Nella sede romana di Save the Children è stato da poco presentato il nuovo report “Education at a Glance” – edizione 2022, contenente rilevanti informazioni che riguardano anche il nostro Paese. Ormai da anni la celebre ONG organizza insieme alla Fondazione Agnelli e all’OCSE questo interessante studio che fotografa l’andamento globale della scolarizzazione mondiale, e non solo. Purtroppo anche quest’anno i dati che ci riguardano non risultano confortanti. Fra il 2000 e il 2021 i livelli di istruzione in Italia sono cresciuti più lentamente della media di tutti gli altri paesi OCSE: la quota di giovani fra i 25 e i 34 anni con un titolo di istruzione universitaria è cresciuta di soli 18 punti percentuali rispetto alla media di 21. L’Italia resta uno dei dodici paesi OCSE in cui la laurea non è ancora il titolo di studio più diffuso in questa fascia di età. È un ritardo noto da tempo, ma che continua a restare preoccupante, soprattutto perché nell’area OCSE avere un titolo di studio terziario conviene, perché (dati alla mano) questo garantisce migliori livelli sia di occupazione che di retribuzione. Certo, il beneficio economico per gli italiani risulta comunque minore che altrove: in media nei paesi OCSE un laureato nell’intero arco della propria vita lavorativa guadagna il doppio di chi non ha un titolo di istruzione secondaria superiore, ma in Italia questo vantaggio è meno cospicuo: solo il 76% in più.
“Education at a Glance” è la principale fonte internazionale che ogni anno fornisce un’attenta comparazione delle statistiche nazionali utili a misurare lo stato dell’istruzione nel mondo. Il rapporto analizza i sistemi educativi dei 38 paesi membri dell’OCSE, includendo anche Argentina, Brasile, Cina, India, Indonesia, Arabia Saudita e Sud Africa. Oltre a uno specifico capitolo dedicato all’impatto della crisi COVID-19, l’edizione di quest’anno include un focus sull’istruzione universitaria. Altri indicatori standard riguardano la spesa pubblica e privata per l’istruzione, i vantaggi economici e di guadagno dell’istruzione, l’ingresso e il conseguimento del diploma di istruzione universitaria, gli stipendi dei dirigenti scolastici, le dimensioni delle classi, gli stipendi degli insegnanti e i tempi dedicati all’insegnamento.
Tra i dati più rilevanti dell’Italia si segnala l’elevata percentuale di bimbi fra i 3 e i 5 anni che frequentano la scuola dell’infanzia (92%), un dato che colloca il nostro Paese al di sopra della media OCSE, seppure con una minore offerta oraria nelle regioni meridionali. Nei successivi gradi di istruzione risaltano le forti disuguaglianze territoriali nell’offerta di tempo pieno nei gradi inferiori, con le regioni del sud in netto svantaggio rispetto a quelle del nord.
Sopra la media OCSE si conferma anche la spesa cumulativa per il singolo studente della scuola dell’obbligo: per uno studente fra i 6 e i 15 anni spendiamo in Italia oltre 105mila dollari (calcolati a parità di potere d’acquisto, per azzerare le differenze del costo della vita fra i diversi paesi esaminati). L’Italia è poi decisamente agli ultimi posti per quanto riguarda la spesa per studente universitario: 12.000 dollari all’anno contro una media OCSE di oltre 17.500.
Circa le analisi condotte sugli insegnanti, il Report conferma che le retribuzioni dei docenti italiani sono basse e poco dinamiche, ciò che rende l’insegnamento nel nostro Paese una professione decisamente poco attraente: se le retribuzioni nei paesi OCSE vanno in media dai 42mila dollari del livello pre-primario a più di 53.500 della secondaria di II grado, in Italia si collocano a livelli inferiori, rispettivamente a 40mila e 46mila dollari.
La retribuzione dei dirigenti scolastici, invece, è dappertutto superiore a quella di un lavoratore full-time laureato (media europea + 31%), e in Italia è più alta addirittura del 73%.
Il Report fa emergere un significativo indicatore del deficit di efficacia dell’istruzione in Italia in vista dell’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro: la crescita del numero già elevato dei giovani adulti che non hanno un lavoro, né seguono un percorso scolastico o formativo (i cosiddetti NEET), rischiando di avere risultati economici e sociali negativi tanto a breve quanto a lungo termine. Dopo essere salita al 31,7% durante la pandemia nel 2020, la quota di NEET italiani tra i 25 e 29 anni ha continuato ad aumentare fino al 34,6% nel 2021. Una situazione che rischia di perpetuare il circolo vizioso che va dalla povertà economica a quella educativa, e viceversa.
Un’importante differenza fra l’Italia e gli altri paesi OCSE è poi la distribuzione dei titoli di studio terziari: se in Italia fra la popolazione fra i 25-64 anni il 14% ha una laurea magistrale e il 5% triennale, la media OCSE fa invece registrare una situazione ben differente, con il 19% di lauree triennali e il 14% magistrali.
Il conseguimento di un titolo di studio universitario facilita l’ingresso nel mercato del lavoro, ma con forti differenze tra tipi di lauree: nel 2021 il tasso di occupazione dei laureati in medicina (e nelle professioni sanitarie o nei servizi sociali) era pari all’89%, ma solo del 69% tra i laureati nelle discipline artistiche. Inoltre, gli studenti di triennale che si laureano entro tre anni dalla fine della durata teorica del corso di studio in Italia sono solo il 53%, contro una media OCSE del 68%. Per quanto riguarda il supporto finanziario fornito agli studenti universitari, in Italia ne è destinatario il 38% degli studenti (generalmente borse di studio e servizi per il diritto allo studio universitario), posizionando il nostro Paese in una posizione intermedia del Report.
“Education at a Glance” contiene anche numerose informazioni sugli effetti del gender gap in istruzione, e sottolinea che la ben nota relazione positiva fra titolo di studio e livelli di occupazione sia particolarmente forte per le donne. Nel 2021 in Italia solo il 31% delle donne con titolo d’istruzione inferiore al diploma di scuola superiore sono risultate occupate (media UE 40%) mentre fra le donne laureate il tasso di occupazione si è attestato al 70% (media UE, 83%). Per gli uomini, invece, le differenze sono molto meno marcate: si va dal 64% per chi ha un livello d’istruzione inferiore al diploma secondario (media UE 66%) al 71% per i maschi laureati (media UE 88%). Un’altra declinazione del gender gap compare nell’istruzione universitaria: in Italia, come in tutti gli altri paesi OCSE, i tempi di completamento dei percorsi di laurea sono più rapidi per le donne. In particolare, nel nostro Paese il 56% delle studentesse consegue la laurea triennale entro tre anni dalla fine dei corsi, mentre questo riesce soltanto al 50% dei loro colleghi maschi.
Raffaella Milano, direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children, sostiene che l’analisi dell’OCSE individua nodi critici che dovrebbero essere messi al centro dell’agenda del nuovo esecutivo, a partire dall’accesso all’università e dal mancato inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, con la conseguente perdita di talenti e la drammatica crescita dei giovani NEET, perché se è vero che le disuguaglianze di genere nascono già durante la scuola primaria, altrettanto vero è che gli esiti degli apprendimenti nel tempo differiscono seguendo le condizioni socioeconomiche familiari e territoriali. Questi divari aumentano durante l’intero percorso di studi, favorendo la dispersione scolastica. Da parte sua Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, sottolinea che il nuovo Report conferma una volta di più che dappertutto, anche in Italia, studiare conviene: in primis per avere un lavoro e retribuzioni migliori, ma anche perché livelli d’istruzione più elevati sono correlati a una salute migliore, a una maggiore partecipazione alla vita civile e alla migliore capacità di comprendere l’altro. Per tutte queste ragioni bisogna che il numero dei nostri laureati cresca, senza dimenticare che agire sui livelli di istruzione non basta: al di là del titolo, conta ciò che si sa davvero. Perciò è fondamentale far crescere i livelli di apprendimento e di competenze dei nostri studenti, che soprattutto nelle scuole secondarie sono insoddisfacenti e di certo peggiorati con la pandemia, nonostante la spesa pubblica per la scuola (infanzia, primaria e secondarie) sia allineata, se non talvolta superiore, alle medie europee e OCSE.
Education at Glance 2022: le falle dell’istruzione italiana