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“Non al denaro non all’amore né al cielo”: l’attualità di De Andrè 55 anni dopo

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Sono passati 55 anni dalla pubblicazione di “Non al denaro non all’amore né al cielo” (11 novembre 1971), quinto album in studio di Fabrizio De Andrè ispirato all’Antologia di Spoon River, capolavoro di Edgar Lee Masters del 1915 pubblicato per la prima volta in Italia nel 1943 con traduzione di Fernanda Pivano. Il libro di Edgar Lee Masters contiene più di duecento poesie dedicate a personaggi di un immaginario paesino della provincia americana, ognuno con la propria storia, il proprio destino. Tutti sepolti nel cimitero del villaggio. Fabrizio lesse la prima volta il libro quando aveva diciott’anni, poi di nuovo alla fine degli anni ’60, rimanendo colpito dalla capacità di Edgar Lee Masters di penetrare nella psicologia dei personaggi. Decise di farne un concept album, al quale collaborarono per i testi Giuseppe Bentivoglio e per la musica Nicola Piovani.

Il disco è diviso in due parti. La facciata A del 33 giri ha per tema l’invidia, la B alla scienza. Alla domanda che gli fece Fernanda Pivano sul perché dei due temi (l’intervista è stata pubblicata insieme al disco), Fabrizio così rispose: “Per quanto riguarda l’invidia perché direi che è il sentimento umano in cui si rispecchia maggiormente il clima di competitività, il tentativo dell’uomo di misurarsi continuamente con gli altri, di imitarli o addirittura superarli per possedere. Per quanto riguarda la scienza, perché la scienza è un classico prodotto del progresso, che purtroppo è ancora nelle mani di quel potere che crea l’invidia. E, secondo me, la scienza non è ancora riuscita a risolvere problemi esistenziali.”

Come si vede, il messaggio lanciato da De Andrè 55 anni fa è attualissimo. Mai come adesso imperversa a tutti i livelli la brama di potere, che nasce dall’avidità e dall’arroganza, dal desiderio insaziabile di possedere. Alle radici della smania di potere vi è spesso l’invidia, che si traduce nella molla di voler superare e assoggettare gli altri. Anche la scienza, troppo idolatrata, ha grandi responsabilità. Oggi la scienza e la tecnica, attraverso l’intelligenza artificiale, minacciano l’autonomia di giudizio, la libertà individuale e rappresentano lo strumento attraverso cui il potere di pochi pretende di indirizzare i destini dell’intera umanità.

Anche in questo album Fabrizio con le sue canzoni entra nell’animo della gente. Gente comune, apparentemente semplice, ma che nasconde i propri segreti, le proprie paure, le proprie ansie, le proprie ambizioni. Così, nel lato A, incontriamo il matto del villaggio, che, non trovando le parole per comunicare e venendo perciò deriso da tutti, cerca per invidia di imparare la Treccani a memoria e finisce internato in un manicomio. Subito dopo troviamo il giudice nano, preso in giro per la sua bassa statura, che diventa procuratore per esercitare, vendicandosi, il potere di giudicare e condannare. E’ poi la volta del blasfemo, che viene incarcerato per aver detto che Dio imbrogliò l’uomo allontanandolo dal Paradiso terrestre quando scoprì che attraverso la mela proibita poteva strappargli il segreto dell’eternità. Conclude la prima facciata il malato di cuore, che umanamente da ragazzo invidiava gli amici liberi di correre a perdifiato e divertirsi e che muore per la troppa emozione dopo aver baciato una donna. Soprattutto in questa storia ma in fondo pure in quelle del matto e del blasfemo, Fabrizio ha uno sguardo di compassione anche per chi è mosso dall’invidia. Quasi come se, cristianamente, condannasse il peccato, ma salvasse il peccatore. E anche nei confronti del giudice, dove la feroce ironia quasi sconfina nella perfidia, De Andrè trova un’attenuante nel fatto che a spingerlo ad esercitare quel ruolo è stata la società con i suoi pregiudizi e i suoi luoghi comuni (“un nano è una carogna di sicuro perché ha il cuore troppo, troppo vicino al buco del culo”).

La seconda facciata si apre con il ritratto di un medico, che all’inizio affronta la sua professione come una missione, curando gratis chi non può pagare, ma poi, caduto in povertà, per guadagnare da vivere s’inventa un elisir di giovinezza. E’ un imbroglio per il quale finirà in prigione, da tutti disprezzato e considerato un truffatore. Segue il chimico – bravo a combinare i diversi elementi e a farli reagire, ma non a capire la dinamica dell’amore – che muore in seguito a un esperimento sbagliato, senza essersi mai sposato. Infine, l’ottico, che non si accontenta di esercitare la sua normale professione, ma vuole creare occhiali speciali che consentano di vedere oltre la realtà, fabbricando immagini surreali.

Chiude l’album “Il suonatore Jones”, una canzone che racconta la storia di un suonatore (di violino nella poesia di Lee Masters, di flauto nella canzone di De Andrè) che muore povero dopo aver vissuto solo per la musica. Perché è solo la musica che dà la libertà, da lui sempre cercata. In questo probabilmente Fabrizio si identifica con Jones. Il brano si riconnette alla canzone introduttiva, dove anche lì si parla del suonatore Jones, “che offrì la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero non al denaro, non all’amore né al cielo.”

Cosa resta di tutte queste vite? Non lo sapremo mai. Sappiamo solo che tutti insieme, uomini e donne, giovani e vecchi, ricchi e poveri, belli e brutti, giacciono per sempre là, in quel cimitero. E la cantilena, triste e dolce, della prima canzone ha il sottile potere di legarci ad essi in un comune destino: “Dormono, dormono sulla collina / dormono, dormono sulla collina.”

Attilio Pasetto