Economia

Algeria: addio a libertà economica e di stampa

Di Quirinale.it, Attribution, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=112398824

Tre giorni fa, in un’assolata Napoli, il nostro presidente Sergio Mattarella ha incontrato Abdemajid Tebboune, presidente dell’Algeria. Insieme hanno fatto colazione nell’amena Villa Rosebery e poi hanno visitato il Museo di Capodimonte. Si spera che abbiano trovato il tempo di parlare non solo di materie prime e collaborazioni economiche tra le due sponde del Mediterraneo, ma anche di libertà di stampa e diritti umani.

Perchè dietro Tebboune c’è una storia fosca che troppi continuano a ignorare. Proviamo a ricordarla partendo da una domanda: che accade se una grande multinazionale nordafricana denuncia la corruzione dilagante e l’alterazione fraudolenta del mercato algerino?

Succede che le prime teste a cadere sono quelle dei giornalisti.

“È stata una settimana pesante. Gli ultimi giorni di Liberté li abbiamo vissuti nel dolore: il cuore già non lavorava più” – con queste parole il caporedattore Hassane Ouali ha sigillato l’ultima edizione del quotidiano algerino Liberté, che ha fermato le stampe ad aprile.

L’ultimo direttore, Abrous Outoutert, ha firmato un editoriale intitolato “Infanticide” per evidenziare il motivo della decisione: la volontà politica di imbavagliare per sempre i 72 giornalisti della testata. Isaf Rebrab, patron del giornale e CEO del Gruppo Cevital (fatturato da 5 miliardi di dollari annui), nonché sesto uomo più ricco dell’Africa secondo Forbes, ha persino vietato ai suoi giornalisti di assumere almeno il titolo della rivista dopo il suo abbandono.

Parliamo di un giornale che tra il 2004 e il 2006 ha raggiunto la tiratura di oltre 130.000 copie in Algeria, uno degli ultimi quattro giornali in lingua francese presente nella nazione e soprattutto uno degli ultimi due ad aver mantenuto costante la linea critica sul governo del presidente Abdelmadjid Tebboune.

La storia parte nel 2019, quando a febbraio milioni di algerini scesero in piazza per impedire il quinto mandato del presidente Bouteflika. Nacque allora il movimento Hirak, con cortei ripetuti per mesi ogni venerdì fino alle dimissioni definitive di Bouteflika, seguite dall’elezione di Tebboune, che come primo atto da presidente avviò la repressione di quel movimento fino a contare, oggi, circa 280 persone incarcerate per esserne state attiviste.

Tra questi lo stesso Isaf Rebrab, incarcerato per otto mesi dopo la caduta del presidente Bouteflika. Gaïd Salah, capo di stato maggiore e fedelissimo di Tebboune, ha presto avviato una sorta di “operazione mani pulite” contro i nuovi oligarchi vicini ai fratelli Bouteflika, senza risparmiare le persone più ricche del paese come (appunto) Rebrab.

Il milionario, già molto avanti negli anni e fiero dei decenni di successo imprenditoriale, sembra aver subito duramente il colpo. L’affronto personale non è stato inferiore all’affondo commerciale che ha tagliato la crescita delle sue variegate realtà produttive ma, soprattutto, ha aperto una costante persecuzione governativa nei riguardi della libertà economica generale.

Del resto, Rebrab ha creato centomila posti di lavoro in Algeria, e poteva aspettarsi di tutto ma non il carcere per motivi politici. Rilasciato solo a fine 2019 dopo la morte di Salah, il magnate ha dovuto subire un nuovo smacco dal presidente Tebboune, che ha rifiutato di sbloccare i suoi progetti di investimento. Ne sono nati gravi dissapori e ancor più gravi interventi che hanno toccato direttamente anche il giornale Liberté: il suo direttore è stato convocato più volte dai servizi di sicurezza algerini, “insoddisfatti” dei titoli del giornale. Due giornalisti sono stati incarcerati e uno di loro, Mohamed Mouloudj, è ancora oggi detenuto.

L’intero Gruppo Cevital, che spazia dall’industria alimentare ai servizi logistici globali, dall’edilizia alle materie prime, ha subito danni diretti a causa dell’opposizione del governo, come il recente divieto temporaneo all’esportazione di prodotti alimentari: limitandosi al mercato degli zuccheri, il valore delle esportazioni annuali dell’Algeria è pari a 400 milioni di dollari, di cui il 70% garantito dal gruppo Cevital, che ne produce 2 milioni di tonnellate di cui 800.000 esportate in Africa, Europa e altri paesi.

Il Comitato Algerino per la liberazione dei prigionieri conta oggi 266 prigionieri di coscienza. Dall’Hirak, il movimento di protesta nato nel 2019 contro Bouteflika, decine di giornalisti sono stati arrestati e molti condannati a detenzione. Di male in peggio: nell’estate 2021 il Ministero delle Comunicazioni ha ritirato l’accreditamento dai canali France 24 e Al-Arabiya.

A dicembre scorso l’ONG Reporter Senza Frontiere ha denunciato l’intensificarsi degli attacchi governativi diretti alla stampa, classificando l’Algeria al 146° posto nel mondo (su 180) per libertà di stampa.

Mustapha Bendjama, caporedattore del quotidiano Le Provincial, è stato arrestato oltre trenta volte negli ultimi tre anni: spesso poco prima di una manifestazione, a volte in redazione davanti ai colleghi, altre ancora sotto casa, non senza duri episodi di violenza fisica. L’intimidazione dei giornalisti va a braccetto con l’asfissia economica del settore: in Algeria esiste una sola agenzia pubblicitaria, per giunta statale. Le conseguenze logiche di questo monopolio sono fin troppo chiare.

Alcuni coraggiosi algerini, sostenitori della libertà di stampa, denunciano che ogni settimana decine di giornalisti sono convocati in tribunale per rispondere di accuse false.

I giornali algerini sono ormai costretti ad adottare l’autocensura come regola di sopravvivenza, ma lavorare così allontana dalla vera libertà di stampa. Quella libertà che sembra ormai così lontana da Algeri e sempre più a rischio di estinzione in molte altre parti del mondo.