Mentre molte aziende (tanto pubbliche quanto private), un po’ per ridurre i costi gestionali d’impresa e un po’ per agevolare i propri dipendenti, accorciano la settimana lavorativa, una nuova indagine dell’UE rivela che lo stress sul luogo di lavoro in tutta Europa è in aumento dalla pandemia di Covid 19. Più di quattro lavoratori su dieci (44%) affermano di avvertire un maggior carico di stress: è quanto riporta l’indagine “Flash Eurobarometer – Osh Pulse” condotta dall’agenzia europea OSHA – Occupational Safety and Health Agency. Lo studio è stato effettuato su un campione di oltre 27mila lavoratori dipendenti, intervistati tra aprile e maggio 2022 in tutti i paesi dell’Unione (più Islanda e Norvegia) e si è concentrato sull’evoluzione apportata dalla massiccia introduzione dello Smart Working per ovviare agli impedimenti causati dalla pandemia.
I risultati sono stati pubblicati il 10 ottobre in occasione della Giornata mondiale della salute mentale, e hanno evidenziato quali sono i principali fattori di stress che influiscono non solo sulla salute psicofisica dei lavoratori ma anche sul successo effettivo delle misure di sicurezza e salute applicate sui luoghi di lavoro.
Quasi la metà degli intervistati (46%) dichiara di sentire una forte pressione sul tempo concesso per conseguire un target, oppure un generico e rilevante sovraccarico di lavoro. Tra gli altri fattori che causano stress spiccano la scarsa comunicazione all’interno dell’ambiente lavorativo, l’assenza di cooperazione tra i membri dell’organizzazione e la mancanza di controllo sia del ritmo di lavoro che dei processi lavorativi.
Diversi problemi di salute lavoro-correlati, e quindi comunemente associati allo stress, sono poi segnalati da un’ampia fascia di lavoratori: il 30% degli intervistati, infatti, dichiara di aver avuto almeno un problema di salute (stanchezza generale, mal di testa, affaticamento degli occhi, problemi muscolo-scheletrici) direttamente causato o comunque aggravato dal lavoro. Nel dettaglio, in tutta Europa il malessere causato da un generale sovraccarico costituisce la causa principale di sofferenza lavorativa (il 37% degli intervistati lo dichiara), seguito da emicranie e problemi visivi (34%), dolori muscolari (30%), depressione e ansia (27%) o altre varie patologie (Covid incluso, per il 21% dei lavoratori). I dati dimostrano, inoltre, che parlare chiaramente di salute mentale non è più vissuto come un tabù: secondo il 50% dei lavoratori è stata proprio la pandemia a rendere più facile questa pratica, nonostante non tutti i lavoratori si sentano a proprio agio nel farlo. Ma se il 59% dichiara di poterne liberamente parlare col diretto superiore o supervisore, il 50% teme comunque che rivelare un problema di salute mentale possa incidere negativamente sulla propria carriera. I meno propensi ad aprirsi con superiori o colleghi su questa delicata tematica sono i lavoratori con livelli di istruzione più bassa, al contrario di quanti (laureati o masterizzati) sono attivi nelle ditte da oltre 15 anni. Nel complesso, sono i lavoratori maltesi quelli che hanno meno reticenza generale nel discutere del proprio stato psicofisico dopo il Covid, (50%), seguiti dagli spagnoli (64%), dagli italiani (63%) e dai croati (39%). Alcuni europei trovano naturale, o perfino salutare, accedere regolarmente alle sedute di counselling o di supporto psicologico messe a disposizione dal proprio datore di lavoro, come avviene con particolare soddisfazione per i finlandesi (72%) e per i danesi (68%).
La maggioranza degli intervistati ammette di sentirsi esposti a una “pesante pressione collegata al tempo di produzione o di risultato”, come accade per il 32% dei lituani o il 31% dei romeni, fino ad arrivare al 50% dei ciprioti, degli sloveni e degli islandesi, o peggio al 52% dei francesi, il 54% dei finlandesi e degli olandesi, fino al 55% dei greci. L’indagine specifica che questo accade soprattutto nelle aziende con più di 250 impiegati, e degrada progressivamente fino ai casi minimi registrati nelle medie e piccole imprese.
Ma le buone pratiche di supporto specialistico indoor, ormai di routine nei paesi del Nord Europa, sembrano ancora difficilmente applicabili nei paesi dell’Europa mediterranea: infatti, per quanto riguarda le iniziative realizzate sul luogo di lavoro volte direttamente alla prevenzione o alla riduzione dei rischi psicofisici, il 42% dichiara che sessioni informative e/o formative incentrate sul benessere e sulla gestione dello stress sono regolarmente organizzate ma non assiduamente frequentate, e solo il 38% riporta la piena disponibilità d’accesso a sistemi di consulenza e di assistenza psicosociale. Si tratta di percentuali ancora basse, sulle quali ancora molto resta da fare.
Il post-Covid sembra aver anche sensibilizzato la predisposizione agli acquisti degli stessi lavoratori: i dati raccolti, infatti, dimostrano una maggiore attenzione nello scegliere e consumare prodotti la cui lavorazione non abbia comportato stress o fatica a quanti hanno lavorato per immetterlo sul mercato. Circa sette intervistati su dieci dichiarano di considerare, nel processo di acquisto di prodotti o servizi, se sono stati rispettati i diritti generali dei lavoratori, e molti di loro si dicono favorevoli alla dichiarazione diretta da parte delle ditte di come e in che misura esse si prodighino nella tutela costante dei propri dipendenti.
Inoltre, tre intervistati su quattro ammettono di trovare molto più attraente un’impresa che protegge la salute psicofisica dei propri lavoratori rispetto ad altre che non se ne curano, e ciò diventa determinante quando si trovano impegnati (in prima persona) nella scelta di un nuovo datore di lavoro.
L’OSHA è un’agenzia europea fondata nel 1994 con sede a Bilbao al fine di rendere i luoghi di lavoro in Europa non solo più sicuri ma anche più produttivi e salutari. Per farlo punta alla condivisione di ogni informazione di tipo giuslavoristico e sanitario tra i principali attori politici, istituzionali e imprenditoriali dell’UE.
Qualcosa che ai padri del Socialismo sarebbe piaciuta molto, e le cui deduzioni dovrebbero trovare sempre maggiore applicazione nella vita reale dei lavoratori europei. Si spera.
Lavoratori UE: quel che resta del Covid