Politica

Giustizia. Verso il referendum, i socialisti per un Sì ragionato

La campagna referendaria sulla riforma dell’ordinamento giurisdizionale è ormai entrata nel vivo.
I socialisti hanno scelto di votare Sì, come già avvenne in occasione del referendum sulla separazione delle carriere del giugno 2022.
Un sì ragionato, per dare completa attuazione alla riforma voluta dal ministro socialista Giuliano Vassalli, e che nel 1989 portò all’adozione del cosiddetto rito accusatorio nel processo penale.
Dobbiamo però ribadire che il sì dei socialisti è distinto e molto distante da quello di chi, nella destra, vuole utilizzare il referendum a mo’ di clava contro la magistratura.
Giorno dopo giorno il dibattito referendario sta deragliando, diventando terreno di scontro ideologico, politico, mediatico, ma non c’è bisogno, per separare la ragione dal torto, di un nemico da abbattere.
Per questo non è condivisibile il ricorso alla denuncia penale nei confronti dei vertici dell’ANM – pur ritenendo inopportuna l’affissione di certi tabelloni nelle stazioni ferroviarie -, né la personalizzazione dello scontro nei riguardi di alcuni magistrati.
Allo stesso tempo, però, sarebbe auspicabile maggiore pacatezza e moderazione da parte della stessa ANM, anche per scongiurare il grave rischio che la magistratura diventi agli occhi degli utenti della giustizia una struttura corporativa e faziosa.
Ciò detto, è utile ritornare su alcuni temi “caldi” del dibattito in corso.
Attacco alla Costituzione?
Si sente spesso invocare il “patriottismo costituzionale”, in difesa di valori costituzionali che sarebbero compromessi dalla riforma.
Il dato costante è che però nessuno indica, neanche per approssimazione, quali sarebbero i precetti costituzionali violati.
L’articolo 111 della Costituzione fu riscritto appositamente nel 1999 per sancire il principio secondo cui il “giusto processo” si svolge nel contraddittorio fra le parti in “condizioni di parità” e davanti a un giudice “terzo ed imparziale”.
Con la separazione delle carriere finalmente accusa e difesa si fronteggeranno ad armi pari, e chi giudica sarà, nella forma e nella sostanza, equidistante da chi si confronta in giudizio.
E ciò in attuazione, e non in sfregio della Costituzione.
Quanto all’autonomia e all’indipendenza della magistratura da ogni altro potere, v’è da dire che tali garanzie, per come è stato riformulato l’art.104 della Costituzione, sono oggi estese anche ai pubblici ministeri, la cui funzione era prima regolata solo dalla legge ordinaria.
Dunque un passo avanti, e non indietro, a tutela dell’indipendenza dei magistrati.
Il sorteggio
Fra i punti più controversi della riforma resta la elezione dei due Consigli Superiori dei magistrati giudicanti e requirenti con il sistema del sorteggio.
Si obietta che così viene meno la rappresentatività di tali organi. In verità non vi è prova che la maggiore qualificazione del CSM sia oggi garantita dal sistema correntizio, semmai vi è prova del contrario alla luce dei fenomeni degenerativi a tutti ben noti.
Peraltro il sorteggio non è mai stato un tabù, persino per gli stessi magistrati: basti ricordare che nel non lontano 2022, in occasione di una consultazione indetta dall’ANM fra i propri iscritti, il 42% dei votanti, tutt’altro che una sparuta minoranza, si è espressa a favore del sorteggio.
In ogni caso, le possibili “insidie” nascenti dal suddetto metodo elettivo dovranno essere verificate in sede di provvedimenti attuativi, laddove saranno indicati i criteri per la selezione dei partecipanti al sorteggio: anzianità di servizio, equilibrio di genere, rappresentatività territoriale e quant’altro.
Dunque il sorteggio non avverrà fra cittadini sprovvisti di cognizioni giuridiche, ma fra magistrati i quali, per aver superato uno dei concorsi più difficili, e per essere ordinariamente chiamati a prendere decisioni su cause di enorme valore economico, come sulla libertà di una persona, sono assolutamente in grado di disimpegnare le attività amministrative che, ai sensi dell’art.105, comma primo, della Costituzione, rientrano nelle competenze del CSM.
L’Alta Corte Disciplinare.
Si sostiene che l’Alta Corte possa trasformarsi in uno strumento per condizionare o addirittura intimidire i magistrati, e ciò in virtù delle influenze che su di essa potrebbe esercitare il potere politico.
Anche in questo caso sono auspicabili giudizi meglio ponderati.
Il novellato art.105 della Costituzione prevede che 9 dei 15 componenti della Corte, quindi la maggioranza, siano magistrati particolarmente qualificati.
Altri tre componenti vengono nominati dal Presidente della Repubblica, e solo i restanti tre estratti a sorte dal Parlamento.
Non pare, in verità, che si possa parlare di un organo di promanazione politica.
E’ bene inoltre ricordare che l’art.107 della Costituzione, che non è stato modificato, attribuisce al Ministro della Giustizia, espressione del “potere politico”, la facoltà di promuovere l’azione disciplinare nei confronti di un magistrato: ma chi esercita effettivamente il potere disciplinare, chi stabilisce se la segnalazione del Ministro deve avere seguito o deve essere archiviata, è sempre e solo il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, ovvero un magistrato di altissimo rango.

 

Luigi Diego Perifano
Responsabile Giustizia PSI