Dare voce a chi non riesce a farsi sentire, dai giovani precari, che finiranno per diventare precari vecchi, ai pensionati usati come un bancomat quando il governo deve fare cassa, passando per un fisco più giusto per lavoratori e pensionati, anche se già meno iniquo sarebbe un bel passo avanti. Senza dimenticare che l’Italia detiene il triste record europeo dei morti sul lavoro.
Non basta, in questi giorni in cima ai pensieri dei sindacati c’è l’insoddisfazione per il recente decreto legge sul lavoro, che sembra proprio che non sia piaciuto a nessuno al di fuori dell’entourage della destra che regge bordone all’attuale governo di Georgia Meloni.
E la reazione non si è fatta attendere. Dopo il primo appuntamento a Bologna di domenica 7 maggio, che ha richiamato in piazza 30mila persone che hanno dato un giudizio negativo sulla rotta del governo, la mobilitazione di Cgil, Cisl e Uil a sostegno della piattaforma unitaria su lavoro, sicurezza, previdenza e fisco, è proseguita sabato 13 maggio a Milano, per chiamare a raccolta il Nord, e sabato 20 maggio scorso a Napoli, che ha richiamato 50mila lavoratori dalle regioni meridionali e dal Lazio. Napoli ha terminato il primo ciclo della mobilitazione organizzata dai tre sindacati confederali ma non la stagione di lotte che proseguiranno ancora e che potrebbero sfociare anche in uno sciopero generale, in un autunno caldo.
Su questo e su altri argomenti di attualità sindacale abbiamo intervistato PierPaolo Bombardieri, segretario generale della Uil.
Vogliamo ricordare i punti salienti della piattaforma unitaria delle Confederazioni sindacali?
Intanto, vorrei chiarire un passaggio: la mobilitazione sindacale è stata programmata molto prima del cosiddetto decreto lavoro. Dunque, la nostra iniziativa non è stata organizzata, come qualcuno ha cercato pretestuosamente di sostenere, contro il taglio del cuneo fiscale, ma per sostenere le nostre proposte e le nostre richieste che non sono affatto diverse da quelle che abbiamo espresso già nei confronti del precedente governo Draghi. Peraltro, proprio a quel tempo, abbiamo fatto uno sciopero generale per ottenere il taglio del cuneo fiscale e, oggi, rivendichiamo il risultato ottenuto, che andrebbe però reso strutturale. Ciò detto, i punti salienti della nostra piattaforma sono ben noti: si va dalla richiesta di provvedimenti per la lotta al precariato a quelli per un lavoro in sicurezza; dalla riforma del fisco per la riduzione delle tasse a lavoratori e pensionati alla riforma della legge Fornero per una flessibilità in uscita; dal recupero del potere d’acquisto di salari e pensioni a una sanità accessibile a tutti e in condizioni paritarie su tutto il territorio nazionale. Noi non abbiamo cambiato la nostra posizione: questo chiedevamo e questo chiediamo tutt’oggi.
Un bilancio sui risultati di queste tre manifestazioni e quali i passi successivi?
Le manifestazioni sono andate benissimo. C’è stata una grande partecipazione: le richieste per essere presenti in piazza, a Bologna, Milano e Napoli hanno superato abbondantemente le aspettative. È il segno di una volontà di esserci per far sentire la propria voce, per rappresentare un disagio e per esprimere le proposte di un cambiamento. Noi non facciamo mobilitazioni per far cadere i Governi, ma per chiedere al Governo di cambiare le proprie scelte, di costruire un Paese diverso, basato sul lavoro stabile, dignitoso, sicuro. Vogliamo parlare con le nostre persone che hanno riempito le piazze, ascoltarle, spiegare loro cosa stiamo facendo e costruire il consenso sulle nostre proposte. Continueremo nella mobilitazione per dare voce a chi è rimasto indietro.
Se continuerà il muro di gomma, se le risposte del governo continueranno a essere insoddisfacenti, si può ipotizzare uno sciopero generale?
Lo sciopero generale non si minaccia, si fa quando è il momento, c’è tempo. Peraltro, lo sciopero è uno strumento, non un obiettivo: non lo abbiamo escluso, ma c’è bisogno di una mobilitazione lunga.
Crisi economica e regole dell’Unione Europea. Se le politiche liberiste e di austerità hanno fatto il loro tempo, su quali soluzioni bisogna puntare?
Il dramma è che c’è chi pensa che quelle politiche non abbiano ancora fatto il loro tempo. E allora noi ci chiediamo come sia possibile risollevare l’Italia e l’Europa se si continua a sostenere il paradigma economico dell’austerità? La Commissione ha avanzato una riforma del Patto di stabilità che, se dovesse passare così com’è stata proposta, nel nostro Paese, la prossima manovra economica dovrebbe partire da meno 10 miliardi, con ripercussioni negative per gli investimenti nel sociale, nel lavoro e nella sanità. È previsto, infatti, il rientro dello 0,5% annuo del rapporto debito/Pil, il che si traduce in un taglio pari a 9,5 miliardi annui. Ebbene, quella riforma non deve passare ed ecco perché chiediamo alla Commissione, da un lato, ma anche a tutti i partiti politici e al Governo, dall’altro, che si cambi paradigma, che si superino le politiche liberiste e di austerità e si adottino scelte che puntino alla crescita e allo sviluppo.
Com’è stata accolta la tua proposta di un contratto di lavoro europeo, che hai lanciato al congresso della Ces, la Confederazione europea dei Sindacati, tenutosi a Berlino nei giorni scorsi?
Ammetto che alcune proposte sono molto forti e che richiedono tempo per essere metabolizzate. Però, bisogna cominciare a ragionare sul futuro perché viviamo in un mondo che sta già cambiando vorticosamente sotto i nostri piedi. Se pensiamo all’Europa come al nostro Paese e se guardiamo al Sindacato europeo del domani, non possiamo tollerare, ad esempio, che le grandi multinazionali producano grandi profitti e paghino i lavoratori in modo diverso, ancorché siano a distanza di poche centinaia di chilometri tra loro. Questo non è più possibile: c’è un problema di omogeneità di trattamento economico e di diritti. Dunque, dovremo cominciare a discutere di un contratto europeo di lavoro e, quindi, della possibilità di cedere una parte delle prerogative sindacali nazionali al Sindacato europeo del domani. La Ces sarà in grado di giocare un forte ruolo contrattuale? di rivendicare scelte nei confronti della Commissione europea? di svolgere azioni e non campagne nei confronti delle multinazionali? Dobbiamo essere capaci di dare queste risposte nella consapevolezza che l’Organizzazione sindacale non è nostra, ma degli iscritti che rappresentiamo e tale rimarrà anche quando noi andremo via.
Una delle campagne più importanti della Uil è quella di Zero morti sul lavoro. Si può iniziare a fare un bilancio? Quali risultati, nel bene e nel male, ottenuti sino a oggi? Quali sono, invece, le iniziative ancora da avviare per arrivare al traguardo di questa battaglia che, facile da capire, non è solo sindacale?
Sì, infatti, è innanzitutto una battaglia di civiltà, di rispetto per la vita e per le persone: non si può morire di lavoro. Ecco perché siamo convinti che la questione debba essere affrontata partendo da un approccio “culturale”: bisogna capire che non ci si può né ci si deve rassegnare, non si tratta di incidenti inevitabili. Occorre diffondere questa consapevolezza ed ecco perché abbiamo avviato la nostra campagna “Zero morti sul lavoro”, coinvolgendo personaggi della cultura, dello spettacolo, della società civile, dello sport che, mettendoci la loro faccia, stanno invitando tutti a questo impegno di responsabilizzazione. Ci ha sorpreso positivamente la risposta dei giovani e delle scolaresche: a loro, soprattutto, puntiamo per costruire una nuova coscienza del valore della vita, delle persone e della dignità del lavoro. Sul fronte più squisitamente politico, qualche segnale ci era giunto dal precedente governo Draghi. Poi le cose si sono arenate: con il nuovo Esecutivo era stato avviato un tavolo che sembrava promettente, ma tutto si è bloccato. Anzi, si è rischiato addirittura che la situazione peggiorasse, con provvedimenti di segno decisamente opposto a quello da noi auspicato. Ora è tutto fermo, tranne gli incidenti sul lavoro e gli infortuni mortali che restano su livelli di assoluta inciviltà. Servono più ispettori, più ispezioni, più prevenzione e più formazione. Inoltre, bisognerebbe istituire il reato di omicidio sul lavoro e bisognerebbe impedire alle aziende che, non rispettando le norme sulla sicurezza, abbiamo causato incidenti mortali, di partecipare ai bandi per gli appalti pubblici.
Domani, martedì 30 maggio, avrete l’incontro con il Governo. Cosa vi aspettate?
Le nostre rivendicazioni sono note e chiare: se fosse necessario le ribadiremo per l’ennesima volta. Ma, soprattutto, ci aspettiamo risposte concrete e impegni vincolanti da parte del Governo per il lavoro, per ridurre le diseguaglianze, per lo sviluppo. Questo è ciò che chiedono le persone che hanno partecipato alle manifestazioni e a queste domande ci aspettiamo che siano date risposte coerenti e conseguenti.
Antonio Salvatore Sassu