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EN MARCHE!

Terremoto politico a Parigi, con seri rischi di ingovernabilità. Come previsto, niente da fare per Ensemble!, il movimento creato da Emmanuel Macron attorno alla sua En marche per le Legislative del 2022.

Il secondo turno delle elezioni per Palazzo Bourbon conferma la tendenza del 12 giugno, ma con uno scenario peggiore. Una situazione inedita per la Francia: il rieletto Presidente della Repubblica non avrà una propria maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale, ma soltanto relativa. Macron non potrà governare in autonomia e con le proprie linee programmatiche ed è ora obbligato a cercare un nuovo alleato per il futuro governo.

Tra l’altro, anche il presidente uscente dell’Aula parlamentare, Richard Ferrand, sodale strettissimo del Capo dello Stato, è stato battuto dal candidato delle sinistre unite attorno a Jean-Luc Mélenchon, e giunte al secondo posto. Identica sorte per tre ministri in carica. La situazione è estremamente confusa, con la Camera bassa che torna al centro della scena. Mai un capo dello Stato dal 1958 si è trovato senza una propria maggioranza, tranne i casi di coabitazione obbligata con partiti di colore opposto. Addirittura, in caso di instabilità manifesta si parla già di uno scioglimento anticipato del Parlamento con il ricorso da parte di Macron all’articolo 12 della Costituzione del generale De Gaulle.

I dati quasi definitivi, come già le proiezioni, attribuiscono a Ensemble! il 38,5% dei voti e circa 245 deputati su 577, quindi ben distante dalla maggioranza dei 289 seggi. Dopo essersi fermato al primo turno a soltanto uno striminzito 25,75% contro il sorprendente 25,66% conquistato dall’alleanza delle sinistre e degli ecologisti riunita in Nupes, Nouvelle Union Populaire écologique et sociale, e una differenza ridottissima di poche decine di migliaia di schede, Macron sarà obbligato a guardare alla destra moderata degli ex gollisti, Les Républicains, sconfitti ma determinanti in aula per i provvedimenti macroniani.

Non riesce, quindi, neanche Jean-Luc Mélenchon – che comunque arriva al 31,6% e coprirà l’ala sinistra dell’Aula con oltre 130 deputati – nel suo intento di replicare il successo di quasi assoluta parità del primo turno, nonostante l’essere divenuto la seconda forza politico-parlamentare.

L’ex esponente socialista più “à gauche” e leader della Nupes, costruita attorno alla sua France Insoumise, non entrerà, come sperato, da Primo ministro a Palazzo Matignon in coabitazione con l’avversario Macron, e nemmeno a fare un realistico “barrage” alle politiche macroniane.

La grande affermazione delle forze di sinistra gli permette al momento di dire alla stampa che è evidente «la sconfitta del partito presidenziale, oggi senza alcuna maggioranza» e che il macronismo con la sua non chiara indicazione agli elettori di votare nei ballottaggi il candidato di Nupes e non il lepenista, ha anzi, condotto all’inedito rafforzamento, davvero senza precedenti, dell’estrema destra.

In effetti, il Rassemblement national di Marine Le Pen, esultante per l’exploit dei suoi “Bleu”, ma misurata nei toni e nel «dovuto rispetto delle istituzioni», a sorpresa (ma non troppo) e con scandalo di molti con oltre il 17% dei suffragi diventa il terzo gruppo parlamentare dopo Nupes e dovrebbe ottenere 89-90 seggi.

Ago della bilancia e vera incognita per il prezzo da far pagare a Macron per appoggiarlo nelle forme da definire divengono, quindi, Les Républicains, giunti quarti nella classifica elettorale.

Pur travolti da una profonda crisi di leadership e di credibilità, fagocitati poi dal macronismo pigliatutto, oggi al minimo storico e in tutte le loro passate denominazioni, il raggruppamento della destra classica già gollista, con circa il 7% e i suoi probabili 61-75 parlamentari, pregusta non segretamente la révanche su colui che li ha svuotati dagli elettori più moderati.

Intanto, a tarda sera la Primo ministro della transizione presidenziale, Elisabeth Borne, anch’ella in lizza per l’elezione a deputata macroniana (poi eletta), ha affermato di voler «trovare un compromesso» per «costruire una maggioranza d’azione». La Borne si è detta preoccupata per il risultato che è da «rispettare», ma che rappresenta «un rischio per il Paese di fronte alle sfide da affrontare, anche internazionali». Le prossime ore, con la diffusione dei dati definitivi con tutti gli eletti e gli sconfitti, si delineeranno in concreto le opzioni del capo dell’Eliseo.

Non è, tra l’altro, affatto escluso un altro inedito per la Quinta Repubblica: il ricorso all’articolo 12 della Costituzione da parte di Macron, con lo scioglimento in breve tempo – in ambienti presidenziali si sussurra entro un anno – della appena eletta Assemblea Nazionale, se il presidente fosse impossibilitato a varare una maggioranza stabile e coerente.

Roberto Pagano