- Quasi 9 milioni di persone hanno subìto il furto della propria identità. L’Italia resta il ventre molle della sicurezza europea
“Sorrido quando sento di paure derivanti da un possibile attacco cinetico [con truppe, missili, bombe o altri strumenti di guerra fisica, ndr] da parte della Russia all’Europa. Ma la Russia sta già attaccando l’Europa, così come lo sta facendo l’Iran: basta entrare nei nostri sistemi informatici, soprattutto delle infrastrutture critiche. Teniamo presente che nel momento in cui si attacca un aeroporto, si attacca un impianto elettrico, infrastrutture critiche che servono al funzionamento di uno Stato, si guadagna 3, 4 volte, perché in ogni caso i malware che sono stati utilizzati per attaccare saranno anch’essi rivenduti nel dark web a chi li vorrà utilizzare”.
È il commento dell’esperto di cybercrime Ranieri Razzante intervistato dall’Adnkronos sull’attacco informatico a tre aeroporti britannici di cui si è avuta notizia nella serata di ieri.
I dati personali di 8 milioni e 700 mila passeggeri sono stati rubati negli aeroporti di London Stansted, Manchester e East Midlands a Nottingham. L’attacco cibernetico ha colpito soprattutto i passeggeri registrati per accedere gratuitamente al Wi-Fi nei terminal. La notizia è stata comunicata dal Manchester Airports Group operatore proprietario e gestore dei tre aeroporti. Grazie alla reazione immediata del sistema aeroportuale gli hacker non sarebbero riusciti a trafugare i dati bancari dei passeggeri e, cosa ancora più importante, la sicurezza dei voli non è stata compromessa. Le informazioni rubate si riferiscono a contatti personali, targhe dei veicoli, prenotazioni di parcheggi, Fast Track e altro, che consentono comunque la duplicazione dell’identità digitale, seppure limitata. Le vittime rischiano che i cybercriminali utilizzino i dati per mettere a segno azioni di vario tipo a nome dei veri detentori delle identità duplicate.
L’Agenzia per la cybersicurezza nazionale ha fatto sapere che i tre aeroporti hanno consigliato i passeggeri colpiti dall’attacco a diffidare di link e allegati provenienti da comunicazioni email non richieste. È il dark web lo spazio e l’ambito in cui indagare: a parere di Razzante le informazioni sono state rubate per essere infatti vendute in quel contesto illegale. Se la matrice dell’attacco fosse anche politica, Razzante indica come probabili ispiratori dell’azione degli hacker la Russia, considerate le minacce in questi giorni rivolte al Regno Unito, o l’Iran perché iraniano sarebbe il gruppo di hacker che una settimana fa ha manomesso per quattro giorni una piccola centrale britannica di energia elettrica, replicando l’attacco a infrastrutture idriche in 12 Stati americani un mese fa. Non è difficile immaginare che da noi si troverà sempre qualche anima bella – tra quelle che ripetono ciclicamente che i cosacchi non si abbevereranno alle fontane di Roma – disposta a sostenere che episodi simili sono poco più che ragazzate, il divertimento di qualche gruppo di buontemponi. La verità è che l’Italia resta il ventre molle della sicurezza europea.
Lo è malgrado l’efficienza dei suoi servizi segreti interni e di spionaggio estero, e dei suoi apparati di pubblica sicurezza. Lo è per ragioni storiche che hanno a che fare con la perdurante natura di amico-nemico della sua dialettica politica, e lo è per una fraintesa etica della libertà di pensiero che non pochi dei suoi intellettuali praticano come un gioco narcisistico e che con molte giravolte – e scarsa responsabilità pubblica – li fa approdare volentieri su lidi dove la libertà è conculcata ad ogni livello.
Mentre vicino a noi la situazione è sempre più complessa e richiede di essere raccontata e compresa. Nelle ultimissime ore: per il secondo giorno consecutivo le case e i magazzini di Kijv e del suo territorio sono colpiti da centinaia di droni, in Romania si indaga sull’attacco a una nave mercantile che ieri sera ne ha prodotto l’affondamento nel Mar Nero, un sondaggio mostra che la maggioranza degli islandesi è pronta a impedire domani nelle urne la ripresa dei colloqui di adesione del loro Paese all’Unione Europea, la Svezia si appresta a inviare navi da guerra e aerei da combattimento per contribuire alla difesa della Finlandia.
E il Regno Unito è entrato stabilmente nel mirino di Putin. Ieri Marija Zacharova portavoce del Ministro degli Esteri Sergej Lavrov, ha detto: “Gli ultimi avvenimenti non lasciano dubbi sul fatto che le ultime mosse del governo britannico mirino alla sconfitta strategica della Russia”. E ha minacciato: “La nostra risposta avverrà contro strutture del Regno Unito sia all’interno sia all’esterno dei confini ucraini. Qualsiasi contingente straniero che ostacoli l’operazione speciale diventerà un obiettivo legittimo”.
Ha invece gettato acqua sul fuoco il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che ha negato che Vladimir Putin abbia intenzione di attaccare i Pesi NATO. Trump ha detto di aver parlato in proposito col presidente della Federazione Russa e di aver ricevuto rassicurazioni in merito. Le parole di Trump vengono dopo i tentativi dei media in tutto il mondo di comprendere il significato della missione del capo della CIA a Mosca il 25 agosto. E giungono perciò come un tentativo del presidente americano di coprire in qualche modo quella notizia che ha suscitato tanto interesse.
Quanto a John Lee Ratcliffe, egli non avrebbe in realtà avuto alcun abboccamento con Putin e neppure con Lavrov. La ragione più plausibile della sua missione resta quella di ottenere il rilascio di cittadini americani detenuti nelle carceri russe. Magari farli tornare a casa non riuscirebbe a rovesciare un esito elettorale di Mid Term che si attende molto negativo per i repubblicani, ma per Trump che si ostina a trarre bilanci entusiastici anche dai disastri compiuti, sarebbe una boccata di ottimismo che – c’è da crederlo – lo farebbe sentire in grado di continuare a presidiare il futuro.
Claudio Rocco