Economia

La guerra alternativa, non solo russa

12700: tanti sono gli armamenti nucleari presenti oggi nel mondo (statistica di gennaio 2022 redatta dalla Federazione degli Scienziati Americani). Tra questi, oltre 9400 testate si trovano negli arsenali militari, e circa 3700 sono schierate nelle forze operative. Nel dettaglio, 2000 testate statunitensi, russe, britanniche e francesi sono approntate in stato di “massima allerta”, cioè pronte all’uso con breve preavviso. Ma se le testate nucleari non possono essere né nascoste né omesse, le armi batteriologiche e chimiche comportano un’elevata facilità di trasporto e un pari tasso di efficacia letale. Ecco perché Mosca, insieme a Pechino, accusa Washington e Kiev di essere pronte a usare armi chimiche o biologiche. Cresce così la preoccupazione dell’Occidente che teme una manovra generale di disinformazione da parte della Russia, pronta a giustificare un prossimo micidiale attacco con gas o agenti batterici in Ucraina.
Il Cremlino ha chiesto e ottenuto una riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che si è svolta lo scorso 11 marzo. In quella sede la Cina ha chiesto “di prendere sul serio le preoccupazioni sollevate dalla Russia e di verificare che gli ucraini non stiano lavorando ad armi chimiche o biologiche nei loro laboratori”, parimenti accusando gli Stati Uniti “sviluppare queste armi proibite”. Salgono dunque i toni di questa guerra dell’informazione, o meglio della disinformazione.
Già il 9 marzo la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, evidenziava come i russi stessero diffondendo false notizie sui laboratori ucraini, come pretesto per scatenare un’offensiva proprio con le armi proibite.
Il 10 marzo il direttore della Cia, William Burns, e la direttrice della National Intelligence, Avril Haines, ricordavano che i russi hanno già usato armi chimiche contro i loro stessi cittadini, e ne hanno incoraggiato l’uso non solo in Siria.
La risposta dell’ambasciatore russo all’Onu, Vasilyi Nebenzya, è stata sarcastica ma non irrealistica: nel 2003 Stati Uniti e Gran Bretagna fabbricarono una simile fake news che portò all’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein, e nel 2013 provocarono il superamento della ‘linea rossa’ tracciata da Obama che, in Siria, decise di non intervenire militarmente solo grazie al successivo negoziato. Oggi le armi chimiche tornano a minacciare la sicurezza internazionale e rischiano di diventare di nuovo il casus belli di una guerra che stavolta coinvolgerebbe le principali potenze militari mondiali: Russia da una parte e il blocco Nato dall’altra.
Contro Mosca si sono sollevate, di nuovo, Washington e Londra. La ministra degli Esteri britannica, Liz Truss, e il primo ministro Boris Johnson hanno perfito illustrato un possibile scenario di attacco chimico o batteriologico da parte di Vladimir Putin. La risposta del ministro degli esteri russo, Serghej Lavrov, è stata immediata: il Pentagono sembra aver effettuato di recente, proprio sul territorio ucraino, simulazioni con agenti patogeni utili alla creazione di armi biologiche. La denuncia è stata anche avvallata dal ritrovamento in Ucraina, da parte delle forze russe, di armi chimiche. Vasily Nebenzya ha denunciato all’ONU una rete di “almeno 30” laboratori di ricerca biologica volti a rafforzare diverse “malattie letali”. Gli Stati Uniti non hanno mai smentito la presenza di questi laboratori: al contrario, ne giustificano il loro utilizzo all’interno di una più vasta collaborazione nata già nel 2005 e mai nascosta, proprio per ridurne il rischio.
Ma davanti alla mancanza di prove da parte russa, Gran Bretagna e Stati Uniti hanno ribaltato le accuse contro la stessa Russia, che “vorrebbe usare questo pretesto per legittimare Putin”. Di certo, nello stile tipico che abbiamo imparato a riconoscere, le accuse della Russia potrebbero giustificare un attacco proprio con armi non convenzionali (chimiche, batteriologiche, radiologiche e nucleari).
Come del resto va ripetendo da giorni il presidente guerriero Zelensky: “se vuoi conoscere i piani della Russia guarda di cosa la Russia accusa gli altri”.
Andy Weber, ex vicesegretario del Pentagono con delega ai programmi di Difesa contro le armi non convenzionali nell’era Obama, ha dichiarato che “l’uso di agenti chimici o biologici da parte di Putin è molto più probabile di quelle nucleari. L’Unione Sovietica ha avuto il più grande arsenale chimico e batteriologico del mondo in passato, e non ha smantellato molte fabbriche di questi agenti, né tali siti sono mai stati visitati dagli osservatori internazionali”. Uno di questi siti mai smantellati è il Centro statale per la ricerca e la virologia, che si trova a Novosibirsk, in Siberia, e che ancora oggi conserva sostanze e virus letali come vaiolo, antrace, Ebola e Hiv. Almeno due impiegati del centro sono morti negli ultimi anni apparentemente per l’esposizione a questi agenti, e nel 2017 il direttore del sito, Ilja Drozdov, è misteriosamente scomparso.Weber ricorda anche il 21 agosto 2013 in Siria, quando il regime di Assad, sostenuto dalla Russia di Putin, ha attaccato miliziani, terroristi e anche civili con l’utilizzo di armi chimiche (l’agente nervino Sarin). Quel giorno morirono oltre 1700 persone tra uomini, donne e bambini, morti sul colpo o sterminati in poche ore con le funzioni respiratorie paralizzate. Assad ha sempre negato l’attacco, attribuendolo ad Al Qaeda, e la Russia ha negato ogni coinvolgimento. Ma Weber continua a sostenere che si trattò del tipico esempio di attacco con armi chimiche la cui responsabilità fu scaricata su altre entità. Ad ogni modo secondo l’OPAC – Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, durante la Guerra Civile siriana si sono verificati almeno 17 attacchi chimici da parte dell’esercito di Assad, alleato della Russia. E di certo quelle armi non potevano esser state create in Siria.
Ma la Russia vanta altri precedenti con le armi chimiche, tra cui tre recenti avvelenamenti: quello nel novembre 2006 a Londra dell’ex agente del KGB, Alexander Litvinienko, intossicato e ucciso col polonio; quello dell’ex agente KGB Skripal e di sua figlia a Salisbury, in Inghilterra nel 2018, che sono sopravvissuti a una boccetta di novichock (una potente neurotossina) smarrita da due agenti arrivati da Mosca; quello dell’estate scorsa del dissidente russo Alexej Navalnji su un aereo.
Per inciso: la boccetta di Salisbury conteneva una dose tale da uccidere 10mila persone.
Ma questo tipo di armi non sono vietate?
In teoria sì. La Russia ha firmato la Convenzione sulle Armi Chimiche del 1997 insieme ad altri 192 Paesi, per impegnarsi a eliminare gradualmente simili armi di distruzione di massa. Oggi il 98% della popolazione del mondo vive protetta da questa convenzione, ma è una protezione solo virtuale, nonostante al giugno 2016 il 92% degli stoccaggi di armi chimiche presenti nel mondo era stato distrutto dai Paesi firmatari della Convenzione.
E tra le armi non convenzionali di distruzione di massa ci sono le testate nucleari.
Appena lo scorso 22 gennaio è ricorso il primo anniversario dell’entrata in vigore del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), il primo strumento internazionale che dichiara illegali le armi nucleari: Trattato che l’Italia non ha ancora firmato. Discusso e votato all’ONU nel luglio del 2017, il TPNW sancisce l’illegalità delle armi nucleari e ne vieta l’uso, lo sviluppo, i test, la produzione, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, l’immagazzinamento, il trasferimento, la ricezione, la minaccia di usare, lo stazionamento, l’installazione o il dispiegamento. Ad oggi 59 Stati lo hanno ratificato, impegnandosi a rispettare un processo graduale e sicuro verso il disarmo nucleare totale. Ma il nostro Paese non lo ha ancora firmato. Ancora oggi le cinque potenze nucleari ufficiali (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) ne giustificano l’esistenza per scopi di sicurezza nazionale e investono pesantemente (circa 73 miliardi di dollari nel 2021) nel loro mantenimento e costante ammodernamento.
La forza letale delle testate presenti nei cinque Paesi “ufficialmente” nucleari rappresenta circa 2.667 volte l’intera potenza di fuoco utilizzata nei sei anni della Seconda Guerra Mondiale.
Ad esempio: una sola testata nucleare a bordo dei sottomarini Trident (in dotazione della Marina militare americana e britannica) ha una potenza 8 volte superiore alla famigerata Enola Gay, che causò a Hiroshima nell’immediato 140.000 morti. Ogni Trident trasporta 48 di queste testate. Uno solo dei sottomarini rappresenta quindi una potenza distruttrice 384 volte superiore alla bomba di Hiroshima. Al culmine della Guerra Fredda le testate nucleari possedute da USA e URSS erano oltre 60.000, sufficienti a distruggere totalmente 25 volte l’intero pianeta Terra.
Oggi gli Stati Uniti dichiarano 5500 testate negli arsenali, la Russia ne dichiara 4450, la Cina 350, la Francia 300 e la Gran Bretagna ‘solo ‘ 215.
Altri tre Paesi, che non sono membri del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare, detengono armamenti nucleari: Israele dichiara circa 200 testate, a fronte di un numero di test effettuati sconosciuto al pubblico. L’India possiede 140 testate; il Pakistan 150 testate.
Ma fonti attendibili ritengono che altri Stati, pur firmatari del NPT, abbiano programmi di costruzione di armamenti nucleari. Secondo gli analisti da pochi giorni anche la Corea del Nord ha riattivato il sito dei test nucleari di Punggye-ri, ma le sue testate nucleari già stoccate sono almeno una decina.
Insomma: chi è senza peccato scagli pure la prima pietra.
Ma lasciate stare le testate, per carità.