Politica

La democrazia liberale nel mondo non gode di buona salute

Questo, almeno, è il parere dei due più importanti “centri diagnostici” specializzati nella materia: la Freedom house americana e un istituto svedese. Ambedue concordi nel descrivere una situazione di progressivo deterioramento, in atto dal 2010 in poi.
Una crisi molto diversa da quelle che l’avevano preceduta, nella prima e nella seconda metà del secolo scorso. Quando, nel corso degli anni trenta, la democrazia liberale appariva spettatore impotente dello scontro tra fascismo e comunismo. O, ancora, quando, nel secondo dopoguerra, il comunismo, nelle sue varie versioni, sembrò ad un certo punto, detenere le chiavi del futuro.
In ambedue le circostanze, però, l’occidente e i suoi valori, vinse, anzi stravinse lo scontro. Come mai, allora, questi valori sono in ritirata in tutto il mondo ? Tutta colpa degli intrighi del Cremlino e dei prestiti , distribuiti a piene mani da Pechino ?
Se questo fosse il problema, avrebbe ragione Biden. E, per superare la prova, basterebbe mettere in ordine di battaglia ( pacifica, pacifica) i Buoni per avere ragione dei Cattivi.
Purtroppo, però, le cose non sono così semplici . Perché, come ci spiega il rapporto di Stoccolma, il continuo declino della democrazie liberali non è dovuto al fascino esercitato da altri sistemi; ma a fattori endogeni. Tra loro connessi. E sintetizzabili nella totale sfiducia nella capacità della politica e dei partiti di controllare e orientare il corso degli avvenimenti rispondendo ai bisogni e alle ansie della gente. E alla corrispondente perdita di credibilità di tutte le autorità e istituzioni collettive. Travolte, dal canto loro, da un individualismo sfrenato e anarcoide e dall’onnipotenza invasiva del denaro.
In questo quadro, lo smottamento del sistema ( particolarmente rilevante, per inciso, nei paesi amici e alleati dell’America) lo porta a riassestarsi su di una linea mediana: quella della “democrazia illiberale”. Luoghi dove si vota e dove, attenzione, si interferisce il meno possibile nelle libertà personali; ma dove, al centro della scena, c’è l’autocrate che fa e disfa a suo piacere.
In tutto questo, per venire alla seconda delle nostre finestre, elemento determinante è il totale discredito dello stato guida della democrazia nel mondo: gli Stati uniti. Oggi ritenuti un modello da seguire da appena il 17% degli intervistati dall’Istituto svedese. E, come vedremo ora, con una qualche ragione.

IL CASO RITTENHOUSE E IL PARTITO REPUBBLICANO

Come sapete, Kyle Rittenhouse è quel giovane che, a Kenosha, dove era arrivato partendo da una città situata a più di cento chilometri di distanza, armato dal suo fucile da caccia, lo ha usato per uccidere due persone e ferirne una terza. E che è stato oggi assolto in base al principio della legge sulla legittima difesa putativa: quella che consente ai tutori delle legge e ai cittadini onesti di ammazzare chiunque appaia ai loro occhi minaccioso: perché resiste all’arresto, perché sembra estrarre qualcosa dalla tasca, perché si muove in modo scomposto, perché sta in un posto sbagliato nel momento sbagliato, perché è nero.
Ora, il suo avvocato è indignato. Perché esponenti del partito repubblicano hanno glorificato il suo gesto, fino a proporgli un lavoro al Congresso.
Ma non è il caso che si preoccupi troppo. Perché, ad agitarsi in modo scomposto, sono i trumpiani puri e duri, Quelli del Qanon, del 6 gennaio, della vittoria rubata e trasformata in sconfitta. Mentre il partito repubblicano si appresta a vincere. Nel 2022. E anche nel 2024. Con Trump; ma magari anche senza. Mobilitando passioni pericolose. Avvalendosi di tutti i mezzi legali a propria disposizione. E per finalità propriamente eversive.
Né si possono definire altrimenti situazioni in cui il diritto all’aborto è appeso a un filo, il sistema giudiziario condizionato dalle nomine di Trump, il partito repubblicano ricompattato sulla linea dei “no vax”, la libertà di insegnamento minacciata; e, infine, il regolare svolgimento delle operazioni elettorali e il rispetto dei relativi verdetti rimessi in discussione. E, attenzione, in nome di principi e di diritti fissati nell’America di fine settecento.
Si apre, a questo punto uno scontro di civiltà. In cui si gioca il futuro della democrazia e dei democratici americani . E in cui sarebbe lecito attendersi un minimo solidarietà da parte dell’Europa…

POLONIA, BIELORUSSIA, EUROPA, MIGRANTI
CHI HA VINTO E CHI HA PERSO

La grande crisi alle frontiere polacche sta finendo e per esaurimento politico- e questo è un bene- ma anche fisico- e questo, per i diretti interessati, è sicuramente un male.
Tempo di bilanci, dunque; e anche di commenti. Un compito che la stampa italiana, nel suo insieme, si è ben guardata da svolgere. Ma che è assolutamente necessario.
E’ in questo spirito che invitiamo i nostri lettori a seguire con noi il corso degli avvenimenti. Alla luce degli obbiettivi che si proponevano i protagonisti della vicenda, permanenti- la Polonia- o temporanei- la Bielorussia. Così come le reazioni degli spettatori- l’Europa- e i comportamenti delle vittime- i migranti.
Al principio, la Polonia che, già nella prima metà dell’anno, drammatizza al massimo quello che accade alle sue frontiere. Letteralmente, una vera e propria aggressione di migranti descritti, ebbene sì, come terroristi, malati e malavitosi. Provvederà, s’intende, da sola a respingerli; e non ha bisogno nemmeno dello strumento che la Nato pone a sua disposizione, il Frontex. Quello che vuole è semplice il riconoscimento del suo ruolo salvifico; e magari anche il finanziamento della costruzione del muro da parte dell’Ue.
Questa non ha nulla dire sulla criminalizzazione dei migranti. E autorizza anche la Polonia a costruire tutti i muri che desidera. Ma a spese proprie.
A questo punto, arriva Lukashenko. Un bandito, sgradito a tutti, Putin compreso. Ma inamovibile, grazie alla posizione geografica del suo paese.
Una posizione che, nel nostro caso, gli consente di giocare al ricatto. “O mi date qualcosa o faccio partire i migranti”. Un ricatto praticato con successo da turchi, libici, tunisini, marocchini; perché non dal Nostro ?
Il fatto è che a Lukashenko manca la materia prima. E allora, la fa arrivare dall’estero, pagandole il viaggio e spedendola verso il confine. Il tutto nel modo più pacchiano e disordinato possibile.
Per la Polonia l’occasione ideale per alzare il tiro. “L’aggressione più violenta dalla seconda guerra mondiale in poi.” “Lotteremo per mesi e per anni per difendere”. “Oggi tocca a noi, domani toccherà a voi”. Il tutto mentre alla frontiera e nei boschi bivaccano non di più di qualche migliaio di migranti in condizioni pietose.
Una retorica ignobile. Funzionale a quattro obbiettivi: implicare Putin come protagonista dell’aggressione; vedere riconosciuto dall’Europa il proprio ruolo nel respingerla; imporre alla Germania il ritorno all’ortodossia atlantica; ricompattare intorno al governo l’opinione pubblica nazionale.
Nessuno di questi obbiettivi è stato raggiunto. A partire dal fatto che l’Europa, una volta rassicurata da Mosca sulle forniture di gas, ha aperto, tramite Merkel, il dialogo con Lukashenko; ma senza toglierli, come sperava, le sanzioni e intimandogli di rimandare nei paesi d’origine i migranti, per lo più curdi e siriani, magari dandogli una mano nell’operazione.
Alla fine, svaporati i fumi tossici della retorica, rimangono i fatti: migranti tornati dove non volevano rimanere, pieni di debiti e senza speranza. E le persone nelle foreste della Bielorussia senza potere andare avanti e senza volere tornare indietro; sino a spingere molti di loro a chiedere asilo politico in Bielorussia.
E rimangono, di riflesso, i muri e i respingimenti dell’Europa, dal Baltico all’Atlantico. E l’Italia magari sul banco degli imputati come “ventre molle” della fortezza Europa…