, con Biden che ha promesso all’Europa di aiutarla ad affrancarsene completamente entro il 2027. Pazienza se tutto ciò non farà che aggravare la dipendenza Europea da altre risorse energetiche estere. E pazienza se queste nuove risorse saranno proprio quelle americane.
Gli Stati Uniti e i loro amici controlleranno un gigantesco bacino comune di distribuzione di energia, mentre il resto del mondo si dividerà i più modesti resti, definiti in funzione della lealtà politica dei rispettivi attori verso Washington.
Nonostante questo grande disegno sembri difficile da realizzare, bisogna comunque aspettarsi che la competizione energetica occuperà una posizione sempre più centrale sulla scena mondiale, dove gli Stati Uniti giocheranno – senza dubbio – il ruolo dei protagonisti.