Mentre a Hong Kong continuano le proteste contro la modifica della legge sulle estradizioni, è tornato a calare il silenzio sulle violazioni dei diritti umani in Cina. Sembrava che finalmente la stampa avesse deciso di affrontare il problema, particolarmente attuale nell’epoca della Via della Seta e degli accordi commerciali, ma è bastato poco per far sparire dai giornali ogni traccia del dibattito.
E così nel nostro Paese soltanto un paio di giornalisti – Domenico Letizia sull’Opinione e Giulia Pompili sul Foglio – hanno dato conto di un fatto gravissimo in cui l’Europa è coinvolta in prima persona. All’inizio di giugno 94 cittadini taiwanesi residenti in Spagna, sui quali pende una presunta accusa di frode telefonica e online, sono stati estradati in Cina per decisione delle autorità spagnole, nell’ambito di un’operazione denominata “La Grande Muraglia”. A loro si aggiungono altri 124 taiwanesi già estradati dalla Spagna per gli stessi fatti. La questione è estremamente seria non soltanto perché la Spagna ha ignorato la sovranità di Taiwan e fatto proprie le pretese imperialiste della Cina, che considera l’isola di Formosa una propria provincia; ma anche perché l’estradizione in Cina mette in serio pericolo l’incolumità personale degli accusati. Nella Repubblica Popolare Cinese – considerata dal Democracy Index 2018 dell’Economist Intelligence Unit come uno dei Paesi più autoritari del mondo – esistono tuttora strutture assimilabili a campi di concentramento, chiamate con nomi diversi e praticamente ignorate dalla stampa occidentale; la polizia ricorre a torture e a ogni genere di vessazione, non è garantito lo svolgimento di un processo regolare. Eppure la Spagna non è il solo Paese europeo ad aver firmato con la Cina trattati di estradizione. Anche l’Italia, come ci ricorda Giulia Pompili, ne ha ratificato uno nel 2015, legittimando di fatto queste gravi violazioni; e lo stesso è avvenuto per Francia, Portogallo e altri.
Della questione taiwanese abbiamo già parlato il mese scorso con riferimento a un fatto altrettanto grave: la sua ripetuta esclusione dall’Assemblea Mondiale della Sanità, organo legislativo dell’Oms, con tutti i rischi che ciò comporta per la salute dei suoi più di 23 milioni di abitanti. Anche allora ci trovammo soli, insieme a Internazionale, all’Opinione, a Geopolitica.info e a pochi altri, a sollevare il tema sulla stampa italiana.
Viene dunque da chiedersi perché problemi così urgenti non suscitino nel discorso pubblico un’indignazione unanime; perché se ne scriva e se ne parli così poco. Negli ultimi anni i regimi autoritari – grazie anche al mondo dei social – hanno perfezionato e aggiornato il loro uso del soft power. Hanno imparato ancor meglio che in passato le strategie per infiltrarsi nei media di un Paese, influenzarne il dibattito, orientarne l’opinione pubblica. L’uso del soft power si intreccia a sua volta con gli accordi commerciali a cui i nostri governi non vogliono sottrarsi, a costo di soprassedere con crudele cinismo sui diritti umani e sulle vite delle persone. Soffocata da questi molteplici interessi, da pressioni più o meno scoperte, da più o meno sotterranee attività di lobbying, la stampa rinuncia al suo compito di difendere la democrazia contro la barbarie. E così, senza quasi rendercene conto, diventiamo noi stessi una colonia di quei regimi – dalla Cina alla Russia di Putin – dai quali accettiamo di farci imporre il silenzio. Nel nome del sovranismo.
Giulio Laroni