L'editoriale

Il 17 novembre, il futuro degli studenti

Ogni anno questa ricorrenza richiama il diritto allo studio e alla libertà di espressione. Una data che da 83 anni ricorda l’eccidio nazista di studenti e professori cecoslovacchi, condannati al silenzio dalla morte. È un passato che abbiamo il dovere di custodire nella memoria. Il presente, però, ha un sapore diverso.

Oggi i ragazzi protestano contro un sistema che, ai loro occhi, non garantisce il futuro e la possibilità di costruirsi una vita attraverso una scuola e un’università pubbliche capaci di offrire prospettive reali. Qualunque sia la causa della recente protesta, che ha suscitato scalpore soprattutto per i vandalismi commessi da pochi, questi giovani hanno diritto di parola. Ne scrivo perché da giorni vengono trattati come bambini irrequieti ai quali spiegare che la violenza è bandita da ogni forma di protesta.

Si finisce così per confondere i facinorosi, che spesso non sono nemmeno studenti, con la maggioranza di coloro che manifestano pacificamente per avere un alloggio a prezzi sostenibili nelle città universitarie, un costo della vita accettabile e magari un lavoro che consenta di mantenersi agli studi. Questo è il diritto allo studio per chi lo rivendica con convinzione.

E questa giornata potrebbe diventare il simbolo di quei diritti e, soprattutto, del diritto di esprimersi chiedendo allo Stato e al Governo la massima attenzione. Lo Stato ha la possibilità di favorire lo studio con ogni mezzo, senza trincerarsi dietro la sola logica del mercato. Stiamo parlando della classe dirigente di domani. Della sopravvivenza del nostro Paese. Dei nostri figli.

Lo Stato, e non la politica di parte, dovrebbe marciare al loro fianco. Altro che scontri con la polizia. A questo bisognerebbe dare risalto. Se ci sono vandali, infiltrati o facinorosi, che vengano individuati e puniti. Ma che siano relegati in terza pagina e non in prima, se davvero crediamo nei nostri giovani. I distinguo della politica sono spesso strumentali e anche un po’ vigliacchi quando vengono fatti sulla pelle del nostro futuro. Perché il futuro non è una parola astratta. È il ragazzo che entra in un’aula universitaria senza sapere se potrà permettersi di restarci.

È la studentessa che rinuncia a un corso di laurea perché l’affitto costa troppo. È chi studia e contemporaneamente lavora per non pesare sulla famiglia. È chi, dopo anni di formazione, si trova davanti alla scelta tra partire all’estero o accettare un lavoro che non gli permette di costruire una vita autonoma. La domanda vera, allora, non dovrebbe essere soltanto se una protesta sia stata più o meno rumorosa o più o meno scomoda. Dovremmo chiederci quale Paese stiamo preparando per questi ragazzi. Se vogliamo che restino, che studino, che lavorino e mettano a disposizione dell’Italia le loro capacità, dobbiamo offrire loro una ragione per farlo. Investire nella scuola e nell’università non significa soltanto finanziare edifici, borse di studio o servizi. Significa investire nella fiducia.

Significa dire a una generazione che il proprio impegno avrà un valore e che lo Stato non è un osservatore distante, ma una comunità capace di accompagnarla verso l’età adulta. I giovani studenti di oggi non sono soltanto il futuro. Sono già il presente di questo Paese. Ascoltarli non significa dare ragione a ogni loro protesta.

Significa riconoscere che dentro quelle proteste c’è una domanda che riguarda tutti noi: quale futuro vogliamo costruire? Forse il modo migliore per celebrare questa giornata è proprio questo: non limitarci a ricordare chi, ottantatré anni fa, fu privato della possibilità di parlare, ma fare in modo che oggi nessun giovane debba sentirsi costretto al silenzio perché non vede davanti a sé una prospettiva.