E ora? In Israele hanno vinto tutti. Ha vinto la popolazione andata alle urne in massa stabilizzando la democrazia: ha votato il 77,7% per cento dei 7 milioni e 331.981 di elettori israeliani. E manca ancora lo scrutinio dei voti delle sezioni speciali, quelle nelle caserme, negli ospedali, presso le persone disabili, presso i diplomatici e i riservisti: riferiti ai voti espressi rappresentano circa il dieci per cento dell’elettorato e valgono 15 seggi che potrebbero premiare l’una o l’altra coalizione.
Ma per saperlo bisognerà attendere il 4 novembre. Ha vinto Benjamin Netanyahu che ha confermato il suo Likud come primo partito con 26 seggi, conquistando con la coalizione 53 seggi su 120 -gliene mancano 8 per avere la maggioranza della Knesset. Ha vinto Gaudi Eisenkot che ha dimostrato che l’opposizione a Netanyahu è maggioritaria nel Paese, portando il suo “Blocco del Cambiamento” a 48 seggi. All’interno della coalizione il suo partito, Yashar, ne ha ottenuti 21 aumentando il proprio consenso. Hanno vinto i partiti arabi che potrebbero diventare l’ago della bilancia del prossimo governo: Lista Unita, laica e di sinistra, e Ra’am, islamica, hanno conquistato 19 seggi quasi raddoppiando la loro rappresentanza.
Troppi vincitori. La situazione è difficile. Il presidente della Repubblica Isaac Herzog potrebbe cercare di convincere Netanyahu e Eisenkot a tornare insieme per formare un governo come accadde subito dopo il pogrom del 7 ottobre 2023, con una solida maggioranza di 101 seggi. Ma potrebbe anche offrire il mandato al solo Eisenkot, se interpreta il voto come una maggioranza anti- Netanyahu. Herzog potrebbe presentarlo dunque al generale ex capo di Stato maggiore dell’esercito e interprete sul campo di battaglia della dottrina dell’utilizzo di “forza sproporzionata” contro il nemico, che ha dichiarato di voler far cessare gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania non decisi dal governo.
Avigdor Liebermann, ex ministro della Difesa e leader di “Yisrael Beytenu” che ha conquistato 7 seggi presentandosi nel “Blocco del Cambiamento”, sta in queste ore proponendo ai parlamentari del Likud un’alleanza con Eisenkot escludendo Netanyahu e i partiti arabi. Chi però immagina possibile una svolta radicale nel governo di Israele, rimarrebbe deluso perché ciò che unisce i due leader è qualcosa di più solido di ciò che li divide. Entrambi hanno in testa al loro programma la sicurezza di Israele e l’opposizione alla soluzione “Due Stati”.
Per Netanyahu ricostituire la coalizione di destra estrema dopo le polemiche elettorali sulla presunta volontà di formare un governo senza Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, non è impossibile. I partiti di Ben Gvir e Smotrich, Otzma Yehudit e Partito Sionista Religioso, avranno 13 seggi, 7 il primo e 6 il secondo, che sommandosi ai 53 della coalizione del primo ministro uscente, e agli ultraortodossi, porterebbero a una maggioranza di 81 seggi. Un confermato patto di governo rappresenterebbe però una missione molto complessa. Perché una rinnovata alleanza che dovrebbe comprendere verosimilmente anche gli ultraordossi di Shas e UTJ -puniti di 3 seggi dal voto che li fa scendere a 15 complessivi- si consegnerebbe ai condizionamenti dell’estrema destra con conseguenze immaginabili nell’elettorato moderato che chiede la certezza che non verranno riprese le operazioni contro l’Iran, e il raffreddamento del fronte libanese.
Lo sarebbe anche perché Ben Gvir ha accusato il premier uscente di subordinazione agli interessi americani e tra i due appare improbabile un recupero dei rapporti. Per Eisenkot allearsi con i partiti arabi, cioè con i collettori dei voti degli elettori palestinesi andati a votare come mai in precedenza, significherebbe esserne condizionato in misura imprevedibile e perdere il sostegno dei non arabi. Eisenkot che ha perduto un figlio nelle operazioni anti-Hamas a Jabalia nel dicembre 2023, non sarebbe peraltro disponibile a un’alleanza con Lista Unita perché quel partito non avrebbe con chiarezza riconosciuto i crimini commessi da Hamas il 7 ottobre 2023.
Il mandato che il presidente della Repubblica si appresta a conferire rappresenta comunque un momento di enorme rilevanza per il futuro di Israele e del Medio Oriente, anche nel caso che si rendessero necessarie altre elezioni legislative. E Herzog ha già comunicato di non volere un ritorno immediato alle urne. Davanti a sé in questo momento il presidente ha due opzioni, entrambe tuttavia radicali, al di là dell’ingegneria politico-istituzionale: la decisione di continuare a favorire l’alleato americano, facendo il possibile per la formazione di un governo che rilanci la guerra in Iran e allora servirebbe il ritorno di una coalizione di estrema destra -la scelta comporterebbe il riaprirsi del fronte in Libano e potrebbe portare anche a operazioni anti-sciite in Iraq e in Siria-, oppure favorire la costruzione di un’alleanza contro la guerra e più disponibile a impegnarsi nella ricostruzione di Gaza e nell’impedire ai coloni di continuare ad appropriarsi illegalmente di terre in Cisgiordania.
Ma questa seconda scelta avrebbe bisogno dei seggi dei partiti arabi e rappresenterebbe uno strappo nella tradizione politica israeliana perché darebbe ai palestinesi per la prima volta nella storia il potere di agire all’interno del governo di Israele influenzandone scelte e orientamenti. Gli scenari che potrebbe aprire una soluzione di questo tipo consentirebbero qualsiasi suggestione. Potrebbero riguardare persino il superamento della teoria dei due popoli e due Stati che lascerebbe il campo alla realtà di un solo popolo unito in uno Stato democratico e finalmente inclusivo.
Claudio Rocco