Sono trascorsi oltre venti giorni dal primo attacco Russo in Ucraina e la situazione cambia di ora in ora. Potrebbe anche accadere che, una volta pubblicato questo articolo, la guerra in Europa orientale si sia conclusa, nonostante morti ed bombardamenti, con un accordo di pace o, peggio, con una ecatombe nucleare.
La serenità della vita civile nella zona oggetto del nostro articolo, però, era già compromessa dal 2014, quando i Russi avevano occupato la Crimea, regione Ucraina. Da allora i rapporti con l’occidente si erano raffreddati ma, come detto dal cancelliere tedesco Scholz, << il mondo non sarà più lo stesso>>.
Tutto ciò risulta in prima istanza nella dimostrazione attiva del dissenso alla guerra. I social, a dispetto della disinformazione portata avanti da Mosca, hanno raccontato il coraggio dei pacifisti russi, arrestati in centinaia di migliaia nelle strade delle grandi e piccole città, e di chi si espone a pericoli ancora maggiori. Sempre i social hanno raccontato le vite dei civili ucraini spaventati e sotto assedio, i quali lasciano i figli e le mogli per combattere. Sempre i social hanno raccontato la voglia di pace della gente comune, per secoli carne da cannone, che manifesta e resiste per chiedere a chi governa la Pace. Questa volta, infatti, la guerra è sembra davvero vicina.
A dispetto dei morti libici e siriani, pur sempre umani, il conflitto ucraino ha fatto raggelare il sangue nelle vene. Molti, anche i meno audaci, hanno percepito l’odore della polvere da sparo.
Dall’Italia, terra di lavoro e fortuna, moltissimi ucraini sono tornati nelle loro città, piccole patrie, per difendere la loro terra. Qui da noi il conflitto ha già lasciato dei vuoti. Presto, però, la nostra penisola potrebbe ritornare ad essere un campo profughi.
In secondo luogo è giusto ribadire che questa guerra non è fatta dalla Russia, ma da Putin. Il distinguo diventa importante perché oggi tutti i cittadini sono consapevoli che spesso “la guerra è fatta da persone che si uccidono senza conoscersi per gli interessi di persone che si conoscono ma che non si uccidono” ma si assiste ad ostracismi immotivati verso i russi residenti in Europa ( ndr. non ci riferiamo agli oligarchi). Non si capisce ancora perché Putin abbia voluto fare il passo più lungo della gamba. Il suo unico alleato, la Bieolorussia, non è certo dei migliori. Ciò anche in ragione del fatto che Lukashenko, a poche ore dal conflitto, ha giocato la carta degli armamenti nucleari. Le malelingue imputano l’incauta azione bellica al forzato isolamento da covid 19. La fragilità degli uomini soli al comando… . Già ora, mentre scrivo, gli oligarchi della Russia lamentano perdite ingenti e per le strade il rublo, colato a picco, scarseggia. La guerra del futuro, per quanto potenti possano essere gli armamenti, sarà comunque un assedio socio economico.
Certo è che la guerra è colpa di tutti, anche degli americani.
Biden sta pagando le sue incaute affermazioni sul fronte interno. I sondaggi lo vedono sprofondare nelle sabbie mobili della comunicazione mainstream. Le sue parole interventiste suonavano come una minaccia alla Russia ed una promessa all’Ucraina, ma Zeleshy non ci ha messo molto per capire che nessuno avrebbe mosso i propri arsenali per uno stato che non è europeo e non è nella Nato. Nessun nuovo Vietnam per gli USA, che ora non sembrano più capaci di gestire il mondo dal loro continente-isola. Spaventoso anche l’attendismo tattico della Cina. L’impero celeste assiste alle diatribe dei barbari europei, forse auspica la guerra dei poveri per espandere il suo dominio. C’è chi teme l’asse Mosca-Pechino, oggi più probabile di ieri. Certo è che, nonostante tutto, i cinesi hanno pesato le azioni, reazioni ed azioni dei piccoli Paesi europei innanzi alla guerra, nonché la fragilità della realtà a stelle e strisce. Taiwan, forse, è più vicina.
In questo grande puzzle risulta chiaro che la dimensione nazionale o nazionalista è risibile ed inutile.
Gli stati, seppur fatti da persone, possono resistere ma non vincere contro i molossi della politica internazionale. Sarebbe bene, prima che sia troppo tardi, che anche l’Europa affrontasse un veloce processo di unificazione, sia sul piano difensivo che politico. Di positivo c’è la risposta della UE. Se inizialmente molti si sono mossi per nome e per conto degli stati nazionali, la guerra ha compattato tutti. L’UE ha applicato sanzioni esemplari chiudendo approvvigionamenti di gas, per quanto possibile, e flussi bancari.