Economia

Mondiali di calcio al via: il Qatar dribbla ogni attacco e vince

Di Abdulqa - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48283875

Il 2 dicembre 2010, a Zurigo, una non poco discussa votazione FIFA designò il Qatar come organizzatore dei campionati mondiali di calcio 2022. Quel giorno l’emiro Hamad Ben Khalifa Al-Thani, padre dell’attuale sovrano che gli è succeduto nel 2013, esultò. Senza dubbio oggi il suo regno è finalmente celebre a livello planetario.
Eppure le critiche piovono dappertutto: si denuncia come aberrazione l’aver voluto organizzare i mondiali di calcio in un paese desertico e canicolare, dove peraltro la passione per il calcio è obiettivamente nulla.
Da anni gli Stati Uniti gridano alla corruzione, segnalando come le elezioni Fifa del 2010 siano state teatro di accordi elettorali sottobanco a favore del Qatar. Molte ONG allertano sul carattere autoritario di questa opulenta “gas-monarchia” che proibisce l’esistenza sia dei partiti politici che dei sindacati.
Nel rapporto annuale sulla situazione dei diritti umani, edizione marzo 2021, Amnesty International scriveva sul Qatar: “le donne sono vittime di discriminazione e violenza, i lavoratori migranti sono sfruttati, maltrattati e insufficientemente protetti dalla legge, centinaia di persone continuano ad essere arbitrariamente private della loro nazionalità, si continua a ricorrere alla pena della flagellazione e si prevedono anche le condanne a morte, che finora non hanno avuto luogo”.
Insomma, dal 2010 ad oggi il caso Qatar 2022 non è mai stato chiuso: sono state invece aperte pesanti inchieste giudiziarie in diversi Stati, tutti volti ad evidenziare la prevaricazione truffaldina di molti dirigenti FIFA; diversi reportage hanno scavato sulla condizione esecrabile dei lavoratori asiatici impiegati nei cantieri aperti per l’occasione; innumerevoli sono state le denunce raccolte sui danni ambientali provocati dalla costruzione di sei nuovi stadi, tutti dotati di mega sistemi di climatizzazione.
Tuttavia l’organizzazione della manifestazione non è mai stata messa in dubbio né rallentata. I rari appelli al boicottaggio sono (tutti) falliti. L’emirato fa spallucce e spende dozzine di milioni di dollari in comunicati stampa per indorare la propria immagine, e i 200 miliardi di dollari di budget che consacra agli investimenti per le nuove infrastrutture rendono felici centinaia di imprese non solo occidentali ma anche cinesi e giapponesi.
Mentre si avvicina il calcio d’inizio della gara, fissato per il 21 novembre, le critiche scoppiano. Tutti vogliono esprimere la propria parte di indignazione. Persino François Holland lo scorso settembre ha dichiarato: “se fossi capo di Stato non mi presenterei affatto in Qatar per l’evento”. Però nel giugno del 2013, in visita ufficiale a Doha, fu lo stesso Holland a dichiarare che la Francia avrebbe aiutato l’emirato nell’organizzare “una meravigliosa Coppa del Mondo”.
Il sindaco di Parigi, madame Anne Hidalgo, è anch’essa diventata improvvisamente solidale con chi sottolinea i danni del Qatar, decidendo di non aprire alcuna fan zone a Parigi durante il mondiale.
Eppure il Paris Saint-Germain è di proprietà del Qatar dal 2011, e il suo presidente Nasser Al Khelaifi ospita regolarmente nella tribuna vip dello stadio Parc de Prince la sindaca socialista.
L’emittente francese TF1 ha perfino deciso di cancellare la parola “Qatar” dalla pubblicità che riguarda il mondiale, ma non rinuncerà ovviamente a trasmettere comunque tutte le gare della competizione.
Se si decidesse di boicottare il Qatar, in effetti bisognerebbe poi boicottare anche tutte le altre monarchie del Golfo, perché dall’Arabia Saudita al sultanato d’Oman tutte meriterebbero le stesse critiche.
Se è vero che centinaia di operai sono morti sui cantieri dei mondiali in Qatar, molti altri sono già morti a Dubai negli anni 2000 durante l’edificazione di uno dei più grandi grattacieli al mondo: il Burj Khalifa. La sua cima panoramica attira oggi dozzine di migliaia di turisti di tutte le nazionalità, ma nessuno si sognerebbe mai di cancellare questo luogo.
L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il regno del Bahrein sono continuamente sotto i riflettori per la mancanza di rispetto dei diritti umani, per il loro ruolo nella guerra contro lo Yemen, e per il carattere autocratico del loro potere. Ma nessuno pensa mai a boicottare i Gran Premi di Formula 1 che si svolfono proprio sui loro territori.
Inoltre, quanto alla presenza di ben due team di ciclismo (uno finanziato dagli Emirati e l’altro dal Bahrein), questi sono sempre presenti al Tour de France e alle altre gare internazionali, ma nessuno trova mai nulla da ridire.
Gli stadi climatizzati per la coppa del mondo sono un’eresia di inquinamento, ma sono nulla di fronte alle migliaia di tonnellate di idrofluorocarburi emessi ogni giorno nell’atmosfera dalle centrali climatiche senza le quali la vita in Qatar sarebbe comunque infernale da marzo a ottobre.
Le monarchie del Golfo hanno ottenuto di rinviare al 2047 il divieto di produzione di questi gas ad alto effetto serra, invece che al 2036 come vale per tutti gli altri paesi.
Eppure è proprio negli Emirati Arabi Uniti, gigante del petrolio, che si trova la sede dell’agenzia internazionale per le energie rinnovabili.
Organizzando la Coppa del Mondo di calcio il Qatar scopre oggi il prezzo delle sue ambizioni sulla scena internazionale: è ormai impossibile passare inosservati e fuggire agli attacchi, alla sfiducia e perfino alle gelosie. L’Arabia Saudita, che a sua volta vuole prendersi la ribalta, potrebbe ben presto succedere al Qatar nel ruolo di principale protagonista del Golfo: il paese vorrebbe già ospitare i prossimi mondiali di calcio insieme a Egitto, Grecia e Marocco, mentre considera già come garantita la sua titolarità per i giochi asiatici del 2029. Sì, ma invernali.