Politica

L’Europa non può restare a rimorchio: serve un’alleanza tra pari, non un protettorato

Il vertice NATO di Ankara del 7-8 luglio, che si apre in un clima definito da più osservatori “il più teso nella storia dell’Alleanza”, non è un episodio isolato. È la fotografia di un rapporto transatlantico che negli ultimi mesi ha conosciuto scossoni difficilmente immaginabili solo pochi anni fa: dazi minacciati e imposti, attacchi personali a capi di governo europei rilanciati sui social, un disimpegno militare americano annunciato e mai davvero chiarito, richieste di riarmo che si scaricano sui bilanci sociali dei nostri Paesi.

L’ultimo episodio – l’ennesimo attacco pubblico di Trump alla premier Meloni – è solo la punta di un iceberg che riguarda tutta l’Unione, non un singolo governo o un singolo leader.
Come socialisti italiani ed europei, crediamo che questa fase vada letta senza reticenze: non stiamo assistendo a una crisi passeggera, ma alla fine di un’epoca. L’epoca in cui l’Europa poteva permettersi di delegare la propria sicurezza, la propria politica estera e in parte la propria sovranità tecnologica ed energetica a Washington, ricevendo in cambio protezione e stabilità, è finita. Non per scelta europea, ma per decisione unilaterale americana. Prendere atto di questo non è antiamericanismo: è realismo politico.

Il problema non è l’alleanza, è la subalternità
Il socialismo italiano ha sempre creduto nel legame euro-atlantico come architrave della sicurezza e della democrazia continentale. Non lo mettiamo in discussione. Quello che contestiamo è la logica della subalternità: un’Europa che rincorre gli umori di un’amministrazione imprevedibile, che accetta dazi commerciali senza reciprocità, che aumenta la spesa militare tagliando sanità, scuola e welfare, che rinuncia a una voce propria su Ucraina, Medio Oriente e clima per timore di irritare Washington.

Il rapporto del MES pubblicato in questi giorni è un campanello d’allarme che va preso sul serio: l’eurozona è esposta su tre fronti – margini fiscali ridotti dalla corsa al riarmo, dipendenza energetica dalle crisi geopolitiche, e legami finanziari con mercati americani sempre più instabili. Non possiamo continuare a subire passivamente scelte prese altrove.

Le nostre proposte

Un debito comune europeo per investimenti, non solo per cannoni:
Se la difesa comune è necessaria, che sia finanziata con eurobond dedicati, capaci di creare industria e occupazione europea, non con tagli al welfare degli Stati membri. La sicurezza del continente passa anche dalla sicurezza sociale dei suoi cittadini.

Autonomia energetica e industriale reale. Diversificare fornitori non basta se non si accompagna a un piano pubblico di investimento in rinnovabili, reti e filiere strategiche europee, sottraendo il continente al ricatto energetico, da qualunque sponda provenga.

In questo quadro non si può prescindere da una valorizzazione seria del nucleare di nuova generazione – SMR e reattori di IV generazione – come tassello complementare alle rinnovabili per garantire una base energetica stabile, decarbonizzata e sempre più indipendente dalle importazioni. Un socialismo che guarda al futuro non può permettersi pregiudizi ideologici su una tecnologia che altri Paesi europei, a partire dalla Francia, hanno già messo al centro della propria sovranità energetica.

Politica estera europea a maggioranza qualificata. Finché ogni singolo

Stato potrà bloccare una posizione comune, l’Europa resterà frammentata e quindi ricattabile. Serve il coraggio di riformare i trattati su questo punto, come chiedono da tempo le famiglie politiche progressiste europee.

Diplomazia attiva sulla guerra in Ucraina.

Sostegno a Kiev sì, ma dentro una strategia che includa una via negoziale seria, senza subordinare i tempi della pace alle convenienze elettorali americane o al calendario di Mosca. I civili ucraini che continuano a morire sotto i bombardamenti non possono aspettare i giochi di potere di nessuno.
Reciprocità commerciale, non arrendevolezza. Ai dazi si risponde con  un fronte europeo unito, non con accordi bilaterali che premiano i più deboli e dividono gli Stati membri.

Il Medio Oriente: la guerra all’Iran e il sostegno incondizionato a Israele.
Non si può parlare di rapporto Usa-Europa senza affrontare il nodo Medio Oriente, dove le contraddizioni della politica americana sono ancora più evidenti. Gli Stati Uniti hanno affiancato militarmente Israele nel conflitto con l’Iran, salvo poi ritrovarsi essi stessi vittime dell’inaffidabilità del proprio alleato: secondo le ricostruzioni di New York Times e Washington Post, mentre Washington cercava una via negoziale con Teheran, Israele avrebbe tentato di sabotare i colloqui puntando a eliminare fisicamente i negoziatori iraniani, costringendo la stessa amministrazione americana ad avvertire Teheran del pericolo. È la dimostrazione plastica di quanto sia limitata, anche per gli Stati Uniti, la capacità di controllare le scelte del governo Netanyahu.

Nel frattempo, mentre l’attenzione mediatica si concentra su Teheran e sullo Stretto di Hormuz, a Gaza e in Cisgiordania la conta dei morti civili, inclusi decine di minori secondo le organizzazioni per i diritti umani israeliane stesse, continua senza che si intraveda una exit strategy politica. Gli Stati Uniti hanno offerto a Israele copertura diplomatica pressoché automatica in sede Onu e un sostegno militare che non è mai stato condizionato al rispetto del diritto internazionale umanitario. L’Europa, di fronte a tutto questo, è rimasta divisa e silente, incapace di tradurre la propria retorica sui diritti umani in una politica coerente.

La posizione che l’Europa dovrebbe assumere
Come socialisti crediamo che l’Europa non possa continuare a delegare agli Stati Uniti anche la propria politica mediorientale, subendone passivamente le conseguenze (dal rischio di chiusura dello Stretto di Hormuz ai contraccolpi energetici, fino alla perdita di credibilità nel Sud globale). Proponiamo:

Condizionalità reale sui rapporti con Israele. L’accordo di associazione Ue-Israele va rivisto e la clausola sui diritti umani applicata, sospendendo i capitoli commerciali e di cooperazione fino a un cessate il fuoco stabile e verificabile a Gaza e alla riapertura piena dei corridoi umanitari.

Stop a qualsiasi fornitura o transito di armamenti che possano essere utilizzati in violazione del diritto internazionale umanitario, con verifiche indipendenti e non lasciate alla sola autocertificazione degli Stati membri esportatori.

Riconoscimento pieno dello Stato di Palestina come atto politico, non solo simbolico, per riequilibrare un tavolo negoziale oggi strutturalmente sbilanciato, insieme al sostegno attivo alla giurisdizione della Corte penale internazionale, senza distinzioni
di convenienza tra un aggressore e l’altro.

Diplomazia autonoma con l’Iran.
L’Europa ha un interesse diretto, energetico e di sicurezza, a evitare l’allargamento del conflitto: deve quindi promuovere un proprio canale negoziale con Teheran, indipendente dalle oscillazioni tra falchi e colombe dentro l’amministrazione Usa e dai sabotaggi del governo israeliano, per stabilizzare lo Stretto di Hormuz e il Golfo.

Coerenza tra Ucraina e Palestina.
Non si può invocare il diritto internazionale a Kiev e ignorarlo a Gaza: la credibilità dell’Europa nel mondo, a partire dal Sud globale, dipende
dalla capacità di applicare gli stessi principi senza doppi standard.

Un’alleanza tra pari
Non chiediamo la rottura del legame transatlantico, che resta un pilastro della nostra storia democratica. Chiediamo che quel legame torni a essere un’alleanza tra pari, fondata su interessi condivisi e non su una dipendenza a senso unico. Questo richiede un’Europa politicamente più integrata, socialmente più equa e capace di parlare con una voce sola: esattamente il progetto per cui il socialismo europeo si batte da sempre, dentro il Partito del Socialismo Europeo e nelle famiglie progressiste continentali.

La storia insegna che l’unità europea è nata proprio nei momenti di massima incertezza internazionale. Tocca a questa generazione di socialisti dimostrare che quella lezione non è stata dimenticata.
Va detto, per onestà intellettuale, che altre forze politiche italiane ed europee leggono questa fase in modo diverso: chi ritiene che solo un riallineamento pieno con Washington garantisca sicurezza in tempi di guerra alle porte d’Europa, e chi invece considera prematura o irrealistica qualsiasi ambizione di autonomia strategica senza un
vero esercito europeo e una capacità industriale-militare che oggi non esiste. Anche sul Medio Oriente esistono posizioni distanti dalla nostra: chi ritiene che il sostegno a Israele vada mantenuto senza condizionalità in virtù del diritto all’autodifesa e della minaccia rappresentata dall’Iran, e chi considera irrealistico o controproducente un canale negoziale europeo separato da quello americano. Sono obiezioni legittime che meritano un dibattito pubblico aperto, non liquidazioni sommarie.

Roberto Lopane
Direzione Nazionale e Segretario Federazione di Imola, Partito
Socialista Italiano