La vicenda del volto “meloniano” apparso nella chiesa di Roma si è oggi chiusa con il più classico colpo di spugna, o meglio, di pennello.
Le polemiche che in questi giorni hanno animato il dibattito pubblico ben più del caro affitti e della questione dell’ età pensionabile si ha ragione di ritenere che si spegneranno definitivamente nel giro di pochi giorni.
Ma a Roma, cancellato il volto della discordia, resterà una cappella che, lungi da essere un’antica opera d’arte, è costruzione assai recente, figlia di sacerdotale iniziativa del 1984, quindi sbaglia chi scomoda rinascimento o illuminismo.
Verrebbe invero da chiedersi, mentre tutti si soffermano sul volto evocante la premier, del perché sia sorta a Roma una simile opera in un epoca, gli anni ottanta, in cui i vecchi sovrani e i loro eredi erano banditi dal Paese, da vivi e da morti, non per sinistro capriccio ma per chiaro e “finale” dettato Costituzionale.
Il sacerdote che elaborò l’impresa, oltre a sostituire il preesistente (senz’altro di più alto valore artistico) fece infatti erigere un vero e proprio tempio non tanto alla figura umana di Umberto (che forse si potrebbe pure capire) ma propriamente al Re, quasi avesse ancora intonse le sue funzioni. Il contesto risulta, a parere di chi scrive, che ha giurato fedeltà alla Repubblica, molto inquietante.
Nella cappella, oltre ad una lapide agiografica e revisionista, fanno bella mostra di sé un altero busto di Umberto in posa solenne e angeli che da un lato riconsegnano al re di maggio la perduta corona, dall’altro gli porgono una monarchica carta d’Italia con tanto d’Istria, a cui manca solo l’Albania perché forse nel dipinto non ci stava.
Il tutto, sfido i professionisti del settore, senza il minimo pregio artistico trattandosi di croste plateali.
Che poi il quadro ordito negli anni ottanta sia stato definitivamente completato con il recente “politico” restauro, se suggerisce più che una sensazione, non muta comunque il contesto complessivo.
Sarebbe forse meglio chiedere alla Curia o chi per essa, visto che in passato l’opera era probabilmente sfuggita, ora rimosse le vestigia meloniane, di provvedere subitamente anche a cancellare l’intero funereo catafalco, con targhe, busti e cotillon, per restituire alla cappella del crocefisso tutto il suo antico splendore.
E fare finalmente pace con l’arte, con la politica e con la storia, che ne abbiamo tanto bisogno.
Tolta la regina resta il re