Politica

Luciano Violante: “La Riforma Cartabia? Un buon cerotto”

“Il punto centrale della riforma Cartabia è la vendetta, una forma neanche ben riuscita di rivincita della politica sulla magistratura, un buon cerotto su una ferita ben più grave”. Apre così il dibattito Luciano Violante a Torino, nel salone d’onore del Circolo dei Lettori, durante l’incontro organizzato dalla Camera Penale “Vittorio Chiusano”del Piemonte Occidentale e Valle d’Aosta. All’incontro partecipano il presidente della Camera penale Alberto de Sanctis, Paolo Borgna (già magistrato e sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale Ordinario, storico, saggista e presidente di Istoreto) e Luca Dalla Torre (vicepresidente della Camera Penale). Tema: il potere giudiziario al vaglio della riforma in atto. Non usa certo toni morbidi, Violante, per criticare quanto sta accadendo alla magistratura, iniziando col rimarcare quanto lontana sia l’Italia da Francia o Germania, dove per un magistrato “cambiare funzione” è da sempre considerato un punto di merito. “Sul piano meramente statico – dice Violante – non esiste alcun tipo di condizionamento tra giudice e PM. Al contrario, la riforma porterà ad un blocco totale dell’escalation virtuosa delle competenze e delle professionalità”.

Violante ribadisce che è la stessa Costituzione a consentire l’esistenza delle tanto esecrate “correnti” nella magistratura, nonostante Pertini, Ciampi e Napolitano abbiano combattuto la loro guerra personale contro di esse. E accodandosi a questi presidenti della Repubblica, l’ex presidente del Consiglio punta il dito contro le “cordate”, ritenendo che abbiano “creato una vera e propria questione morale che la magistratura di fatto non sta affrontando”.

La sua speranza è riposta nei giovani magistrati, timidi artefici di una certa riforma etica che sarà funzionale a restituire credibilità all’istituzione giuridica nazionale, perchè (dice Violante): “un paese democratico ha bisogno di istituzioni credibili, e senza di esse, lo Stato crolla”. E, focalizzandosi sulla qualità professionale di chi è chiamato a gestire nello specifico la giustizia amministrativa, esprime forti dubbi sull’ostracismo tout court figlio di questa riforma, che rischia di sottrarre preziose risorse perfino al Gabinetto del ministero della giustizia.

Gli fa eco Paolo Borgna, proseguendo sulle medesime note dichiarando che “la riforma Cartabia nasce mutilata, perchè troppo pressata dai voleri di ANM da una parte, e dai 5 Stelle dall’altra”. Fermandosi a riflettere, poi, su ciò che Peretti Griva definiva essere il Geist della magistratura, Borgna ricorda che questo sta nella cosiddetta “albagia professionale” di certi magistrati, tanto deprecata perfino da Calamandrei nei suoi scritti.

L’avvocato torinese ritiene che tale deriva sia dovuta all’enorme ruolo sociale che la magistratura si è ritagliata nel nostro Paese a partire dagli Anni ’60: “l’idea che la magistratura italiana ha di sè è quella della propria indiscutibile superiorità morale rispetto a tutte le altre categorie professionali”. Eppure, continua Borgna, “per demolire questa albagia, basterebbe andare a leggere le chat di Palamara. Sottolineo: le chat, non quanto riportato nel suo libro”.

Perchè il contenuto e lo stile di simili testimonianze sono la riprova di ciò che Zagrebelsky ha definito essere (col suo tipico tratto signorile) di “sconfortante modestia etica”. Per tale ragione, Borgna ritiene che di questa riforma sia utile l’idea di riportare gli avvocati al centro del sistema almeno valutativo: “gli avvocati chiamati ad esprimere le proprie valutazioni sull’operato di un giudice o di un PM possono riappropriarsi di un ruolo equilibrante”. Del resto, d’accordo con Violante, anche Borgna evidenzia la “modificazione genetica” subita negli anni dalla magistratura: “la modestia etica è diventata modestia culturale. E la débâcle culturale è stata parallela all’aumento della discrezionalità degli operatori giudiziari, fino ad arrivare all’attuale trapasso degenerativo dell’intera classe. Oggi sono rimasti in pochi a conoscere la lettera di Sergio Moroni a Giorgio Napolitano, e la perdita è immane”. L’ex magistrato chiama dunque ad un’azione culturale che sia lunga e duratura, capace di intervenire sulla qualità etica della magistratura perchè “la giustizia è troppo importante per lasciarla solo nelle mani dei magistrati”.

Gli fa eco il penalista Luca Dalla Torre, per cui “la genesi della riforma Cartabia sta nella crisi del sistema giustizia, che è una crisi multifunzionale: bulimia legislativa, burocratizzazione delle norme, zone grigie nella fase interpretativa, tempistiche dilatate nella risposta alla domanda di giustizia e percezione negativa dell’autorevolezza del magistrato hanno prodotto una crisi interna alla magistratura stessa, e il senso di vendetta reciproca alberga proprio tra giudici e magistrati”.

L’analisi proposta da Della Torre mira a smantellare la struttura stessa della riforma, che in questa luce appare densa di ciò che il penalista chiama “falsi problemi”: a suo parere, la manovra serve principalmente a soddisfare la richiesta del PNRR di tagliare i costi della giustizia, accelerarne i tempi e uniformarne l’operato. Del resto, dice Della Torre: “Bisognava intervenire subito, appena dopo lo scandalo Palamara, ma in realtà di separazione delle funzioni se ne parla da 15 anni e perciò non si capisce una simile abnorme reazioni da parte dei magistrati, oggi, che si rivela del tutto fuoriluogo e sganciata dalla realtà”.

E continuando sul tema della responsabilità valutativa che la riforma vuole assegnare agli avvocati, Dalla Torre ricorda che “la Circolare CSM del 2007 (nr. 20691 dell’8 ottobre sulle valutazioni delle professionalità) l’aveva già previsto e scritto nei minimi particolari. Le stesse norme oggi tanto avversate in realtà sono già state scritte proprio dai medesimi operatori della giustizia. Che poi non le abbiano mai applicate, è un altro discorso”. Secondo Dalla Torre, quindi, opporsi ferreamente al giudizio degli avvocati è ridicolo, così come “ridicolo è il modo in cui la riforma Cartabia ha ridefinito i termini di una questione in gran parte già da tempo snocciolata”.

A chiosa di tali considerazioni, Luciano Violante ribadisce che l’attuale assetto della magistratura è troppo vecchio. “Andava bene fino al 1950, in un altro sistema sociale e amministrativo. Oggi la magistratura è molto più centrale rispetto al passato. La società attuale è liquida (citando Bauman). Il problema di fondo è dare nuova credibilità alla giustizia, che nasce dai comportamenti, e non dalle norme”. La soluzione di Violante è semplice: fare in modo che sia il presidente della Repubblica a nominare direttamente il vicepresidente del CSM, così da azzerare tutte le vecchie pratiche clientelari da sempre legate a questa specifica carica. Inoltre, Violante suggerisce l’istituzione di un’Alta Corte super partes che si occupi delle valutazioni di giudici e PM: “la valutazione dei magistrati deve essere fatta da una commissione esterna sulla base di criteri oggettivi”, dice. Con lo sguardo tipico dello storico, Violante ricorda che i punti di forza nevralgici e propulsivi della nostra Costituzione sono due: i partiti da una parte, e i magistrati/giudici dall’altra. “L’attuale classe politica è nata senza maestri, e alcuni degli attuali politici hanno comunque imparato. Altri no. Caduto il sistema partitico tra il 1989 (col muro di Berlino) e il 1990 (con Mani Pulite), ha prevalso il sistema dei giudici. E’ dunque importante riequilibrare il binomio partendo magari da ciò che Gabriele Cagliari scrisse prima di suicidarsi, e senza dimenticare che la messa si fa con i preti che si hanno a disposizione”.

Ma se, come dice Violante, “la politica ha ceduto la sovranità al potere giudiziario, e adesso lo vuole indietro”, Borgna chiude ammonendo che “modificare l’art. 104 della costituzione resta inaccettabile per ogni giudice, perchè è come bestemmiare in chiesa: una politica che osi farlo sarebbe automaticamente tacciata di revanscismo”. Lo stallo dell’autonomia della magistratura si fonda su un’evidente degenerazione della self-governance giudiziaria, che deve tornare alle basi e, quindi, ad un equilibrio che tutti si augurano di vedere ma di cui nessuno, ad oggi ,sembra avere la ricetta pronta.