“Un investimento in conoscenza paga sempre il massimo interesse”, sosteneva Benjamin Franklin. E del resto, non c’è governo al mondo che non abbia a cuore la cultura dei cittadini. Vero? No: il settore scolastico, in Italia, è un buco nero che assorbe poche risorse e le investe male, perché molte di esse vanno perdute. Basta confrontare i dati pubblici consultabili dalle molteplici fonti istituzionali dell’Unione europea per avere chiara la situazione allarmante in cui versa la nostra nazione, tratteggiata come uno Stato ben lontano dagli standard europei e indifeso di fronte alla fuga dei cervelli. Se è vero che l’Italia vanta un sistema di istruzione che, per qualità e professionalità, ci invidiano ovunque, pur vero è che il nostro Paese è anche quello a investire meno nell’educazione dei suoi cittadini. Le più recenti statistiche dimostrano che da sempre, nella storia politica italiana, i diversi governi che si sono succeduti non hanno imparato molto dalla storia patria né hanno mai provato a spostare la traiettoria degli investimenti pubblici verso il sistema scolastico.
In base ai dati ISTAT resi noti a dicembre 2022, la flessione più significativa è quella registrata nell’anno 2021 rispetto al 2020, per poi risalire nel 2022, ma ad ogni modo i fondi stanziati per la voce “istruzione” della spesa pubblica italiana non riportano un trend crescente né congruo rispetto alle aspettative europee. Ecco perché la sfida lanciata dal Consiglio Europeo già due anni fa per aumentare il grado di istruzione complessivo degli studenti europei appare come un treno che l’Italia non può permettersi di perdere. Alcuni target sono già stabiliti per i prossimi anni. Tra questi, la riduzione sotto il 15% della quota di quindicenni con risultati scarsi in lettura, matematica e scienze, e l’innalzamento al 45% del tasso di persone con istruzione terziaria tra i 25 e i 34 anni, oltre a un’ulteriore riduzione dell’abbandono scolastico fissata al 9%. Target da conseguire tutti entro il 2030.
La spesa in istruzione che ogni Stato stanzia di anno in anno può considerarsi come un indice delle priorità che ogni Paese rivela proprio nell’allocazione delle sue risorse. Nel 2019, anno pre-Covid, i paesi Ue avevano destinato complessivamente 654 miliardi di euro al comparto dell’istruzione, circa il 4,7% dell’intero PIL Ue di quell’anno. Una quota però fortemente variabile tra i diversi Stati membri: infatti, hanno superato il 6% del rispettivo PIL solo paesi come Svezia (6,9%), Danimarca (6,3%) e Belgio (6,2%). Nel 2019 l’Italia ha speso in educazione il 3,9% del PIL: una dinamica italiana di costante diminuzione dei fondi stanziati per l’istruzione che parte dall’ormai lontana depressione del 2008 ma che tuttavia, sul lungo periodo, ha contribuito ad allontanare il nostro paese dai maggiori stati UE, in primo luogo Germania e Francia. Nel 2020 il settore italiano dell’istruzione ha fatto registrare una spesa nel 2020 di 70,6 miliardi, pari ad una quota del 7,5%.
Nel dettaglio, l’Italia spende per l’istruzione di ogni singolo studente circa 8.514 euro all’anno, il 15% in meno della media delle grandi economie europee (che si attesta intorno ai 10.000 euro). Se si guarda alla spesa pubblica, oggi il nostro Paese investe per scuola e università poco più dell’8% del budget statale, a fronte del 9,9% medio registrato nell’UE. La Francia è al 9,6%, la Germania al 9,3%, la Svezia al 14%. Và comunque annotato che nel 2022 l’istruzione ha rappresentato l’11,9% del welfare complessivo, con 71,4 miliardi spesi e un aumento rispetto al 2019 dell’1,9%. Ma se è vero che la spesa di uno Stato aumenta al crescere dell’istruzione, è altrettanto evidente che in Europa siamo davanti solo alla Romania in numero di laureati.
Abbiamo un gap da annullare, che potrà essere colmato con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: sui 191,5 miliardi assegnati dall’UE con PNRR al nostro Paese, il 16% (pari a 30,6 miliardi di euro) dovrebbe essere destinato a istruzione e ricerca. Ma il nostro Paese deve colmare anche il divario sul numero degli studenti universitari: in Europa sono complessivamente 17,5 milioni, con la Germania che vanta un 17,9% di laureati, seguita da Francia (15%) e Spagna (11,7%); l’Italia e la Polonia, invece, si contendono gli ultimissimi posti nella classifica europea. Solo il 17% della nostra popolazione raggiunge un titolo di istruzione universitario, contro il 33% della Francia.
Si osserva, inoltre, che il declino della spesa in istruzione in Italia è avvenuto in modo ben più repentino rispetto ai cambiamenti demografici: se gli investimenti nell’istruzione sono calati del 14% in rapporto alla ricchezza pro-capite, la popolazione degli studenti si è contratta solo del 2,3% e ciò dimostra che i minori soldi investiti non sono giustificati dal calo delle nascite e del numero degli iscritti. Tutto questo favorisce sia il fenomeno dei cervelli in fuga sia la tendenza all’abbandono scolastico, particolarmente marcata al Sud. Ogni anno circa 30.000 laureati hanno difficoltà nel passaggio dal mondo dell’istruzione a quello del lavoro: questo causa non solo la cosiddetta “fuga all’estero”, ma anche un buco annuale di oltre 3,5 miliardi allo Stato italiano.
Per ogni laureato italiano che emigra il sistema italiano perde complessivamente circa 138.000 euro di quanto ha speso nella sua formazione. E’ stato calcolato che se tutti gli emigrati del solo anno 2020 non tornassero in Italia durante la loro intera vita lavorativa, il Paese perderebbe circa 147 miliardi di euro: somma tra costo della spesa in istruzione perso (10,5 miliardi) e mancati redditi guadagnati dagli emigrati nel corso della loro vita lavorativa all’estero (136,5 miliardi). A ciò si aggiungano i dati preoccupanti della disaffezione allo studio. I tassi di abbandono variano in misura considerevole, con picchi raggiunti da alcune regioni meridionali come Calabria, Campania, Sicilia, Puglia e Sardegna, dove il tasso di abbandono scolastico supera il 15%.
Dalla scuola primaria all’ambito universitario l’Italia non ha mai vantato un buon primato nel panorama dell’UE fin dagli anni ’70, e la spesa pubblica per l’istruzione rimane tutt’oggi tra le più basse, sia in rapporto alla spesa pubblica totale che in proporzione alla ricchezza locale. Tra il 2000 e il 2021 il livello di istruzione italiano è aumentato a un ritmo più lento anche rispetto alla media dei Paesi dell’area OCSE. Nel 2021 in Italia la quota di persone tra i 25 e i 64 anni con un livello di istruzione terziaria ha raggiunto appena il 20%: la metà della media dei Paesi OCSE. La quota, poi, della parte di popolazione che possiede un titolo di dottorato è ancora più deludente: in Italia si attesta all’1%. Il 20% delle matricole universitarie italiane scelgono discipline artistiche e umanistiche, mentre nella maggior parte dei Paesi OCSE le discipline più popolari sono invece economia, ingegneria gestionale e giurisprudenza.
Tra i paesi europei quello che ha speso il budget medio più alto destinato all’istruzione negli ultimi 4 anni è stata la Francia, con una percentuale del 9,6% sulla spesa totale, seguito a ruota dalla Germania con un 9,3%.
Se si rapporta la spesa in istruzione con la ricchezza nazionale vi sono grandi differenze tra tutti i paesi europei. Svezia e Danimarca vantano il primato della maggior attenzione al sistema scolastico complessivo, con il 6,9% e il 6,4% del PIL rispettivamente, seguiti da Belgio ed Estonia (entrambi il 6,2%). Scarso il primato dell’Italia anche in questo ambito, perché se un decennio fa destinava il 4,5 % della propria ricchezza nazionale, lo stesso non ha fatto negli ultimi anni.
Franklin Delano Roosevelt sosteneva che “la scuola deve essere l’ultima spesa su cui l’America è disposta a economizzare”. E l’Italia?