Esteri

Il consociativismo politico dell’imperialismo USA è finito

Non è finito solo Trump e il partito repubblicano: è finita l’intera struttura politica del partito unico, quello con le due correnti: democratiche e repubblicane, che teneva in piedi e ha alimentato l’imperialismo americano da 80 anni. Come previsto da un “sobrio” Steve Bannon: “ se le elezioni avranno un netto vincitore, si apriranno i conflitti interni ai due partiti, in quello repubblicano fra trumpisti e conservatori e nel democratico fra progressisti moderati e progressisti socialisti”. Per ottenere questo risultato travolgente i democratici hanno fatto poco, ci ha pensato Trump a fare sia per loro che per i repubblicani. L’errore commesso sia da Trump che dai democratici, nella presidenza Biden, è stato lo stesso: non badare alla base elettorale convinta che il voto è ideologico. Trump non ha ascoltato: né gli elettori, né, a volte, se stesso perché spesso non si ricordava quello che aveva detto. È stato eletto promettendo di ridurre i costi, di porre fine alle guerre e di riportare l’ordine al confine. Invece, ha aumentato i costi con dazi e nuove guerre, e ha creato disordine, dopo aver chiuso il confine, inviando gli agenti dell’ICE mascherati a molestare e sconvolgere sia le comunità cittadine che quelle rurali dove gli immigrati sono necessari a quell’economia. Avrebbe potuto operare, con discrezione, nelle aule dei tribunali, come ha fatto Obama, che ha espulso tre milioni di clandestini condannati per reati. Ma Trump ha un suo “stile” non ha mai cambiato. Questa è coerenza!. Ha minimizzato quasi tutto ciò che faceva infuriare la gente e il suo partito per favorire soprattutto la lobby sionista e delle big-tech che lo ha riportato alla Casa Bianca. Ora sono nei guai ambedue. Allo stesso modo, credo che il principale fallimento politico dei democratici, dalla presidenza Biden, sia stato non ascoltare la sua base di sinistra favorevole ad una svolta sociale in economia e apertamente contraria a essere complice dello sterminio di Gaza.

I partiti hanno perso, i candidati hanno vinto

In queste elezioni, come mai successo, a perdere, sono stati gli establishment dei due partiti che hanno provato a bloccare l’avanzata verso il cambiamento rappresentato da candidati indipendenti . Mamdani a New York ha avuto contro il partito nella sua disputa con Cuomo ; Al-Sayed ha battuto nelle primarie la candidata del partito Haley Stevens, che alla fine si è accasata dal candidato repubblicano Mike Rogers; Chris Pappas, dichiaratamente gay, non era il candidato preferito dal partito. Josh Turek in Iowa e Gina Hinojosa in Texas non erano le prime scelte del Partito Democratico; Keisha Lance Bottoms, a 56 anni, sarà la prima governatrice nera del Paese, dopo aver superato le contrarietà del suo partito. Ma questa spaccatura fra il partito e i candidati è uscita forte nell’elezione di Nithya Raman, socialista democratica, alla corsa al sindaco di Los Angeles contro il sindaco uscente , il democratico, Karen Bass, con il 73% dei voti. Nel campo repubblicano la catastrofe è rappresentata dalla tripla sconfitta in Texas e Georgia : perdita dei governatori, dei membri del Senato e della Camera. In entrambi gli stati i candidati sono stati scelti da Trump, ma non hanno ricevuto l’appoggio del partito repubblicano locale; Paxton, in Texas, aveva contro anche la famiglia Bush. Sconfitta particolarmente grave è quella del Texas , secondo maggiore stato, per prodotto interno lordo, degli Stati Uniti dopo la California.

In entrambi i partiti la leadership è sotto attacco

È ancora presto per capire che succederà nel campo repubblicano, mentre in quello democratico si parla apertamente di due nuovi speaker per sostituire gli attuali Hakeem Jeffries, alla Camera, e Chuck Schumer ,al Senato, criticati per essere stati troppo moderati con Trump e troppo vicini a posizioni pro-israeliane ancora prevalenti nell’establishment del partito. Schumer, sionista, è accusato di avere sostenuto candidati repubblicani per le posizioni pro-Pal di alcuni candidati democratici. Questo non deve sorprendere per un sistema politico che in Italia chiameremmo “consociativo” . Con Trump ancora presidente , tutto questo è finito e democratici e repubblicani devono gestire una transizione verso un sistema bipartitico vero, con confronti serrati e aggressivi fra un partito democratico fortemente influenzato dai nuovi Ds, Democratici Socialisti, che hanno vinto su un’agenda politica ed economica dichiaratamente di sinistra, e un ex partito conservatore radicalizzato dal trumpismo. Sarà un nuovo bipartitismo farà aumentare lo scontro fra le varie “americhe” con un presidente che ha ossessivamente apostrofato gli avversari come portatori di ideali islamisti e di un’ideologia comunista, e un’opposizione dei nuovi democratici che già prima delle elezioni hanno promesso di mettere sotto accusa Trump e la sua famiglia, tutti i membri dell’amministrazione e quelli, come Musk, che hanno avuto un ruolo nella gestione trumpiana. Musk ha già ricevuto proprio in queste ore un antipasto di ciò che lo aspetta: i senatori democratici hanno avvertito Musk, sei banche e quattro porti di: “conservate tutti i documenti e le comunicazioni, e consultate un avvocato”.

Il “deep state” non si farà processare

Al di sopra di questi nuovi partiti ci sono e continueranno ad esserci quelli che in Italia chiamiamo “poteri forti” e che negli USA sono indicati come “deep state”: neocon, sionisti, aziende dell’hi-tech, aziende petrolifere, settore delle armi militari, che fino a ieri si sono identificati nel trumpismo. Sono portatori di interessi che non scompaiono e presumibilmente continueranno ad esercitare pressioni e condizionamenti su qualunque sia l’amministrazione in carica perché rappresentano la struttura portante, ideologica, economica e militare dell’imperialismo americano. I politici passano, ma questi poteri restano perché sono loro che proiettano l’imperialismo americano nel mondo e non credo che siano disposti a farsi processare. Se Trump, avesse veramente, come lui dice, l’istinto del killer, avrebbe potuto approfittare della sconfitta, indotta da queste lobby, contro l’Iran per accusarli di alto tradimento e arrestare tutti. Come ha spiegato sul Post, “ i funzionari governativi e tutti coloro che svolgono funzioni pubbliche, ma anche chi come Musk o Thiel o tanti altri che sono diventati americani , devono giurare fedeltà alla Costituzione; se “nell’interesse di un’altra nazione” ci si adopera per portare, con documentazioni e consigli fuorvianti , la nazione in una guerra, che non è nell’interesse diretto degli Stati Uniti, è certamente configurabile il reato dell’alto tradimento”. Sembrano passati anni luce da quando Hillary Clinton prima e Biden dopo erano considerati i portatori degli interessi e delle istanze del “deep state” . Portare a termine una “rivoluzione sociale” così come promessa dai nuovi democratici sarà decisamente difficile. Cosa significa assistenza sanitaria per tutti resta molto vago, con le assicurazioni, che coprono, a pagamento, i costi , che dovrebbero essere sostituite o integrate o che?. E come fare per risolvere il problema degli alloggi popolari. Edilizia pubblica o integrare l’edilizia privata in quella pubblica o viceversa. Calmierare i prezzi come? con la logistica e la distribuzione in strutture pubbliche, o intervenire in quella privata, integrando i prodotti di marca con beni a basso prezzo, o a prezzo politico, prodotti dallo Stato. Questi nuovi politici avranno sicuramente la determinazione a perseguire tutti coloro che sono complici o conniventi nelle politiche di Trump, ma avranno la forza e la coesione di rimodulare il sistema fiscale e buttare nel cassonetto il One Big, Beautiful Bill, di Trump, che ha ridotto ulteriormente le tasse per i ricchi e le aziende. Avranno la determinazione per mettere le mani nel settore dell’Intelligenza Artificiale, che è l’unico settore che sta trascinando l’economia americana?. Tutte riforme da sviluppare senza soldi, con uno Stato quasi in bancarotta sull’orlo del default e con un presidente che ha comunque un diritto di veto sulle proposte legislative. E poi c’è la questione israeliana con la lobby sionista che spinge per riprendere la guerra anche a rischio di usare le armi nucleari. Insomma, una serie di riforme e cambiamenti che non sono contingenti ma che modificano il sistema da dentro e toccano il tessuto vivo dell’imperialismo americano così come l’abbiamo conosciuto per 80 anni.

Fulvio Rapanà