Politica

Il patto generazionale tradito: un fondo sovrano per restituire il futuro

Nel mio precedente intervento ho sostenuto, con una provocazione volutamente forte, che la generazione nata negli anni Sessanta sia stata tra le più privilegiate della storia repubblicana. Non si trattava di formulare un giudizio morale, né di ignorare le disuguaglianze esistenti all’interno di quella generazione, ma di evidenziare una contraddizione: una parte dei benefici economici e sociali goduti in passato è stata finanziata trasferendo oneri e vincoli sulle generazioni successive.
Oggi il problema non è più stabilire chi abbia beneficiato maggiormente delle opportunità del passato, ma comprendere come ricostruire un patto intergenerazionale ormai compromesso, perché la nostra società, in cui il patrimonio ereditato conta più del lavoro e delle capacità individuali, ha smarrito, di fatto, il principio stesso della mobilità sociale.

I dati ISTAT confermano questa trasformazione: tra gli occupati nati tra il 1980 e il 1994, la mobilità sociale discendente interessa il 27,1%, superando quella ascendente, ferma al 25,1%. Nel frattempo, il potere d’acquisto delle retribuzioni nel 2025 risultava ancora inferiore dell’8,6% rispetto al 2019. Occorre dunque passare dalla denuncia alla proposta.
Il recupero della giustizia intergenerazionale richiede un intervento coordinato lungo cinque direttrici: patrimonio pubblico, lavoro, casa, sanità e pensioni. La proposta centrale è la costituzione di un Fondo Sovrano Intergenerazionale, attraverso il quale una parte del valore economico generato dal patrimonio artistico e immobiliare pubblico venga trasformata in una fonte permanente di finanziamento delle opportunità per le nuove generazioni.

L’Italia possiede una ricchezza collettiva straordinaria, accumulata nei secoli, che troppo spesso viene considerata esclusivamente come un costo da sostenere. Secondo il Rapporto 2026 dell’Agenzia del Demanio, il patrimonio immobiliare statale gestito comprende 45.415 beni, per un valore stimato di 63,2 miliardi di euro. A questo patrimonio si affianca l’immenso capitale storico, artistico e culturale del Paese, il cui valore economico non può essere ridotto a una semplice valutazione immobiliare.

La questione fondamentale è comprendere come trasformare una parte di questa ricchezza in un flusso continuo di risorse, senza comprometterne la proprietà pubblica, la conservazione e la fruizione collettiva. La proposta non prevede la vendita di monumenti, musei o edifici storici. Al contrario, il principio dovrebbe essere quello di conservare il patrimonio e di distribuirne nel tempo i benefici economici, distinguendo rigorosamente i beni culturali inalienabili dagli immobili disponibili e valorizzabili. Il Fondo potrebbe quindi operare attraverso due strumenti complementari. Il primo sarebbe un veicolo patrimoniale pubblico, destinato alla gestione e alla valorizzazione degli immobili disponibili, conferendoli, ove giuridicamente consentito, a fondi specializzati oppure affidandoli in concessione, mantenendo adeguate garanzie pubbliche.

Per il patrimonio artistico e culturale, invece, il Fondo non acquisirebbe la proprietà dei beni, ma potrebbe ricevere, nei limiti stabiliti dalla legge, una quota delle entrate nette aggiuntive generate da concessioni compatibili con la tutela, servizi culturali, iniziative di valorizzazione e partenariati pubblico-privati, mantenendo inalterato il principio di tutela delle esigenze di conservazione e di accessibilità che avrebbero sempre la priorità rispetto al rendimento finanziario.

Il secondo strumento sarebbe un portafoglio finanziario intergenerazionale, alimentato progressivamente dai proventi netti effettivamente disponibili delle attività di valorizzazione, da eventuali conferimenti pubblici e dalle risorse che il legislatore decidesse di destinargli in via stabile. Questo capitale dovrebbe essere investito secondo criteri di diversificazione, prudenza e rendimento a lungo termine, con l’obiettivo di preservarne il valore reale e accrescerlo progressivamente. La distinzione tra questi due strumenti è essenziale, poiché il valore stimato degli immobili non costituisce denaro immediatamente spendibile. Il Fondo potrebbe finanziare nuove politiche soltanto a partire dai redditi effettivamente realizzati e disponibili, dopo aver coperto la manutenzione, gli investimenti, i costi di gestione e le riserve necessarie. Una regola prudenziale potrebbe prevedere, una volta raggiunta un’adeguata capitalizzazione, il reinvestimento di almeno il 70% dei rendimenti netti distribuibili e l’impiego della quota restante in programmi intergenerazionali. Si tratterebbe, quindi, di una scelta normativa da calibrarsi sulla sostenibilità effettiva del Fondo, non di un mero rendimento garantito.

Il riferimento concettuale è il fondo sovrano norvegese, che trasforma una ricchezza non riproducibile, quella petrolifera, in capitale finanziario destinato a generare benefici nel tempo. Nel caso italiano, la fonte sarebbe diversa: non una rendita derivante da risorse naturali, bensì la valorizzazione di una ricchezza storica e patrimoniale collettiva. L’Italia dispone già di competenze e strumenti utilizzabili.

L’Agenzia del Demanio, INVIMIT e Cassa Depositi e Prestiti potrebbero concorrere, ciascuna secondo le proprie funzioni, alla costruzione del sistema. L’esistenza del fondo immobiliare i3 MEF, attivato per la valorizzazione del patrimonio pubblico, dimostra che alcune componenti operative sono già disponibili. La novità consisterebbe nell’attribuire a queste attività una precisa finalità redistributiva intergenerazionale, mediante una struttura di governance indipendente, controlli parlamentari, rendicontazione pubblica e vincoli di destinazione tali da impedire che il capitale venga impiegato per finanziare ordinariamente la spesa corrente o per coprire disavanzi.

Il Fondo dovrebbe nascere da una legge istitutiva che definisca il patrimonio ammissibile, le fonti di finanziamento, le regole di investimento e i beneficiari. Un censimento iniziale e una sperimentazione su progetti sostenibili consentirebbero un avvio graduale.

Il secondo pilastro riguarda, poi, il lavoro. Sul lavoro occorre ridurre stabilmente il carico fiscale e contributivo sui redditi medio-bassi, rafforzare la contrattazione e collegare gli incentivi alle imprese all’occupazione aggiuntiva, ai contratti stabili e alla crescita delle retribuzioni reali. Ricerca, innovazione e formazione qualificata, soprattutto nel Mezzogiorno, devono accrescere la produttività e le opportunità lavorative. Per la casa, una parte degli immobili pubblici recuperabili dovrebbe ospitare studenti, giovani lavoratori e nuove famiglie a canoni di locazione sostenibili. Il Fondo, in questa materia, potrebbe intervenire concorrendo alla riqualificazione, affiancando garanzie selettive per la prima casa e incentivi alla locazione degli alloggi inutilizzati. La difesa di una sanità universalistica, a sua volta, richiede investimenti pluriennali nella medicina territoriale, nel personale e nella prevenzione, con obiettivi verificabili tramite le liste d’attesa. Rafforzare la salute riproduttiva, sostenere la genitorialità e fornire assistenza alla non autosufficienza significano anche evitare che le responsabilità di cura costringano a rinunciare al lavoro. In materia previdenziale occorre, infine, tutelare le pensioni basse e medie e costruire una pensione contributiva di garanzia per le carriere discontinue, riconoscendo i periodi di maternità, di cura e di disoccupazione involontaria. Eventuali misure di solidarietà sulle pensioni più elevate dovrebbero riguardare componenti non giustificati dai contributi versati, nel rispetto dei principi costituzionali e della sostenibilità attuariale.

Poiché il Fondo non può finanziare da solo tutte queste riforme, soprattutto all’avvio, servono coperture esplicite: minore pressione sul lavoro, maggiore contributo delle grandi concentrazioni patrimoniali e delle successioni più elevate, salvaguardando le eredità ordinarie, insieme alla revisione delle agevolazioni inefficaci e al recupero delle inefficienze amministrative. Le risorse dovrebbero sostenere sia gli interventi immediati sia la progressiva capitalizzazione del Fondo, perché finanziare il patto con nuovo indebitamento strutturale trasferirebbe, ancora una volta, il conto ai giovani. La generazione degli anni Sessanta, in questo quadro, può restituire parte dei benefici ricevuti, contribuendo alla costruzione del Fondo Sovrano Intergenerazionale, trasformando la ricchezza ereditata in opportunità condivise, poiché nessuna società può dirsi giusta se, per i suoi giovani, ereditare conta più che lavorare.

Guido Tortorella Esposito
Unisannio – DEMM