Negli ultimi anni, l’Unione Europea ha lanciato due grandi progetti simbolo: il Green Deal, pensato per guidare la transizione ecologica, e il più recente Rearm Europe, slogan che segna la nuova corsa agli armamenti del continente. Due direttrici apparentemente diverse, eppure accomunate da una profonda incoerenza di fondo: entrambi si sono rivelati strumenti retorici più che reali politiche di cambiamento.
Il Green Deal doveva rappresentare la svolta: ridurre le emissioni, riorientare la produzione industriale, sostenere la transizione verso un modello sostenibile ed equo. Ma ben presto si è rivelato per quello che era fin dall’inizio: un’infrastruttura normativa ambiziosa, ma scollegata dalla realtà economica e sociale, facilmente intercettabile da logiche speculative.
Invece di creare giustizia climatica, ha alimentato un ecosistema finanziario fondato su incentivi opachi, certificazioni verdi discutibili, e progetti “ecologici” usati come leve di profitto più che di trasformazione.
Le imprese che avevano i capitali per adattarsi – o per fare lobbying – hanno intercettato le risorse, mentre i territori più fragili e marginali – dalle aree rurali ai distretti produttivi locali – sono stati colpiti da vincoli rigidi, espropriazioni ambientali e costi non sostenibili.
Il paradosso è chiaro: una transizione pensata per ridurre le disuguaglianze ha finito per acuirle.
E mentre l’attenzione per il Green Deal sfuma, emerge prepotentemente un nuovo mantra: “Rearm Europe”.
In teoria, una risposta alla nuova instabilità geopolitica. Nella pratica, un’operazione economico-industriale che nasconde molte più domande di quante ne risolva.
La prima domanda, la più semplice, è anche la più imbarazzante: cosa stiamo riarmando, esattamente?
Perché a oggi non esiste un esercito europeo. Non esiste una catena di comando unificata, né una dottrina comune, né regole condivise di impiego delle forze.
E allora, se non esiste un’entità militare europea, a chi vanno i fondi del riarmo?
La risposta rischia di essere chiara: alle industrie belliche europee – in primis quelle tedesche – che da tempo avevano preparato il terreno.
Grandi gruppi come Rheinmetall, Krauss-Maffei Wegmann o Diehl Defence hanno aumentato la produzione già prima dell’invasione dell’Ucraina, e delocalizzato segmenti chiave della filiera in paesi terzi per ridurre i costi e massimizzare i margini.
Ma il punto più critico è che le industrie della difesa europee non agiscono in concorrenza, ma in cartello. Le principali aziende di Francia, Germania e Italia si dividono il mercato attraverso joint venture, alleanze e partecipazioni incrociate.
Si crea così un oligopolio militar-industriale che condiziona le scelte politiche e orienta le priorità strategiche non secondo logiche difensive, ma secondo interessi economici.
In questo scenario, l’idea di una “autonomia strategica europea” risulta del tutto svuotata.
L’Europa non rafforza la propria sovranità militare, ma diventa un mercato di consumo per armamenti prodotti da pochi attori industriali, spesso integrati in catene globali che dipendono ancora da realtà extraeuropee, dagli Usa alla Cina.
In sintesi, Rearm Europe non sembra avere le caratteristiche di una politica di sicurezza, ma quelle di una strategia industriale con retorica militare.
E proprio come il Green Deal, non è pensata per costruire resilienza o coesione, ma per alimentare una specifica economia – e i profitti che ne derivano.
Se l’Europa vuole davvero contare, deve smettere di inseguire slogan e iniziare a costruire politiche con una direzione chiara, fondate su equità, democrazia e trasparenza.
Altrimenti, passeremo semplicemente dal disastro ecologico mancato a una militarizzazione inutile, ma altamente redditizia per pochi.
Dalla transizione verde alla corsa agli armamenti, il risultato è lo stesso: l’assenza di una visione politica autentica e la subordinazione delle politiche pubbliche a dinamiche speculative.
Un’Europa che investe in armi senza un esercito, e che ha investito nel green senza una strategia sociale, rischia di essere non solo inefficace, ma anche profondamente ingiusta.
E il prezzo, come sempre, lo pagano i cittadini.
Dal Green Deal al Rearm Europe: due fallimenti annunciati