Cultura

Il travaglio di un’anima divisa in due

Esistenze tormentate sono quelle delle protagoniste del coinvolgente romanzo “Eva in Viola. Due vite allo specchio attraverso l’ipnosi regressiva” di Beatrice Cecaro e Paola Proietti, edito dalla casa editrice Giannini che di recente ha festeggiato i centosettant’anni di attività.

Nel libro la storia principale si interseca con quella secondaria, relegando i personaggi maschili in un ruolo secondario, anche se talvolta decisivo, come lo psicologo Ernesto Santi che aiuterà Viola a far riaffiorare quegli eventi traumatici rimossi che le impediscono di vivere serenamente il presente, offuscato dall’instabilità emotiva e dalla fobia per gli ospedali.

La narrazione si snoda con un ritmo incalzante sia nella parte ambientata nel presente che in quella che si svolge in un passato caratterizzato da un clima cupo e persecutorio nei confronti degli oppositori del regime fascista.

Sullo sfondo c’è Napoli che, con la sua vitalità ed energia, la accoglie alla partenza da Milano, dove l’insoddisfatta cinquantenne risiede con il marito Jacopo che l’ha tradita con una stagista e con la figlia Leda che, dopo aver sofferto di anoressia, la incolpa di non averla protetta abbastanza.

Simbolo della città è il Vesuvio, vulcano silente che potrebbe esplodere da un momento all’altro proprio come la protagonista che, trasferendosi in un’altra città, ha smarrito la propria identità e perso l’accento partenopeo.

Nel momento in cui Viola decide di affrontare le sue problematiche, inizia un percorso a ritroso che la porterà a prendere consapevolezza della presenza dentro di sé di una sconosciuta, la ventiseienne Eva, giornalista vissuta al tempo del fascismo e internata nel manicomio di Aversa per aver intrapreso un’indagine sulla morte dell’amica Vera, violentata e torturata da un gerarca fascista. Sia sul piano anagrafico che per stile di vita e mentalità, Viola ed Eva appaiono quanto mai distanti in quanto la prima ha scelto la comodità e la sicurezza del ménage familiare, mentre l’altra, più libera e autonoma, si è realizzata attraverso il lavoro di fotografa.

Entrambe non si separano mai dall’anello con incisa la Runa di Jera. Il medaglione rappresenta il ciclo della vita che si rinnova fino a quando l’anima, attraverso la reincarnazione, non completerà ciò che nelle esistenze precedenti è rimasto in sospeso.
Il passato può colorarsi di nostalgia e rivivere anche attraverso gli oggetti che assurgono a testimonianza di ciò che è stato e forse continua in un’altra dimensione (la storia giovanile tra Viola e Maso) oppure essere intriso di tristezza come il racconto di Eva delle violenze inferte da infermieri sadici e perversi a lei e alle altre recluse nel manicomio. Sarà Viola a renderle giustizia e, attraverso Anna, la sorella minore che lavora a Napoli come documentarista, la sua vicenda non cadrà nell’oblio.

L’indignazione espressa dall’affiatata coppia di autrici è così autentica da trasmettere orrore per ogni forma di violenza e abuso di potere, fungendo da monito per le future generazioni che si lasciano trasportare dalle ideologie conservatrici senza intuirne la vera natura.

Monica Florio