di Giorgio Benvenuto
“Popoli liberi ricordate: si può acquisire la libertà, ma mai la si può recuperare” ammoniva Jean Jacques Rousseau. Sbagliava ma il rischio che ciò accada è quanto mai presente in questo terzo millennio di autoritarismi e potentati che sfuggono ad ogni controllo. Ebbene ogni anno in pochi giorni si è chiamati a riflettere sul valore della libertà con il 25 aprile e il primo maggio sia pure in modo differente. Ma tutto parte dal principio della libertà, soprattutto se non vogliamo dimenticare i sacrifici compiuti in passato per difenderla e riconquistarla. Un esempio ci viene dal centenario della uccisione di Giacomo Matteotti che non riesce neppure in questa occasione a diventare simbolo unitario della intera sinistra italiana, tanto che lui coraggioso riformista socialista non ha trovato posto neppure nella tessera del partito che più si richiama al riformismo, il Pd. Matteotti rimane un martire antifascista , come si ricava dal bel testo di Scurati recentemente “censurato”. Martire lo è stato sul serio, ma perché la sua pericolosità politica lo rendeva tale. E se si ignora il tratto politico e sociale di Matteotti come di Bruno Buozzi di cui ricorre l’ottantesimo anniversario della efferata esecuzione da parte dei nazisti, è come se censurassimo la loro lezione di coraggio civile e di impegno a difesa dei diritti dei lavoratori.
Del resto anche il primo maggio ricorda il lungo cammino di liberazione da tante schiavitù percorso dal movimento dei lavoratori. Ma il riferimento alla libertà trascina con sé un altro pilastro della azione sindacale e politica della sinistra storica: lottare per conquistare obiettivi sempre più avanzati che al tempo stesso avevano un significato per la condizione di lavoratrici e lavoratori e per l’intera società.
E tutto ciò avveniva perché si seguiva il filo di progetti, di proposte in grado di dare risposte in quel preciso momento storico. Una necessaria riflessione allora, nella ricorrenza del primo maggio, andrebbe condotta dalla sinistra italiana sul perché come sostenne a suo tempo Tarantelli si assiste oggi ad una sorta di sciopero dei progetti. Siamo immersi in una visione difensiva della realtà, con il pericolo che diventi perdente, quando invece proprio per il contesto internazionale con il fallimento della globalizzazione e i venti di guerra sempre più vicini all’Europa, servirebbe una strategia di ben diverso segno, ovvero senza subire il… matrimonio fra un capitalismo tradizionale al tramonto e la rivoluzione tecnologica nel suo pieno sviluppo. Come ci insegna il passato la forza della sinistra politica e del movimento sindacale si misurava nell’attrarre dalla propria parte i progressi in ogni campo per utilizzarli per ridurre le diseguaglianze, per allargare i diritti. Certo, dobbiamo osservare con la massima attenzione il procedere dell’intelligenza artificiale, ma perché non farla diventare anche uno strumento prezioso per ridurre gli incidenti sul lavoro, per recuperare più equità fiscale, per sostenere l’inevitabile sforzo a ricostruire un welfare utile alle generazioni più giovani? Questa percezione delle opportunità in positivo che le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale propongono assieme a indubbi problemi da risolvere pare non avvertirsi ancora con la necessaria evidenza, finendo così per determinare con tale ritardo il consolidarsi di maggiori diseguaglianze e sempre più invalicabili.
Il primo maggio anche nei momenti più difficili nei rapporti interni al movimento dei lavoratori non ha mai rinunciato a guardare avanti, a fare di valori come la solidarietà, la pace, la conoscenza, la libertà, motori per avanzare proposte in grado di modificare la realtà, non di limitarne i danni. Questa è l’ambizione prioritaria che ha animato il primo maggio con il consenso di milioni di lavoratori in tutto il mondo.
Ma quest’anno il primo maggio ci richiama anche ad un tema che appare ineludibile: l’Europa, quella Europa la cui voce è assente o insufficiente nel contesto mondiale e che ha smarrito il cammino verso quello che dovrebbe essere il suo vero obiettivo: l’unità politica da raggiungersi con quel sistema federale già immaginato dai padri della nuova Europa all’indomani della tragedia della seconda guerra mondiale.
“Gli Stati nazionali europei – osservava il filosofo Severino – tendono a cedere la loro sovranità non ad un superstato politico, ma ad un superstato tecnico…”. Già ma dove finiranno in questo processo che non deve divenire ineluttabile i diritti dei lavoratori anche in quanto cittadini europei? Non è sufficiente questa deriva di cui vediamo chiaramente i segni nella realtà per opporre un progetto di Europa nel quale torni ad essere centrale il valore della dignità del lavoro, l’Europa sociale, l’Europa che fa della libertà la misura all’interno ed anche all’esterno della sua vera volontà di esistere ed agire. Ecco il primo maggio diventa una opportunità non solo per rivolgere severe critiche all’involuzione della nostra società, ai populismi, ai nazionalismi mascherati, ma anche per replicare a coloro che nella destra europea vogliono avere mano libera ma al servizio delle nuove forme di capitalismo finanziario e tecnologico che esistono alternative e che poggiano saldamente sulla volontà di tante lavoratrici e tanti lavoratori. È sempre avvenuto infatti che il mondo del lavoro chiamato a svolgere un ruolo determinante per il proprio futuro abbia risposto con grande determinazione, coraggio e generosità. Può succedere ancora, se si verificano alcune condizioni: una sinistra che ritrova la propria vocazione riformatrice e abbandona aspirazioni di potere per invece realizzare ragioni valide per governare il cambiamento senza illudersi che la tecnocrazia possa assolvere a questo compito. Ma soprattutto deve esserci più fiducia nei riguardi di lavoratrici e lavoratori. Possono essere ancora protagonisti di grande battaglie di progresso. Occorre offrirgli il terreno adatto: quello che apre la possibilità concreta di discutere, di dissentire, di sentirsi parte di un progetto comune.
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