“Si è passati dall’urgenza all’emergenza” – dice Marco Gay, presidente di Confindustria Piemonte. Mentre i prezzi continuano a salire, a fine agosto i Presidenti delle Confindustrie di Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto si sono incontrati con i relativi Assessori allo Sviluppo economico delle loro Regioni in un vertice straordinario svoltosi il 30 agosto: Annalisa Sassi, Francesco Buzzella, Marco Gay ed Enrico Carraro hanno così chiuso non certo serenamente le loro vacanze, ma c’è ben poco da star sereni ad ascoltare quanto avevano premura di divulgare.
Dati alla mano, gli esponenti delle industrie operanti in queste regioni fondamentali per l’economia italiana hanno denunciato il “forte rischio di deindustrializzazione del Paese”, rischio che da mesi gli imprenditori paventano e che oggi si trovano ad affrontare di giorno in giorno. La loro esperienza sul campo li porta oggi a sottolineare che, senza immediate misure di contenimento, il sistema industriale italiana resterà paralizzato, mettendo a repentaglio finanche “la sicurezza e la tenuta sociale della nazione”.
Un’urgenza definita ormai “indifferibile”, perché ormai impossibile è “mantenere la produzione con un tale differenziale di costo rispetto ad altri paesi, sia europei che extra UE, nostri competitor”.
Come già da tempo ripete il Presidente nazionale Confindustria, Carlo Bonomi, la crisi colpisce non solo le imprese esportatrici dirette, ma anche tutta la filiera produttiva, con effetti particolarmente devastanti sulle piccole e medie imprese. Per inciso, va ricordato che le PMI italiane sono circa 206 mila, un 4,86% del tessuto imprenditoriale italiano, ma da sole sono responsabili del 41% dell’intero fatturato generato nel nostro paese, del 33% dell’intera quota di occupati del settore privato e del 38% del valore aggiunto nazionale.
Se ciò non bastasse, il meeting di fine estate ha evidenziato pure l’annullamento pressoché totale del rilancio economico post pandemia, con drammatiche ricadute su quei territori che hanno subìto una forte erosione di competitività rispetto agli altri paesi europei limitrofi.
I rappresentanti delle Confindustrie delle quattro regioni hanno presentato i dati relativi agli incrementi dei costi energetici dal 2019 al 2022: se nel 2019 il totale dei costi di elettricità e gas sostenuti dal settore industriale delle loro regioni ammontava a circa 4,5 miliardi di Euro, nel 2022 gli extra-costi raggiungeranno – calcoli effettuati nell’ipotesi più rosea relativa sull’andamento generale dei prezzi – i 36 miliardi di euro, fino a superare i 41 miliardi nel peggiore degli scenari.
Le ricadute non danneggeranno solo le imprese ma l’intera società, con evidenti problemi di tenuta sociale ed economica per lavoratori, famiglie e per l’intero Paese. La cassa integrazione non è lo strumento ideale per le crisi di lungo periodo, e in questo caso rischia di diventarlo: l’insostenibilità di un simile scenario è palese. Da una parte i presidenti Sassi, Buzzella, Gay e Carraro hanno fatto appello all’immediata necessità di definire una programmazione energetica nazionale che preveda interventi e investimenti a medio-lungo termine, che garantiscano la sicurezza e la sostenibilità della produzione energetica e delle forniture di gas; dall’altra hanno dichiarato che le imprese “non possono attendere un giorno di più” le misure necessarie a calmierare i prezzi di gas ed energia elettrica.
Misure che sono state anche elencate in una sorta di ricetta che vorrebbe curare il male incombente, tra cui l’introduzione di un tetto al prezzo del gas (europeo e/o nazionale – cosa attuata già a livello UE), la sospensione del meccanismo europeo che prevede l’obbligo di acquisto di quote ETS a carico delle imprese (quote complessive e frazionate di emissioni inquinanti assegnate ad ogni impresa direttamente dal sistema europeo centrale), la riforma integrale del mercato elettrico, la separazione netta del meccanismo di formazione del prezzo dell’elettricità da quello del gas, il contenimento dei costi delle bollette con risorse sia nazionali che europee e, non ultima, la destinazione di una quota nazionale di produzione da fonti rinnovabili a costo amministrato all’industria manifatturiera.
A confermare il quadro preoccupante esposto dai rappresentanti Confindustria sono da poco arrivati gli ultimi dati INPS sulla cassa integrazione: rispetto al mese di aprile, maggio già evidenziava un aumento del 19,75% della CIG in tutte le sue componenti (ordinaria, straordinaria, in deroga) e Fis – Fondo di integrazione salariale. Nel periodo che va da gennaio a luglio la CIG è aumentata del 45,65% rispetto allo stesso periodo 2021, soprattutto nei settori del commercio (+103,6%), dell’industria (+35,8%) e dell’edilizia (+34,8%), nonostante il tanto decantato Bonus e nonostante le entusiasmanti previsioni del post-pandemia. Particolarmente allarmante è l’accelerazione registrata a giugno, quando l’apertura di nuove CIG è aumentata del 49,8% rispetto a maggio, proseguendo così anche in luglio (+25,2% sullo stesso mese del 2021). Tra le aree che più ricorrono alla cassa integrazione risalta il celebre distretto della ceramica dell’Emilia Centrale, comparto fortemente e innatamente energivoro per via dei forni che lavorano a ciclo continuo: qui, se nel 2021 il prezzo del gas al metro cubo era intorno ai 23 centesimi, gli ultimi rialzi hanno portato l’identico costo a tre euro. Calcolando che per un metro quadro di piastrelle servono in media tre metri cubi di gas, è evidente che il prezzo del singolo prodotto schizzi fuori mercato, a tutto vantaggio della concorrenza straniera (specialmente di India, Cina e Turchia) che riesce invece a praticare prezzi più bassi.
Come già dichiarato da Marco Colacicco, presidente della Mittel – grande holding con partecipazioni in celebri aziende dell’arredo bagno come Ceramica Cielo e Galassia – ad agosto l’Italia ha vissuto un silenzioso lockdown energetico di interi settori produttivi, col prezzo del gas arrivato già a fine luglio a 180 euro per megawatt/ora; la speranza generale era quella di ritrovarsi, tornando dalle ferie, con una situazione migliorata, e invece oggi il costo è ancora salito sopra i 260 euro: 13 volte il costo storico, quasi 10 al netto del contributo statale. Le aziende energivore assistono impietrite al pauroso aumento dell’incidenza del costo del gas (senza considerare l’energia elettrica) a una percentuale compresa tra il 20% e il 40% del fatturato, e spesso oltre. Agli imprenditori non restano che due alternative, entrambe foriere a lungo termine di effetti negativi: fermare in parte o del tutto l’attività, aggrappandosi alla cassa integrazione, oppure continuare ad alzare i prezzi, generando così ulteriore inflazione che porterà inevitabilmente, presto o tardi, ad una violenta fermata ciclica. Chiusure, recessione, calo dell’economia e distruzione della domanda interna sono fantasmi parimenti terrificanti quanto le bombe su Kiev e i massacri di Donetsk? In autunno lo scopriremo.